«La mia Africa, nuova patria di Cristo e della Chiesa»

Nova patria Christi Africa. Lo ha detto il cardinale Roberto Sarah, citando il beato Paolo VI, in una lunga intervista concessa alla rivista francese L’Homme nouveau. In effetti, come ha rilevato una recente indagine dell’istituto Pew Research Religion, nel 2050 le stime dicono che 4 cristiani su 10 vivranno in Africa. L’attuale prefetto della Congregazione […]

Nova patria Christi Africa. Lo ha detto il cardinale Roberto Sarah, citando il beato Paolo VI, in una lunga intervista concessa alla rivista francese L’Homme nouveau. In effetti, come ha rilevato una recente indagine dell’istituto Pew Research Religion, nel 2050 le stime dicono che 4 cristiani su 10 vivranno in Africa.

L’attuale prefetto della Congregazione vaticana del Culto divino, originario della Guinea, ha detto di credere che la chiesa d’Africa è già chiamata «a giocare un ruolo a livello della Chiesa universale». «Oggi, nel contesto di crisi profonda, che vede la fede stessa messa in discussione e i valori respinti, io credo fortemente», ha sottolineato il cardinale, «che l’Africa può apportare, nella sua povertà, nella sua miseria, i suoi beni più preziosi: la fedeltà a Dio, al Vangelo, il suo attaccamento alla famiglia, alla vita, in un momento storico in cui l’Occidente dà l’impressione di voler imporre valori inversi».  La freschezza del cattolicesimo africano è testimoniato anche dal numero crescente di vocazioni sacerdotali, una realtà in netta controtendenza rispetto alla situazione sempre più asfittica dei seminari del mondo occidentale. Sono circa 400.000 i preti africani nel mondo ed è un dato significativo, ma il cardinale Sarah non si nasconde dietro il fatto quantitativo e avverte un problema di fondo.«Certo», ha detto, «[i sacerdoti] hanno studiato molti testi scientifici, ma si trovano incapaci di nutrire il popolo di Dio e di portarlo verso la radicalità evangelica, perché essi stessi non hanno davvero visto o incontrato personalmente Cristo. Dovrebbero essere come Sant’Agostino. Nonostante la sua qualità eccezionale di teologo, la sua parola sortiva dal cuore e dalla sua esperienza. Ecco il profilo dei sacerdoti che vorrei!».

Il problema formativo è una questione complessa e per molti versi rappresenta una ferita aperta nel corpo ecclesiale. «Non possiamo lasciare», sottolinea il cardinale, «che la gente dica o scriva qualsiasi cosa sulla dottrina, la morale (…) La Chiesa non deve esitare a denunciare il peccato, il male e tutte le condotte cattive o perversioni umane». C’è il problema “urgente” di garantire la stabilità del magistero della Chiesa, e l’adattamento alla sensibilità dell’uomo di oggi non deve costituire un pretesto per «adattare l’insegnamento di Cristo e della Chiesa alle circostanze, alla storia o alla sensibilità di qualcuno». Il riferimento è al rischio di separare dottrina e pastorale, un rischio che deve essere assolutamente evitato, pena fondare una pastorale «sulla sabbia». Fedele al ruolo che attualmente ricopre, e a cui è stato chiamato direttamente da Papa Francesco, il cardinale si è soffermato anche sul tema della liturgia che non è affatto periferico. Perché, come sappiamo, è sempre valida la formula lex orandi, lex credendi. Come aveva già rilevato nel libro intervista con Nicolas Diat – Dieu ou rien – il cardinale ribadisce la sua preoccupazione per una «liturgia che diventa un semplice gioco umano. Se le celebrazioni eucaristiche si trasformano in luoghi di applicazione delle nostre ideologie pastorali e di opzioni politiche partigiane, che nulla hanno a che fare con il culto spirituale per celebrare come previsto da Dio, il pericolo è immenso. Sembra urgente mettere più attenzione e fervore nella formazione liturgica dei futuri sacerdoti».

La vera sfida, quindi, è quella di «rendere percepibile l’insegnamento della Chiesa, mantenendo intatto il nucleo della dottrina», un traguardo ineludibile per poter vivere lo stato di missione permanente a cui chiama Papa Francesco. Il cardinale Sarah è convinto innanzitutto che «il magistero deve restare fermo come una roccia. Perché se si crea un dubbio, se il magistero si relativizza al tempo che stiamo vivendo, allora la Chiesa non ha più il diritto di insegnare». Così l’Africa appare sempre di più la «nuova patria di Cristo» e per questo acquistano sapore profetico le intuizioni di San Daniele Comboni. Il patrono dell’Africa al Concilio Vaticano I chiese ai padri di sottoscrivere una petizione a favore dell’evangelizzazione della Nigrizia. Il suo era un «piano per la rigenerazione dell’Africa», una rinascita dell’Africa con l’Africa che confidava nella forza del Vangelo. Oggi davanti ai nostri occhi abbiamo i frutti di quel lavoro missionario, la Chiesa d’Africa sembra effettivamente chiamata ad una missione di ritorno, verso quelle terre da cui ricevettero il Vangelo e che ora sembrano far di tutto per dimenticare le loro radici spirituali e culturali.

di Lorenzo Bertocchi

Fonte: http://www.lanuovabq.it

 



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