La felicità sta nell’obbedienza

Vita Nuova di venerdì 5 settembre pubblicava un’ampia intervista a Costanza Miriano, scrittrice e giornalista autrice del libro “Obbedire è meglio”. La riportiamo per intero su VN on line.

Leggere i libri della giornalista e scrittrice Costanza Miriano — “Sposati e sii sottomessa”, “Sposala e muori per lei” e l’ultima fatica “Obbedire è meglio” (Sonzogno, 2014, pp. 175, euro15,00) — è un’e-sperienza che ti afferra l’anima. Le sue sono parole che hanno tutti i colori e le linfe della terra, che salgono dalla terra stessa, dal suo impasto spesso fangoso. Queste stesse parole che abbracciano il corpo del mondo con tutti suoi pesi e i suoi limiti hanno al contempo il profumo della vita autentica, della bellezza, della libertà umana fecondata da Dio.

Seguendola nel suo fluido e acuto raccontare, accompagnandola per un tratto nei suoi arditi e coraggiosi equilibrismi per tenere insieme il lavoro, la famiglia, il marito e i quattro figli e una ricchissima rete di amicizie e di relazioni, ci prende una sorta di vertigine. Ci chiediamo come riesca ad arrivare viva e integra, fisicamente e mentalmente, alla fine di una delle sue giornate. Come faccia a consegnarsi con tanta generosità alle mille richieste della sua quotidianità, ad esserci sempre, anche quando si sente esausta, distrutta o perfino nauseata.

Non vi è traccia in lei di un banale e facile ottimismo. Né di retorica romantica sull’amore tra uomo e donna, né oleografie buoniste sull’impegno quotidiano. Consapevole di tutte le contraddizioni e i sacrifici che una famiglia comporta, non trasfigura, non sublima, non riscrive la realtà ornandola come un santino. Sa che uomo e donna sono diversi, che l’amore cambia nel tempo e non è sempre trascinante passione. Che i figli sono un’apertura incondizionata alla vita con tutte le sue incognite, un rischio, certo meraviglioso, ma non per questo meno difficile da accettare e gestire nella vita di ogni giorno.

A tutte queste domande, nate dopo aver letto il suo ultimo libro “Obbedire è meglio”, ho trovato risposta parlando direttamente con Costanza nell’intervista che le abbiamo fatto, in attesa di incontrarla lunedì 8 settembre, ospite del primo degli “Incontri con l’autore” promossi dalla Cattedra di San Giusto. Il modo di risponderti, di accoglierti, di ascoltarti, la sua dolcezza e intelligenza profonde sono già una risposta. La sua è una fede che si sente, si tocca, si respira, una fede che ti si fa incontro come una mano che stringe la tua con generosità e calore sinceri. Si avverte che è presente, con tutta se stessa, in ogni momento, in ogni cosa, come se fossero gli unici. Non le sfugge nemmeno un punto del prezioso ricamo con cui ogni giorno intesse, appassionata e paziente, un nuovo capitolo della sua vita. Mentre parla con me è con me, interamente, con tutta la sua luce, la sua bellezza e la sua forza.

 

Sembra che oggi il concetto di obbedienza sia molto inattuale e anche poco valorizzato. Lei che cosa intende per obbedienza?

Quello dell’obbedienza è sicuramente uno dei concetti più ostili all’uomo contemporaneo che ha fatto dell’autodeterminazione individuale il principio guida della sua esistenza. Pensiamo a quello che sta accadendo sul versante del diritto naturale con la negazione dell’identità sessuale e della differenza biologica tra i sessi. Si crede che la libertà vera coincida con la libertà di essere solo ed esclusivamente se stessi e di esprimere la propria individualità, con tutti i suoi limiti, le sue debolezze e i suoi impulsi.

Per noi credenti invece il fondamento della vera libertà è l’obbedienza non a noi stessi, ma all’unica vera fonte del nostro essere ed esistere che è Dio. Obbedire significa ascoltare la Sua Voce in ogni più piccolo filamento del tessuto variegato e complesso che è il nostro quotidiano. Obbedire è aderire al contesto in cui ci troviamo a vivere ogni giorno, dove Dio ci ha voluto. La tendenza spesso è quella di fuggire in un mondo ideale, a misura delle nostre emozioni e dei nostri desideri più immediati. Obbedire è ascoltare quotidianamente la Parola d’amore che Lui ci rivolge, dare il nostro assenso incondizionato alla vita — quella e non un’altra, quella in cui mi trovo inserito e chiamato ogni giorno ad operare —, accettando il fatto che io sono “quella” persona in “quel” contesto e non ciò che vorrei essere al di fuori. Questa è la prima e vera fonte dell’obbedienza.

Logicamente per obbedire a qualcuno bisogna fidarsi di lui, sentire con il cuore la sua autorevolezza (non autorità). Non è impresa facile, con i tanti sedicenti “maestri” che ci circondano.

Il fatto che il concetto di obbedienza, così come è stato a lungo inteso, sia stato demolito dall’uomo moderno ha anche i suoi aspetti positivi. Quando l’obbedienza viene ridotta alla cieca sottomissione ad un’imposizione violenta, allora diventa oppressione e privazione della libertà a cui l’uomo è stato chiamato da Dio.

La vera obbedienza per me invece coincide proprio con la nostra vocazione alla grandezza e alla libertà che ci possono venire solo da Dio. Obbedire allora significa affidarsi all’immenso amore del Padre, ascoltare la sua Parola di infinito amore che ci interpella e ci chiama non per renderci schiavi, ma per salvarci ed elevarci a quella libertà e grandezza per le quali ci ha creati

In un passo del suo ultimo libro “Obbedire è meglio” lei afferma che la vera fede è quella incarnata, che ci fa stare nel fango, nel traffico, nella frenesia della vita quotidiana. Come conciliare questa visione con l’altrettanto forte urgenza spirituale e mistica della nostra fede?

Siamo spesso tentati di ridurre la nostra fede a un vago spiritualismo emotivo. Basta guardare gli scaffali delle librerie traboccanti di libri che promettono mille ricette per trovare la pace e la serenità interiori. Questa venatura spirituale più emotiva può essere uno dei tanti momenti della nostra vita di fede. Io credo che il vero spazio di espressione e testimonianza di fede sia il quotidiano con tutte le sue contrarietà. È qui che dobbiamo stare. Lo spiritualismo emotivo a volte è solo una proiezione dei nostri ideali e delle nostre nevrosi. La mistica nella sua forma più piena e significativa è per me vivere pienamente la realtà concreta e determinata in cui Dio mi ha posto. La nostra è la fede del Dio incarnato, sceso sulla terra, dentro un’esistenza limitata che il suo sacrificio d’amore ha illuminato e liberato.

Lei in numerosi passi del libro si sofferma a parlare dell’abuso di parole in cui spesso tutti inciampiamo.

L’abuso di parole è un tratto distintivo della nostra epoca. Pensiamo alla tv, a Internet, a tutte le nuove forme di comunicazione sul web. La parola rischia di perdere forza, valore e senso.

Il mio padre spirituale a questo proposito mi consiglia sempre di pensare prima di parlare e di pregare prima di pensare. Noi tendiamo invece nella vita di tutti i giorni a parlare a briglia sciolta, con tutte le spiacevoli conseguenze che ne derivano. Abbiamo smarrito il senso del peso delle nostre parole, la consapevolezza di quanto male possano arrecare, come ci ammonisce la “Lettera” di Giacomo.

Per porre un limite a questa alluvione di parole e ai danni più o meno gravi che provocano dobbiamo renderci conto dell’influenza che esse esercitano sul pensiero. Il rapporto tra parola e pensiero è duplice: se il pensiero condiziona la scelta delle parole, anche queste a loro volta determinano i nostri pensieri. Sorvegliare le parole aiuta a sorvegliare anche i nostri pensieri. Un parlare buono e giusto determina un buono e giusto pensiero.

Dovremmo esercitarci quotidianamente a ritrovare il valore profondo delle parole. Impariamo a dare tempo al pensiero prima di esprimerlo verbalmente, a rimandare un’osservazione, una lamentela, una chiacchiera. Ci accorgeremo che spesso ciò che ci sembra assolutamente necessario dire oggi, domani non ci appare più così urgente, anzi, forse ci sembra anche inutile se non dannoso. In questo senso il tempo può diventare un nostro grande alleato.

Sempre nel suo ultimo libro lei avanza delle perplessità su certe forme di proselitismo a suo avviso poco efficaci (“l’incontrino”, il “gruppetto”, il “convegnone”, a p. 99 di “Obbedire è meglio). Come andrebbe oggi portata avanti la nuova evangelizzazione?

L’oceano di parole in cui nuotiamo ogni giorno ci ha resi tutti un po’ stanchi di sentir parlare e solo parlare. Proprio perché la nostra è una fede incarnata abbiamo bisogno di gesti concreti più che di sole parole. Gesti che tocchino in profondità i cuori delle persone, gesti non calcolati o finalizzati a scopi e interessi puramente personali. L’altro viene raggiunto e afferrato dalla fede quando sente che io sono disposto a perdere qualcosa per lui. Ad esempio se la gente sa che io vengo pagata per partecipare a tutti gli incontri a cui sono invitata per parlare di Gesù, la mia testimonianza non ha alcun valore. Se invece gli altri sanno che tu per loro perdi qualcosa allora ti ascolteranno. Questa è la vera testimonianza: una vita santa.

La nuova evangelizzazione passa attraverso la santità delle nostre esistenze concrete, quella santità che ci rende capaci di “diminuirci” per fare spazio agli altri. Questa disponibilità a perdere sempre qualcosa rende vivo e contagioso l’annuncio della nostra fede.

Nei suoi libri lei parla molto della famiglia nella sua odierna concretezza e del rapporto tra uomo e donna. Un rapporto complesso, spesso difficile, riguardo al quale lei ha una visione molto precisa e realistica, senza velami romantici e illusioni. Ce ne può parlare?

L’emancipazione femminile è stata sicuramente positiva in quanto ha portato ad uno sguardo legittimo sulla donna, dopo tante ingiustizie e discriminazioni.

I guai sono cominciati quando la donna ha voluto adottare la logica maschile, trascurando il fatto che uomo e donna sono diversi costituzionalmente. Pensano e parlano in modo diverso, hanno esigenze diverse. Ciò che l’uomo dice alla donna e viceversa deve essere sempre filtrato e tradotto. Sono due universi complementari ma governati da leggi differenti.

Un errore molto diffuso oggi è anche quello di pensare che l’amore, quello vero, sia solo un’emozione. È anche questo, specie all’inizio, ma non solo questo. L’amore cambia nel tempo e ci richiede di assumerlo così com’è, con i suoi limiti, le sue contraddizioni, gli sforzi e i sacrifici che ci richiede costantemente. L’uomo moderno è tutto emozione e fa fatica ad accettare che un amore autentico è anche scelta, decisione di sacrificarsi nella consapevolezza che ne vale la pena perché si entra in un altro livello, più difficile ma anche più bello.

Un’ultima domanda: lei valorizza molto l’inserimento della fede nella realtà concreta, nella vita di famiglia, con la donna madre, moglie e lavoratrice che nell’affrontare con spirito oblativo l’affanno di tutti i giorni trova il suo senso e la sua realizzazione come cristiana. Esistono altri modi, al di fuori della vita religiosa, con cui una donna oggi può realizzare la sua vocazione cristiana?

Questo secolo è il secolo dei laici. Verso ognuno di noi Dio nutre un amore unico. Questo amore noi lo sperimentiamo e lo trasmettiamo agli altri nel posto in cui ci troviamo, dentro la vita che Lui ci ha donato, con quelle caratteristiche, quelle necessità che sono le “nostre” e soltanto “nostre”. È all’interno di questo “luogo” che Dio ha posto me, chiamandomi a coltivarlo e farlo fiorire in modo adeguato alla sua natura e concretezza. In questo senso anche la maternità può essere espressa nella sua forma più alta e feconda anche se una donna non può diventare fisicamente madre. Mi viene in mente Madeleine Dubrel che, senza essere una religiosa, fu una madre fecondissima nella spiritualità.

Ciò che ci fa cristiani è un rapporto personale sul quale il Signore lavora insieme a noi per la nostra salvezza. Lui è come il Navigatore che, anche quando sbagliamo strada e non sappiamo più da che parte andare per arrivare a destinazione, si inventa comunque un’altra via. Lui ci sostiene sempre, lungo il nostro percorso costellato di errori, facendo sì che anche quando finiamo fuori strada ci sia sempre una nuova possibilità, un’altra imperdibile occasione per andare a Lui che sa scrivere diritte anche le nostre righe storte.



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