La lentezza secondo David Le Breton

L’uomo nel mondo ebraico è concepito come un’unità vivente. Non c’è una separazione tra il corpo e l’anima, ma un essere intero fatto di carne permeata del soffio vitale dello Spirito di Dio. Il mondo greco classico invece traccia una linea netta di demarcazione tra corpo e anima, il primo materiale e mortale, la seconda […]

L’uomo nel mondo ebraico è concepito come un’unità vivente. Non c’è una separazione tra il corpo e l’anima, ma un essere intero fatto di carne permeata del soffio vitale dello Spirito di Dio. Il mondo greco classico invece traccia una linea netta di demarcazione tra corpo e anima, il primo materiale e mortale, la seconda immateriale ed eterna.. Nel mondo cristiano si arriverà ad una fusione delle due diverse visioni con un’accentuazione in più e assolutamente originale, sia pure lampeggiante qua e là anche nell’Antico Testamento: la fede nella resurrezione della carne trasfigurata e sublimata in un corpo glorioso e immortale.

In un’epoca che quasi non si preoccupa più di meditare su questi fondamenti o liquida la questione riducendo l’uomo a un fascio di impulsi organici e di dinamiche chimiche, il sociologo, docente e antropologo francese David Le Breton ha elaborato una sua visione particolare dell’uomo che ridona anima ai sensi e sensibilità all’anima. Le Breton è stato ospite dell’Alliançe française mercoledì 11 maggio a Trieste. Nel corso della mattinata ha parlato agli studenti della Scuola interpreti sul tema “Del silenzio e della lentezza”, mentre nel pomeriggio è stato ospite della Libreria Ubik in Galleria Tergesteo. Il pensiero di Le Breton è intessuto di antica saggezza, buona filosofia e sano realismo. I due poli del suo pensiero sono da una parte il recupero della totalità della persona umana, dotata di un sistema sensoriale molto più vasto e ricco di quanto si creda, e dall’altra l’appello, direttamente collegato al primo, a vivere il proprio tempo e la propria esistenza con più lentezza. Questa visione è disseminata nella sua vasta opera di cui citiamo alcuni dei saggi più noti: “Antropologia dei sensi”, “Esperienza del dolore”, “Il mondo a piedi” e “Camminare”.

In “Antropologia dei sensi” Breton intesse un testo che ricorda per i temi trattati e per l’eleganza della forma uno degli ultimi scritti di Italo Calvino: “Sotto il sole giaguaro”, incantevole e raffinato viaggio nell’universo delle percezioni sensoriali ritrovate nella pienezza della loro forza conoscitiva, evocativa e poetica. Non dobbiamo mai dimenticare che il nostro vissuto è un deposito prezioso messo insieme attraverso il lavoro dei sensi. I sensi sono come delle sonde sottili e potenti, che vibrano ad ogni minimo tocco, profumo, gusto, suono e visione. Da queste percezioni, a cui partecipano secondo Le Breton molti più sensi di quanto si creda — potenze sottili e non ancora nominate e ben conosciute, chiamate per comodità sesto senso o intuito —, come un’ape dall’intuito sicuro e magnifico, l’uomo trae il distillato dei contenuti della sua coscienza, della sua memoria e della sua esperienza. I sensi sono come dei canali che scendono in profondità e che fanno affiorare in superficie la quintessenza della materia più o meno sottile custodita nel cuore della terra e della nostra vita fisica e spirituale. Tra questi due versanti, il visibile e l’intangibile che ci costituiscono, esiste una trama di fili sottilissimi che li legano insieme.

Ma per soffermarsi sulle sensazioni provate, per assaporarle bene e trarne l’elisir della nostra vita e della nostra pace interiore, è necessario avere tempo e imparare a muoversi con più lentezza. Il camminare è una delle attività più fertili in questo senso, a patto che si possieda l’arte di camminare. Infatti ci si può avventurare in solitudine tra boschi, sentieri, campagne e valli, con la mente ancora gravata dagli assilli quotidiani. In questo modo il corpo cammina ma la mente è in tumulto e macina progetti, ansietà, paure, portandosi dietro il bagaglio di tutti i sentimenti sgradevoli provati nei giorni bui e deserti della nostra esistenza. Allo stesso modo una mente ben concentrata e disposta, nonché allenata, a riposare in se stessa può sintonizzarsi su un ritmo lento e riposante anche quando svolge le sue quotidiane attività.

Ritrovare la lentezza perduta a causa dei nostri ritmi veloci e dell’assillo di fare tante cose — sorta di surrogato di una pienezza qualitativamente diversa e più appagante —, ritrovare questa calma dei sensi e del pensiero nella temporalità interiore che è un eterno attimo protratto all’infinito, una durata senza limite, è una piccola grande rivoluzione spirituale e concreta. Passeggiare è ottimo per ciascuno di noi. La natura è una grande palestra dove esercitare la propria capacità di meditare, di staccarsi dall’ordinario e di gustare la gioia della lentezza. Piano scaviamo in noi un anfratto di ombra accogliente e con il tempo diventiamo capaci di ripararci nel suo grembo e di stare tranquilli anche in mezzo al vortice dei nostri impegni e dei nostri doveri. La saggezza è fatta anche di questi esercizi quotidiani i cui attrezzi sono la nostra intelligenza, il nostro cuore e la nostra disponibilità all’abbandono. Le Breton ci invita a un allenamento costante affinché impariamo l’arte della fuga, «una fuga per riprendere fiato, aguzzare i sensi, rinnovare la propria curiosità e vivere momenti eccezionali».

 



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