La moglie dei sette fratelli e la robusta esegesi di padre Boer

Il matrimonio – scrive padre Boer – non è un fine, ma «“serve” agli sposi per guadagnarsi il Paradiso». Le nozze, in fondo, «sono una via paradisi, una strada per il Paradiso» e non «un qualcosa per passare il tempo di qua in buona compagnia o amore reciproco».

Nel numero di Vita Nuova del4 novembre, pagina 13, padre Giovanni Boer ha meditato sul brano evangelico della donna in moglie a sette fratelli, qui di seguito riportato:

«Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.
Gesù rispose: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. Dissero allora alcuni scribi: “Maestro, hai parlato bene”. E non osavano più fargli alcuna domanda».
(Lc 20, 27-38)

È notevole l’affermazione di padre Boer, che così riassume la mentalità mondana: «sette mariti per dimostrare che non ci può essere la vita dopo la morte». Quest’affermazione è la sintesi di alcune verità.
Padre Boer va oltre la banalità di dire che dietro ai sette matrimoni c’è l’attrazione sessuale o il desiderio di non restare soli o l’ideale della famiglia. Non è, infatti, necessario sposare la stessa donna di un fratello per soddisfare queste pur sante intenzioni.
Nemmeno la prescrizione di Mosè è malvagia. Il padre, a questo proposito, spiega che il «sistema del Goèl» ebraico prevedeva di salvaguardare la dignità della vedova per mezzo di un nuovo matrimonio con il parente più prossimo del defunto marito. Ne scaturivano almeno due beni: possibilità di avere un figlio e sicurezza di essere benvoluti da Dio.

Eppure i sadducei andavano oltre le buone intenzioni della Legge, prendendole a pretesto per la «dimostrazione» evocata da padre Boer: tutto si deve risolvere quaggiù; non esiste speranza se non quaggiù; c’è Dio ma ha un senso per noi solo fino alla morte fisica.
È chiaro che la meditazione del Padre va ad indagare la risposta del Maestro che, appunto, spezza il ciclo matrimonio-vedovanza-nuovo matrimonio. E lo spezza, non perché il matrimonio sia un male, ma in quanto idolo potenziale di una religione tutta terrena. I fratelli del brano sono sette, ma sottintendono un ciclo infinito che si curva su se stesso a cerchio, non decolla mai e resta avviluppato alla logica del mondo.

Il matrimonio – scrive padre Boer – non è un fine, ma «“serve” agli sposi per guadagnarsi il Paradiso». Le nozze, in fondo, «sono una via paradisi, una strada per il Paradiso» e non «un qualcosa per passare il tempo di qua in buona compagnia o amore reciproco».
I sadducei non sono cattivi e nemmeno atei. Credono, a modo loro, nel Dio d’Israele. Credono anche nella vita, nelle delizie umane e divine del focolare domestico, nella conduzione onesta degli affari, nell’affetto, nell’importanza di frequentare il Tempio. Credono nella vita, ma non nella «vita dopo la morte». Questo è il punto. Questa è la differenza tra il Dio dei sadducei e il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che è il Dio vero e vivo.



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