La Messa antica e il Vaticano II

Alcune vicende di questi giorni hanno riportato all’attualità i grandi temi della messa secondo il rito antico in connessione con il problema del Concilio. E’ forse utile tornare a ribadire il contorno della complessa questione.

Alcune vicende di questi giorni hanno riportato all’attualità i grandi temi della messa secondo il rito antico in connessione con il problema del Concilio. E’ forse utile tornare a ribadire il contorno della complessa questione.

La messa secondo il rito antico è stata resa possibile, come forma straordinaria dell’unica liturgia eucaristica della Chiesa, da Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007. Successivamente, il 30 aprile 2011, la Commissione Ecclesia Dei ha emanato una Istruzione sull’applicazione del motu proprio. Leggendo questi testi e i numerosi interventi di Benedetto XVI sull’argomento – compresa la famosa lettera, drammatica nei toni e nei contenuti, a tutti i Vescovi del mondo del 10 marzo 2009 – si comprende che la introduzione della possibilità di celebrare secondo il rito antico assume una grande importanza per la liturgia e in generale per la vita della Chiesa, al di là della quantità di fedeli che la richiedano e quindi da misurazioni di successo o di insuccesso quantitativo. Questo atto di Benedetto XVI in qualche modo attesta ulteriormente che la liturgica seguita al Concilio non si oppone a quella in uso nei secoli precedenti e risulta a vantaggio anche della riforma liturgica stessa. Il divieto precedente, solo per il fatto di esserci, insinuava l’idea di una “rottura”. Come se quanto si era fatto prima fosse sbagliato.

La celebrazione secondo il rito antico non è da vedersi in concorrenza con il novus ordo determinato dalla riforma postconciliare, perché non è in dissonanza con la Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum concilium. Inoltre, la messa secondo il vetus ordo può contribuire a correggere gli abusi liturgici che purtroppo continuano ad esserci. Contribuisce ad infondere il senso del sacro e dell’adorazione a fronte degli orizzontalismi di alcune celebrazioni eucaristiche. Contrapporre tra loro in modo reciprocamente escludente i due riti, ordinario e straordinario, è inaccettabile in quanto vorrebbe dire contrapporre due Chiese e due religioni diverse, rompendo la tradizione. Purtroppo è successo spesso che la messa secondo il rito antico sia stata osteggiata ed ostacolata, quando non impedita. La grave lettera di Benedetto XVI a tutti i Vescovi del mondo adombra questa vera e propria opposizione. Come è inaccettabile questo atteggiamento ostativo nei confronti della messa antica, è inaccettabile il rifiuto della messa postconciliare da parte di alcune aree tradizionaliste.

La messa secondo il rito antico doveva essere, negli intendimenti di Benedetto XVI, un elemento fondamentale della “riforma della riforma” e della nascita di un ”nuovo movimento liturgico” che comprendesse ambedue le forme, antica e nuova, della messa e le facesse gradualmente convergere verso una nuova consapevolezza liturgica diffusa. Questa è la strada su cui continuare a camminare. All’inizio del suo Pontificato, a Papa Francesco fu posta la questione da parte dei vescovi della Puglia in visita ad limina. Egli rispose che la Chiesa ha bisogno di cose vecchie e di cose nuove insieme.

Spesso coloro che sono attratti dalla messa antica vengono accusati di non accettare il Concilio. In certi casi è così, ma non sempre e non automaticamente. Del resto, credo che molti di quanti rifiutano pregiudizialmente la messa antica non accettino il Concilio pure loro. Senz’altro non ne accettano la lettera, i testi – elementi su cui Benedetto XVI fino all’ultimo ha invitato tutti a concentrarsi –, il suo collegamento con la tradizione e il ruolo del magistero nella sua interpretazione ed attuazione. Va anche osservato che porre delle serie e fondate critiche a certi aspetti della riforma postconciliare non vuol dire rifiutare il Concilio, in quanto alcune di queste riforme non trovano adeguato sostegno nella lettera della Sacrosanctum concilium. Il cardinale Joseph Ratzinger lo aveva fatto molte volte. Stabilire se l’uso della messa antica è fatta con una mens di rifiuto del Concilio è cosa da appurare di caso in caso. Come pure da appurare di caso in caso sarebbe stabilire se il rifiuto della messa antica esprima una mens contraria al Concilio, seppure di segno opposto.

Per esempio, sostenere che nel Concilio ci sono state delle discontinuità di fatto con gli insegnamenti precedenti e che queste discontinuità vanno spiegate, come del resto il magistero ha già fatto in questi cinquant’anni e continuerà a fare, non significa negare il Concilio. Questo, infatti, è stato detto anche da Benedetto XVI nel discorso del 22 dicembre 2005. Dire che alcune di queste discontinuità riguardano anche la celebrazione della messa e che pure queste vanno spiegate dal magistero, oltre a quanto già è stato spiegato, non significa essere contro il Concilio. Come dicevo sopra, l’introduzione della possibilità di celebrare secondo il rito antico aveva proprio lo scopo di favorire questi chiarimenti. Dire che il Concilio è stato solo pastorale e quindi non ha autorità significa di fatto negare il Concilio. Ma dire che il carattere pastorale del Concilio ha posto e pone diversi problemi, alcuni dei quali sono ancora in attesa di essere risolti e spiegati non vuol dire essere contro il Concilio. Anzi, ciò appartiene all’attuazione del Concilio, che non può essere fatta se la Chiesa non se ne appropria completamente, togliendolo alle interpretazioni del mondo, e non lo inserisce pienamente nell’unità della sua tradizione. Perfino nell’ultimo discorso prima di rinunciare al Pontificato, Benedetto XVI ha parlato di un Concilio di cui si erano impossessati i media, ossia le interpretazioni mondane.



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