La minaccia non è il populismo, ma il nichilismo occidentale (che fa guadagnare terreno a quello islamico)

Davanti all’ennesima strage compiuta da un “lupo solitario”, figlio dei capi branco che ormai non hanno quartier generale e punto di irradiazione solo nel Califfato, ma come cellule cancerogene diffuse via social media allignano in ogni città del mondo globalizzato, pare che non abbiamo altre armi di reazione (oltre ovviamente a quelle dell’antiterrorismo e della […]

Davanti all’ennesima strage compiuta da un “lupo solitario”, figlio dei capi branco che ormai non hanno quartier generale e punto di irradiazione solo nel Califfato, ma come cellule cancerogene diffuse via social media allignano in ogni città del mondo globalizzato, pare che non abbiamo altre armi di reazione (oltre ovviamente a quelle dell’antiterrorismo e della polizia) che l’indignazione, il fato, l’anestesia. Si protesta per strada. Si mobilita il popolo del web. Si manifesta tutta la nostra solidarietà via Facebook. Ci si conferma nella volontà di non farci condizionare la vita dai terroristi.

Tutte cose giuste, per carità. Ma insufficienti. Capiamo bene che tutte le nostre belle manifestazioni di strada, tutte le nostre buone intenzioni e tutte le rassicurazioni delle nostre autorità non servono a vincere la più terribile delle minacce (la minaccia di guerra civile) che incombe in questa fase di terrorismo non soltanto organizzato in bande, ma organizzato nella mente del singolo fanatizzato. Per vincere l’enorme sfida cancerogena, quella che sta trasformando schiere di giovani immigrati, inurbati e ideologizzati dall’islamismo in assassini seriali di massa, occorre infatti una altrettanto enorme sfida. Sia sul piano del contenimento armato. Sia, soprattutto, sul piano civile e culturale, delle idee e della coesione sociale.

Purtroppo, fin qui, almeno in Europa, abbiamo lasciato alle sole forze di intelligence e di polizia la responsabilità di “coprirci la ritirata”. Ad esse affidiamo il compito e la responsabilità della nostra tranquillità privata e della comune pace pubblica. Ma funziona? Direi proprio di no. Ad esempio, lo Stato islamico è (ancora) lontano e anche il caos libico ci riguarda solo nell’attimo televisivo in cui apprendiamo dell’ennesimo sbarco a Lampedusa. Inoltre, da molti anni siamo indotti a considerare la politica come un’inutile e costosa sovrastruttura. E a pensare che gli anticorpi e le possibilità di rinascita della società risiedano nella giustizia amministrata nei tribunali e in quella declamata dai tribuni della plebe che si rivoltano alla politica. Più in generale, siamo indotti ad affrontare ogni aspetto della vita personale e associata secondo un’idea di “moralità” ridotta alle categorie di trasparenza e di legalità. Tutte cose che ci fanno apparire in pubblico (ma anche al bar sport), belli nell’anima e impegnati nella società.

Mai, in effetti, sono state coltivate tante buone intenzioni come quelle che oggi noi coltiviamo tra un Twitter e un Instagram, tra una palestra e un happy hour. Anche questa è ricerca di benessere: partecipare con il nostro “like” a tutte le buone cause che ci prospettano i media. Siamo immersi in un continuum di vita virtuale e, per certi aspetti, perfino surreale. Politicamente corretta, tranquillizzante e anestetizzante rispetto al male che ogni santo giorno fa sentire i suoi artigli. D’altra parte, questo continuum di vita esemplare, per virtualità e surrealtà, in cui siamo immersi, corrisponde bene all’esempio che ci offrono i potenti e viene propagandato dai media: la signora Obama, per dire, scatena milioni di tweet quando lancia l’hashtag #BringBackOurGirls, “riportatele indietro”, riferendosi alle centinaia di ragazze sequestrate dai sanguinari islamisti di Boko Haram.

I quali, naturalmente, avendo compreso bene i meccanismi della comunicazione occidentale e sentendosi al centro dell’attenzione virtuale e surreale, hanno agito di conseguenza, cioè tenendosi le malcapitate e tutt’al più massacrandole dopo averle stuprate. Analoghe osservazioni valgono per le provocazioni di “Charlie Hebdo”. Per le indignazioni degli scrittori. Per gli appelli delle pop star. Siamo immersi nella civiltà di Narciso. Crediamo che le nostre immagini di denuncia e i nostri buoni sentimenti di riscossa, cambieranno in bene la realtà per il solo fatto che certe parole belle e buone siano state pronunciate e continuino ad essere pronunciate, messe in rete, globalizzate.

Poveri illusi. Succede il contrario. Succede che questo metodo di presenza e di comunicazione in società delle “forze del bene” viene imitato e proceduralizzato dalle “forze del male”. E non è neppure un paradosso. Perché? Perché il vuoto viene sempre riempito da un pieno. Mentre infatti il consenso benintenzionato che viaggia in rete non riesce a produrre “educazione” – affare che implica lavoro, corpo a corpo, realtà… pensate alla questione del razzismo in America, roba da secoli andati, riesplosa improvvisamente negli Stati Uniti dell’ipertecnologia benintenzionata di Google e dell’iperbenintenzionata politica di Obama – la maleducazione, l’ideologia e l’indottrinamento fanatico trovano nella rete un volano straordinario. È chiaro che criticare è più facile che dare il proprio apporto. È chiaro che distruggere è più facile che costruire. È chiaro che la rivoluzione ha più fascino di un metodo politico che comporta ragione, realismo, tempo, lavoro, realtà.

Così, grazie anche alle iperteconlogie virtuali e surreali, tutto e il contrario di tutto è diventato non soltanto pensabile, ma anche praticabile. Da qui la percezione di caos simbolico che va ad aggiungersi al caos dello stato di cose (terroristiche, economiche, politiche) presenti. Ciononostante si continua a pensare che il caos simbolico non c’entri nulla con il terrorismo, con la crisi politica ed economica e con i pericoli che corre la comunità, la società, l’Italia, l’Europa, il mondo intero. Si continua a pensare che, oltre al terrorismo, i pericoli provengano dalla “paura” e dai cosiddetti “populismi”.

Questa accusa allo stato psicologico delle masse, che viene martellata dalle élite democratiche e di sinistra europee, è l’ultima scappatoia per non stare di fronte alla verità tutta intera. La verità è che la gente ha paura ed è diventata cosiddettamente “populista”, proprio perché avverte chiaramente i pericoli e al tempo stesso avverte chiaramente l’incapacità delle élite di far fronte a questi pericoli. Ovvio che le persone sono preoccupate e hanno paura. Il moltiplicarsi delle stragi o le milioni di famiglie in assoluta povertà (sono oltre quattro milioni e mezzo solo in Italia, ci ha appena detto l’Istat) non sono bazzecole. Altri numeri? Ne trovate quanti volete nella cronaca quotidiana, a cominciare dall’inverno demografico record in Occidente e, in primis, in Italia.

Eppure, se andiamo indietro negli anni, scopriamo che non soltanto all’indomani delle grandi guerre, ma per esempio negli anni Settanta del secolo scorso, anni di crisi economica e di terrorismo politico rosso e nero, le condizioni dell’economia e i disagi materiali erano ben peggiori di quelli attuali. Dove sta quindi la differenza tra ieri e oggi? Qual è l’attuale causa (e più profonda) della paura che produrrebbe i populismi cosiddetti? Il caos simbolico. Esattamente il contrario di quello che ripetono le élite nella loro impotenza e avarizia di idee e di coraggio. Diciamo la parola giusta per definire questo caos simbolico: nichilismo. La minaccia non è il populismo, ma il nichilismo. Ecco cosa dobbiamo finalmente guardare nella sua totalità e verità: dobbiamo denunciare, giudicare e combattere (poiché la paura non si combatte dicendo che non bisogna avere paura) l’impronta nichilista che marchia ogni livello delle società europee.

È il nichilismo occidentale che fa guadagnare terreno al nichilismo islamista. Il nichilismo che rinuncia alla politica e al decisionismo fino all’uso della forza nel contesto di certe condizioni (Isis, caos libico, migrazioni) che esigono politica, decisionismo e forza. E il nichilismo giustizialista, che rinuncia a considerare tutti gli aspetti della crisi materiale, rinuncia a guardare la realtà di spaventosa regressione alla povertà, per assestarsi nella ricerca di una purezza di forme, procedure e legalità. Il nichilismo politico (si butta a mare la rappresentanza popolare ma poi ci si lamenta che siamo governati da Berlino). E il nichilismo etico (non ci sono più bambini, ma ci si concentra sui diritti gay). Il nichilismo religioso e il nichilismo multiculturale (tutto uguale, il cristianesimo vale quanto l’islam e se Bruxelles affoga nel terrore come risposta abolisce l’ora di religione cattolica).

Infine, come corollario di tutto questo, il nichilismo di quanti, tra coloro che si trovano alla guida di gruppi intermedi, sociali, politici, religiosi, si tirano fuori da questa sfida, privatizzano il senso della vita e si adeguano, “collaborano”, alle risposte avare e inadeguate offerte dall’establishment di potere corresponsabile del nichilismo e dell’impotenza davanti al terrore e alla crisi dell’Occidente. Sì, bisogna uscire dalla paura. Ma per uscire dalla paura non basta dire che non bisogna avere paura, bisogna giudicare chi e cosa produce inconsistenza, debolezza e paura. Bisogna giudicare il nichilismo, esporsi sulla pubblica arena, prendere posizione, agire in piazza, fare popolo, educandosi ed educando alla pratica di ideali non nichilisti.

Per esempio: dice qualcosa Cristo e tutto quello che discende da Lui come idea di persona, cultura e civiltà? In fondo il nichilismo nasce per allontanare quel Volto e cancellare, far scordare, nascondere definitivamente quella memoria di “uomo nuovo” nella storia. Il nichilismo nasce per toglierci Cristo davanti agli occhi e metterci negli occhi ieri il Che, oggi Obama; ieri “Heil Hitler”, oggi “Allahu Akbar”. Così cominciamo col togliere le fasce che relegano il cristianesimo a mummia di un cascame della storia. Ricominciamo a riconoscere la struttura cristiana della storia. Non il bel ricordo di un buon uomo. Ma la presenza viva e attuale di un corpo, di una comunità, dove ognuno porta i pesi degli altri. Vita. Tutta la vita. E vita in comune e non solitaria irrorata di psicologia religiosa. Vita come quella di quello lì. Che non girava la Palestina per predicare e indurre pensieri di bontà. Ma per introdurre una realtà nuova di umanità e di comunità nel mondo. Questo è il posto dove il deserto finisce e comincia a fiorire. La comunità. La comunità cristiana.

di Luigi Amicone

Fonte: http://www.tempi.it



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