La delibera sulle DAT è diseducativa

La delibera comunale sulle DAT è diseducativa, dà importanza ad uno strumento inutile, cita la Costituzione in modo discutibile, pretende di trasformare il medico in un esecutore e non serve ad altro che a creare una mentalità pro eutanasia.

Anche Trieste avrà dunque un luogo dove raccogliere le DAT. Può forse aiutare a capire meglio qualche considerazione di stretto ambito bioetico.

Discrepanza tra momento decisionale ed applicativo

Prima fra tutte la discrepanza tra il momento decisionale e quello applicativo: l’“ora per allora”, come viene sinteticamente detto, non dà alcuna garanzia di rispetto delle reali intenzioni del paziente. L’esperienza insegna che la percezione soggettiva di sofferenza è molto difforme nello stato di benessere da quello di malattia. Ciò che non è nemmeno pensabile quando si sta bene è invece affrontato molto diversamente in condizioni precarie. Né l’istituzione di un “garante”, umanamente vicino al sentire dell’ammalato e dunque in grado di interpretarne la volontà e da lui scelto, che sorvegli l’applicazione delle direttive, dona tranquillità: sono ormai molti gli studi che evidenziano una discrepanza tra ciò che l’estensore delle Dichiarazioni vuole quando è davvero ammalato e quello che il suo fiduciario pensa che voglia!

Le DAT hanno carattere vincolante?

Grande è poi la discussione in merito alla vincolarità delle DAT per il curante: detto in breve, se il medico fosse obbligato ad obbedire pedissequamente, il rapporto medico paziente si ridurrebbe ad un contratto sociale che nulla ha a che vedere con la presa in carico che fonda e caratterizza l’esercizio della medicina. Vogliamo medici che si prendono cura di noi o burocrati che trascrivano sulla carta i desideri? La Convenzione di Oviedo, citata nella delibera triestina, riconosce “solo” che il medico terrà conto delle volontà espresse dal paziente, ma non dice affatto che esse possano o debbano essere scritte con mesi quando non con anni di anticipo. Non forziamo, fuori contesto, suggerimenti e indicazioni: lo scenario descritto è chiaramente quello di auspicare la massima interazione e il corretto rapporto interpersonale tra ammalato e curante.

Uso dinsinvolto della Costituzione

La delibera comunale di Trieste cita, un po’ disinvoltamente, asserzioni giuridiche che hanno non univoche interpretazioni. L’esempio paradigmatico è quello dell’articolo 32 della Costituzione Italiana, che si vorrebbe fondativo per un’autonomia personale assoluta e che ha, come in molti hanno fatto notare, un contesto compilativo molto difforme da quello in cui lo si vorrebbe oggi collocare. Nasce all’indomani di un orrore fatto conoscere al mondo intero dal processo di Norimberga, e vuole mettere al riparo dal ripetersi in Italia di atti medici crudeli e poco scientificamente fondati, condotti per scopi abietti sulla pelle di persone umane. Nasce come garanzia di un corretto svolgimento delle sperimentazioni farmacologiche che allora iniziavano a proliferare. Nasce come minimo etico che la Costituzione stabilisce per contenere l’invadenza di uno stato che volesse decidere chi può morire, proprio come era accaduto – con le leggi razziali e le autorizzazioni alle sperimentazioni nei campi di concentramento nazionalsocialista e come oggi ci dicono che continui ad accadere per i trapianti d’organo forzati, in parti del mondo non precisamente governate democraticamente. Ma dietro al fragile riparo di una norma dello stato, che può anche sembrare solida al giurista, neppure il dettato costituzionale può pensare di evitare gli abusi. Vogliamo essere sinceri fino in fondo, a costo di sembrare sfacciati? Che ne è dell’articolo 32 nei confronti dei feti abortiti? Si chiede forse il consenso informato al nascituro per eseguire, talvolta con la umiliante – per chi lo subisce – dicitura di “terapeutico”, un trattamento medico (lo esegue un medico!) di aspirazione con cannula Karman?

Le DAT non servono

Le quali non servono, là dove sono istituite raggranellano poche iscrizioni, tanto da indurre i loro sostenitori a campagne di promozione, e sono altamente diseducative: un giovane potrà pensare sempre più facilmente che non vale la pena di faticare, soffrire, impegnarsi. Non varrebbe la pena studiare come alleviare il dolore e la sofferenza, come escogitare una politica della vicinanza e non dell’abbandono, come creare reti di solidarietà e di supporto. Ma istituire un Registro delle DAT serve, eccome, a fare pubblicità ad una idea, a mostrare di condividere una antropologia, a collocarsi con una posizione ben precisa nel panorama biopolitico. Sarà un caso se il sindaco di Trieste è fotografato su Il Piccolo mentre firma la petizione radicale sull’eutanasia? Credo di no, perché le DAT sono la via della sdoganatura della parte ancora sgradevole della parola eutanasia.



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