La Notte dei Saldi

Credo si possa dire, senza timore di esagerare, che sabato 6 luglio a partire dalle ore 20.00, in città, si sia letteralmente scatenato l’“inferno”. Quale inferno? – viene spontaneo chiedersi. Ne esistono così tanti oggi: l’inferno della speculazione economica, della frenesia d’acquisto, della vanità o dello spreco per lo spreco. No, non è di questi […]

Credo si possa dire, senza timore di esagerare, che sabato 6 luglio a partire dalle ore 20.00, in città, si sia letteralmente scatenato l’“inferno”. Quale inferno? – viene spontaneo chiedersi. Ne esistono così tanti oggi: l’inferno della speculazione economica, della frenesia d’acquisto, della vanità o dello spreco per lo spreco. No, non è di questi piccoli inferni che voglio qui parlare, ma di quello ben più subdolo e onnipervasivo – dilaga ovunque, anche dove meno lo si aspetterebbe – della maleducazione imperante.

La buona o cattiva educazione non è solo una questione di etichetta e di formale cortesia, ma una questione più sostanziale che affonda le sue radici nell’interiorità, nell’educazione dell’anima e della mente. Non a caso la cosiddetta poesia cortese del dolce stil novo invocava quale paradigma di bel sentire e buon vivere la gentilezza del cuore.

Nei negozi, specie di abbigliamento, aperti in via eccezionale fino a tarda notte lungo tutto Corso Italia e dintorni, non era possibile muoversi senza venire urtati, calpestati, spintonati e travolti da “orde” di uomini e donne in stato di frenetica euforia ed ubriachezza mentale. E non erano solo i giovani, come comunemente si crede, a buttarsi come tori nell’arena sugli scaffali traboccanti di “stracci” di ogni genere – tutti ormai sanno che per i saldi si riciclano gli scarti di magazzino degli ultimi dieci anni -, ma persone di ogni età, provenienza, cultura e formazione.

Una categoria particolarmente agguerrita mi è parsa quella delle donne di mezza età che, sempre più convinte che la vita cominci dopo i 50 anni, hanno fatto razzia di magliette trasparenti, canottiere super-aderenti e sandali dal tacco vertiginoso. Se capisco, fino a un certo punto si intende, le ragazzine colte dalla frenesia di apparire – in un’età di incertezza e mutamento è comprensibile che l’aspetto esteriore acquisti tanta importanza, specie come modo per uscire dall’anonimato e guadagnare sicurezza -, per donne attempate una simile ubriacatura è grottesca, oltre che del tutto inopportuna. Tante delle separazioni e dei divorzi per futili ragioni cominciano proprio qui, dalla moderna convinzione femminile che oggi la giovinezza – quella un po’ folle, euforica, appassionata e sentimentale – debba durare il più a lungo possibile e che per questo sia di rigore inseguire la passione e la seduzione anche se si hanno 60 anni o più. Il marito è diventato noioso, la vita quotidiana altrettanto, non c’è più aspettativa, non c’è più desiderio, dicono. E allora si rompe tutto e ci si avventura alla ricerca di una “nuova vita”. Per essere all’altezza di queste prerogative è di rigore un abbigliamento provocante, giovane e sempre alla moda.

Oltre a constatare questa ridicola – ma spesso anche tragica – involuzione femminile spacciata per liberazione, e a subire fisicamente le ripetute spinte dei compratori impazziti, assisto ad una forma di sopraffazione e di insensibilità che oggi non è raro notare: quella verso i bambini. Non ho visto un solo bambino o bambina, dico “uno solo”, sorridere o giocare in mezzo a tutta quella babelica confusione esasperata dalle musiche a tutto volume che imperversavano per ogni via e negozio. Questi piccoli, per la maggior parte insonnoliti e annoiati, hanno dovuto sopportare ore di giri da un piano all’altro dei negozi, aggrappati ai vestiti dei loro genitori indifferenti se non contrariati per la loro lamentosa presenza. In qualche caso è scappato anche qualche bello scapaccione con sgridata. 

In una parallela di Corso d’Italia, popolata come un alveare in primavera e squarciata da una musica tutta chitarre elettriche e percussioni tribali, una neo-mamma allattava un pupetto bianco e tenero. A me piace molto la vista di una madre che allatta il suo bimbo. Ma lì, in quella via affollata e rumorosa! Non faccio questa osservazione per una pruderie pudica, ma per il male che quel povero infante ha dovuto patire nei suoi teneri timpani. È dimostrato infatti che il bambino nei primi mesi di vita possiede una sensibilità acutissima a tutte le sollecitazioni che gli vengono dall’esterno: luci, colori, suoni, percezioni tattili. Il minimo rumore è per lui un boato che gli procura un intenso e acuto dolore.

Dopo queste meditazioni un po’ meste, senza essere riuscita ad acquistare alcunché, arrivo in uno slargo dove si è assiepata tanta gente per assistere ad un mini-concerto. Tante fotografie, applausi, richieste di bis. In particolare mi colpisce un giovane che si affatica a farsi spazio tra la gente e a trovare la giusta inquadratura della sua digitale per immortalare il gruppo. Ha la fronte madida di sudore e si vede che è già stanco. Al suo fianco, a lui vicinissima, intravedo una figura esile e curva che pare sussurrargli qualcosa all’orecchio. Quando metto bene a fuoco l’immagine mi accorgo con stupore che si tratta della statua di Umberto Saba, con cappello e bastone, avvolto nel suo pastrano grigio scuro. Ebbene, non è un gioco di libera fantasia, perché davvero in quel momento mi sembra che il poeta sussurri amaramente ironico all’orecchio del giovane fotografo: «Spesso ho pensato di vivere nella peggiore epoca della storia! Ma oggi ho la netta impressione di essermi proprio sbagliato».



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