La nâf spazial: verso dove?

Originali rilegature moderne, dai tratti anche arditi e bizzarri, recite notturne di poesie su una barca lungo il fiume Lemene, spettacoli di musica e teatro all’insegna del “magico” e del “surreale”, tanti richiami simbolici e allusioni misteriche. Questi alcuni degli articoli programmatici e dei motivi ispiratori del piccolo festival della poesia e delle arti notturne […]

Originali rilegature moderne, dai tratti anche arditi e bizzarri, recite notturne di poesie su una barca lungo il fiume Lemene, spettacoli di musica e teatro all’insegna del “magico” e del “surreale”, tanti richiami simbolici e allusioni misteriche. Questi alcuni degli articoli programmatici e dei motivi ispiratori del piccolo festival della poesia e delle arti notturne “La nâf spazial” che si è svolto a Portogruaro la scorsa settimana. Capire di che cosa effettivamente si tratti è impresa ardua: fusioni tra scultura e fotografia, una mostra di libri d’artista con rilegature fatte di scatole, di mosaici di testi, di strani tabulati cifrati e di risvolti di copertina con sovrimpresso un orecchio e l’impronta di un piede.

Si chiude con lo spettacolo teatrale gli “Astronati”.

Certo la fantasia non manca, vi è un certo fascino in questa singolare associazione tra l’universo poetico, il teatro, l’arte della rilegatura e il romantico viaggio lungo le sponde del fiume con declamazione di versi sotto la luna. Mi viene in mente Dante che, rivolgendosi a suoi amici e sodali, con un bellissimo sonetto li invita ad imbarcarsi per un viaggio incantato, lontano dagli affanni del mondo: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento / e messi in un vasel, ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio”.

I contenitori si moltiplicano, mentre i contenuti di giorno in giorno diminuiscono. Dove si vuole andare a parare con questo florilegio di propositi, proposte, commistioni d’arte, sperimentazioni e contaminazioni a non finire? Si ha l’impressione, a proposito di certe iniziative culturali che associano tante arti nobili come la lirica, il libro e il teatro di simboli, di essere seduti ad un ricco e fastoso banchetto, in mezzo a canti, danze, luci e colori, sommersi da un frastuono a tratti anche ammaliante. Ma nella confusione generale si rischia di non accorgersi che vi è un posto vuoto, quello più importante, a capo tavola. È il posto del convitato di pietra. Nessuno lo nomina, nessuno sa quasi più chi sia e perché ancora lo si aspetti. Ma lui ugualmente incombe, portatore di qualcosa che si teme anche solo di nominare.

Che cosa ha perduto la nostra cultura? Da dove deriva la sua povertà anche quando i suoi abiti sono ricchi e fastosi? Dalla scomparsa stessa dell’uomo e delle domande che l’uomo da sempre si è posto. Si gioca con le forme, si studiano combinazioni via via più ingegnose; la scena a volte diventa un barocco sovrapporsi di quinte che si estendono a perdita d’occhio, sontuose ma prive di qualcuno che le abiti. Una sorta di horror vacui spinge sempre più la nostra arte e la nostra cultura a riempire lo spazio della creazione e della riflessione con arabeschi iridescenti e spumeggianti, la cui malia ha lo stesso carattere effimero del gioco pirotecnico e dell’emozione che esso suscita. Quando lo spettacolo finisce, ci si sente solo frastornati, con la vista e l’udito a lungo storditi dall’eco dei fuochi. Niente più di questo.

Questa nuova temperie culturale è stata definita post-moderno: un’epoca in cui la grande narrazione, sia essa storica, pittorica o letteraria, si è piano piano sfrangiata e dissolta, lasciando dietro di sé un cumulo di lacerti galleggianti sopra il mare del nulla. È come se i grandi fiumi che hanno nutrito le culture del passato avessero all’improvviso incontrato una diga insormontabile e si fossero arenati ai suoi piedi, con tutti i detriti accumulati nei millenni. La nostra cultura assomiglia a questa plaga di acqua immota piena di frammenti che vengono un po’ da ogni luogo e tempo, frammenti di cui non si conosce più l’origine e l’elemento a cui appartenevano. Le “cose intere” non ci sono più, solo alcune schegge naufragate fino a noi. L’uomo moderno è divenuto un abile e scaltro collezionista di detriti e la sua arte una tecnica per assemblarli. Quanto più irrazionale e incomprensibile è quest’arte, tanto più essa è giudicata geniale e nuova.

Alla base della nostra civiltà e della nostra tradizione vi è una domanda: “Adamo dove sei?”. Siamo ancora disposti, o capaci, facendo un po’ di silenzio, di renderla di nuovo udibile?



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