La giornata della memoria e Santa Teresa Benedetta della Croce

Come ogni anno, la Giornata della Memoria offre l’occasione per una riflessione approfondita sull’origine di quei fatti, non solo politica s’intende, giacché il male è anzitutto una presenza metafisica, il significato per noi oggi e il loro valore storico. Molto si potrebbe dire e tanto naturalmente è stato già detto. Per contro nostro, ancora una […]

Come ogni anno, la Giornata della Memoria offre l’occasione per una riflessione approfondita sull’origine di quei fatti, non solo politica s’intende, giacché il male è anzitutto una presenza metafisica, il significato per noi oggi e il loro valore storico. Molto si potrebbe dire e tanto naturalmente è stato già detto. Per contro nostro, ancora una volta vorremmo tornare su Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce, la cui originale vicenda biografica riassume in sé, come disse Giovanni Paolo II, che la volle co-patrona d’Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena, tutta la tragicità del ‘secolo breve’, o meglio ‘il secolo assassino’, per usare le celebri e significative parole dello storico Robert Conquest. Parlare di lei non è facile perché soprattutto negli ultimi tempi la sua figura è stata fatta oggetto di letture di parte disinvolte di ogni tipo e piuttosto in linea con questo o quel clichè dei giorni nostri. Così, si è letto di una Stein ribelle e anticonformista (per i suoi tempi), poi di una Stein proto-femminista, quindi di una Stein un po’ anarchica in alcuni suoi atteggiamenti. Clichè, appunto. Nient’altro che clichè. Troppo forte il fascino che emana questa donna straordinaria per parlarne come di una convertita contagiosa che offrì la sua stessa vita liberamente in olocausto come espiazione per i peccati e l’avvento del Regno di Dio. Una contemporanea dotata di un’intelligenza straordinariamente prodigiosa in grado di parlare ai contemporanei come pochi altri appunto perché proveniente da mondi ‘altri’ (il complesso universo ebraico dell’Europa centro-orientale) e passata per la professione dichiarata di un ateismo orgoglioso come è solitamente quello – questo sì forse un pò stereotipato – dei giovani che rifiutano il mondo e i modelli dei loro genitori semplicemente perché proviene dai loro genitori. Ma proprio per questo l’immagine che più dovrebbe rimanere di lei dovrebbe essere quella della convertita che lascia tutto, letteralmente tutto, per scommettere solo sulla Provvidenza divina perché questo voleva dire convertirsi al cattolicesimo in quell’ambiente e in quella particolare stagione storica per amore di Cristo fino a diventare Santa.

Leggendo la sua vita, in particolare, restano a nostro avviso tre scene che la raccontano meglio di tanti altri aneddoti e testimonianze. La prima: quando recandosi a casa di una cara amica (cristiana) per confortarla della morte prematura del marito rimane sconvolta dalla forza che l’amica stessa trasmette parlando della Risurrezione che ora attendeva il suo amato. Mai prima di allora un’occasione di lutto si era trasformata in un momento di speranza e – cosa indicibile – persino di pacificante serenità. Era questa, come scriverà lei stessa, la forza che il Crocifisso infondeva nei suoi seguaci e dinanzi alla quale nessuna forza del mondo poteva competere. La seconda, qualche tempo dopo: quando passando le vacanze estive a casa di amici una sera – non riuscendo ad addormentarsi – nella biblioteca di questi trova un libro che non aveva mai letto, l’Autobiografia di Santa Teresa d’Avila, e che comincerà a leggere senza riuscire a smettere fino ad arrivare a mattina, per dire entusiasta, terminata l’ultima pagina: “questa è la verità!”. Convertitasi, anni più tardi, diventerà infatti una discepola professa del Carmelo, figlia spirituale a tutti gli effetti della grande mistica spagnola. Infine, l’ultima scena: a Francoforte, nel Duomo, una mattina di un giorno feriale come tanti altri, in cui – attirata dalla monumentalità del luogo – decide di entrare e resta sorpresa nel vedere una semplice donna del popolo che – ancora con la busta della spesa sotto il braccio – s’inginocchia in adorazione silenziosa davanti al Tabernacolo, qualcosa che nelle sinagoghe, come pure nelle celebrazioni protestanti a cui aveva partecipato non aveva mai visto, come se lì – mai intuizione fu più profetica – ci fosse una Presenza reale che attendesse un incontro personale con i suoi fedeli.

Quindi, per ricapitolare, fede nella Risurrezione, meditazione della Santità, adorazione dell’Eucaristia al di fuori della Messa, questi furono i tre episodi che cambiarono la vita alla Stein, almeno all’inizio. Certo, poi ci furono anche le amicizie laicali e le frequentazioni religiose, gli ambienti buoni e gli altri incontri ‘provvidenziali’ ma all’inizio furono queste esperienze forti a segnare il suo cammino di vita e su queste impegnò le sue scelte future, fino all’ultima, che la portò ad Auschwitz, insieme alla sorella, anch’essa nel frattempo convertitasi, su un treno da cui non fece mai più ritorno nell’agosto del 1942. In tutto questo non c’è molta sintonia con la mentalità del mondo, per la verità, ieri come oggi. Non vogliamo qui mettere tra parentesi la questione ebraica, naturalmente, che in ultima analisi fu il motivo per cui venne prelevata dal Carmelo e condannata a morte ma solo inquadrare la sua vita per quello che realmente fu, cioè una sequela radicale di Cristo in cui il battesimo e la vita consacrata erano proprio il compimento ultimo – come raccontano le Scritture – dell’attesa messianica di Gerusalemme culminata con la Rivelazione divina neo-testamentaria. Poi, se proprio dovessimo aggiungere dell’altro, diremmo che non solo la sua vita attiva ma anche la sua produzione filosofica resta una vetta insuperata, soprattutto in campo germanofono, del secolo scorso. Si pensi tra gli altri solo al tema della natura e della vocazione femminile, per l’appunto, in cui la sua voce resta autorevolissima – sia in quanto donna, che in quanto filosofa, che in quanto credente, che in quanto docente di scuola ed educatrice – eppure largamente ignorata anche da chi dovrebbe rivalutarne l’eredità morale come se dopo di lei ci siano stati chissà quanti e quali geni della retta antropologia umana teologicamente ispirata. Insomma, ci manca molto oggi una come lei, davvero molto. Una che guardava i suoi interlocutori interrogandone anzitutto l’anima perché – evangelicamente – è l’anima che costruisce la persona umana, convinta del fatto che, tra tutte le anime, quelle femminili andassero poi custodite in modo speciale perché è a loro che il Signore ha affidato la cura e l’educazione dell’uomo, il tesoro più prezioso di tutto il creato.



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