La Merkel e le lacrime di una ragazzina

Nel mondo tedesco i fatti sono noti e in Italia se ne è parlato sui giornali ma per chi non li conoscesse ancora li riassumiamo brevemente qui: il Cancelliere tedesco, proprio lei, l’inappuntabile Angela Merkel qualche giorno fa ha partecipato a un programma televisivo nazionale, dove tra il pubblico c’erano diversi tra bambini e ragazzi, […]

Nel mondo tedesco i fatti sono noti e in Italia se ne è parlato sui giornali ma per chi non li conoscesse ancora li riassumiamo brevemente qui: il Cancelliere tedesco, proprio lei, l’inappuntabile Angela Merkel qualche giorno fa ha partecipato a un programma televisivo nazionale, dove tra il pubblico c’erano diversi tra bambini e ragazzi, rispondendo a domande di vario genere sull’attualità, non solo da parte del conduttore ma – per l’appunto – anche da parte del giovanissimo pubblico presente. E’ andato tutto più o meno bene finchè non ha preso la parola una ragazzina, Reem Sahwil, di 14 anni, di origini palestinesi ma arrivata in Germania con la sua famiglia da uno dei tanti campi-profughi del Libano. Una di quelle storie di sofferenza umana che in questi giorni, con i tragici drammi in mare dei migranti, purtroppo sono spesso sui giornali anche di casa nostra. La ragazzina ha esordito dicendo che in Germania si trovava bene e dopo tante peripezie aveva ricominciato a sognare un futuro sereno, per cui sperava tanto di poter trovare finalmente un po’ di pace, lei con i suoi genitori. La risposta del primo ministro tedesco è stata semplicemente stupefacente, se non surreale: con l’atteggiamento supponente di chi si rivolge a una persona di poco conto, gerarchiamente inferiore, Merkel ha liquidato in pochi secondi la domanda di accoglienza della piccola dicendo prima di tutto che gli emigrati nel Paese sono già troppi (testuale) e che non tutti potevano certo sperare di integrarsi, poi ha aggiunto che – comunque – loro, i mitici politici, ad ogni buon conto ‘avrebbero deliberato’ presto su questa specifica materia. Al che la ragazzina, compresa nonostante tutto la clamorosa durezza della risposta, è scoppiata a piangere in pubblico. Proprio in lacrime. Dopo un attimo di esitazione, realizzato di averla fatta grossa, la Merkel si è precipitata da lei, cercando di tranquilizzarla con un fare rassicurante più umano, faccia a faccia. Fin qui i fatti andati in onda in Germania che hanno scatenato nei giorni seguenti i prevedibili titoloni dei pro e dei contro-Merkel nel Paese. Ora, noi non siamo tedeschi e il tema immigrazione è anche uno dei temi più caldi e controversi del momento in Europa ma una cosa francamente la vorremmo dire.

E la cosa è questa: quella scena in tv è stata sinceramente pietosa, non per la ragazzina, s’intende, ma per la Merkel. Certo, nel merito della questione, la risposta del primo ministro è stata politicamente comprensibile e in parte persino fondata (perchè in Germania c’è anche un problema demografico non di poco conto). Il problema è solo che la Merkel non stava parlando al Consiglio dei Ministri con un suo parigrado, o a un question-time in Parlamento: stava rispondendo a una domanda di una ragazzina straniera di 14 anni che chiedeva aiuto per sé e per la sua famiglia. Era una domanda pratica ma con un’implicita richiesta di pietà e prima ancora di empatia umana e solidarietà che invece la ‘lady di ferro’ (che a questo punto appare tale di nome e di fatto) non ha affatto colto. Ce l’aveva davanti ma non l’ha colta, o non l’ha vista, come se fosse cieca. Non vogliamo pensare infatti che l’abbia colta ma abbia voluto apposta far finta di niente (il che sarebbe ancora peggio, evidentemente), diciamo solo che non se ne è resa conto. Ecco, siamo di fronte a un capo del governo che parla con un ragazzino e non si rende conto che sta parlando con un ragazzino. Questa persona è anche il leader tuttora più potente ed influente del Continente, come noto, ma a volte non si rende conto degli interlocutori che ha davanti. Un paio di anni fa una scena simile accadde con il nostro premier, Mario Monti, che interpellato da un cronista scandinavo sull’efficienza delle sue politiche riformistiche davanti ai drammi persistenti della disoccupazione giovanile e dei licenziamenti di mezza età rispose senza cambiare mai espressione facciale sciorinando oscure statistiche, zero virgola e frazioni. Al che il cronista incalzò: “Ma lei si rende conto che nessuno in questa sala comprende quello che sta dicendo?”, più o meno. Non stiamo qui dando giudizi sull’operato politico di Monti o della Merkel evidentemente, ciascuno è libero di pensarne quel che vuole, semplicemente facciamo presente che a volte il metodo coincide (anche) con il merito. L’impressione da spettatori esterni, obiettivamente, è che chi si pone in un certo modo di fronte ai drammi più laceranti della nostra società sia in realtà lontano mille miglia dal cuore del nostro corpo sociale anche se, per dei misteri alchemici che prima o poi andranno indagati, per un paradossale caso della storia si trova addirittura a rappresentarlo. Non sorprende, allora, che se l’Europa – intesa come Unione Europea – oggi ha sempre più il volto della Merkel, ben pochi siano i cittadini disposti ad entusiasmarsi per il progetto comunitario e qualsiasi altra cosa che, velatamente o meno, ad esso rimandi. Non è questione solo di una risposta sbagliata o di un atteggiamento pubblico arrogante: è che quella risposta o quell’atteggiamento appaiono come il segnale ultimo della distanza siderale che ormai si riscontra tra la classe politica europea e i rispettivi popoli. Si tratta di un problema serio e sarà bene affrontarlo prima che i populismi ideologici delle varie risme vi lucrino sopra con la loro propaganda utopistica. I popoli europei, al di là delle naturali e storiche rivalità, dopotutto si sono sempre sentiti figli di una stessa madre mentre oggi se ne vorrebbero liberare al più presto, non solo in Grecia. Un politico che abbia a cuore le sorti del proprio popolo a nostro avviso dovrebbe anzitutto cercare di capire l’origine e il perchè di questa convinzione radicata e diffusissima, magari interpretarla – senza per questo farsene travolgere – e poi provare a elaborare delle risposte di buon senso, possibilmente vicine al sentire dell’elettorato comune. Allora, forse, l’impegno per la cosa pubblica tornerebbe a essere finalmente percepito come una forma, tra le più alte, di carità sociale, e quindi a essere più rispettato: sarebbe un guadagno sicuro per tutti, per chi fa politica, per chi la osserva, e anche per chi la sceglie.



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