La Corea del Nord uccide i disabili perché improduttivi. Noi lo facciamo «per motivi compassionevoli»

Un disertore del regime comunista racconta la vita dei disabili sotto la dittatura. Un filosofo tedesco giustifica «l’aborto post-natale» secondo la logica della qualità della vita

La Corea del Nord non è un Paese per disabili. Il ritornello della propaganda del regime comunista usa spesso frasi di questo tipo: «Non esistono persone con disabilità sotto il governo dei Kim», la dinastia dei dittatori, «tutti sono uguali e vivono bene». La diversità in un totalitarismo è una colpa ed è per questo che «i bambini disabili vengono sottratti alle madri e portati via, costretti a soffrire pene indescrivibili, quando non vengono uccisi».

Questa è la testimonianza resa da Ji Seong-ho, 32 anni, scappato dal Paese dopo l’amputazione della gamba sinistra sopra il ginocchio e della mano sinistra al polso in seguito a un incidente. Ji, come riporta il Telegraph, racconta che cosa succede alle persone con disabilità in Corea del Nord e le sue parole combaciano con precedenti testimonianze di altri disertori: «Il regime vuole fare le cose “legalmente”. O li porta via dopo il parto oppure si offre di comprare i disabili ai genitori, affermando che si prenderanno cura di loro. Chi rifiuta, viene minacciato. Una volta acquistati, i bambini vengono uccisi o usati per esperimenti con armi chimiche. La stessa sorte tocca agli adulti».

Ji ricorda quello che ha subito dopo aver ricevuto le amputazioni: «Le autorità mi dicevano che in quanto disabile urtavo la dignità della Corea del Nord e umiliavo [l’ex dittatore] Kim Jong-il. Mi dicevano che le persone come me dovevano morire. È orribile: durante la carestia degli anni Novanta, ai disabili non veniva più dato cibo perché non essendo capaci di lavorare, non erano ritenuti elementi produttivi della società. L’80 per cento di loro è morto di fame. Il regime ci considera inutili e questo è il messaggio che fa passare nella società».

«Questo bambino [disabile] ha la capacità di crescere in modo tale da avere una vita e non semplicemente essere vivo? Se capiamo che non ce l’ha, allora dovremmo concludere che la sua vita non è degna di essere vissuta». Quest’ultimo ragionamento non è stato fatto da un’autorità nordcoreana a Ji Seong-ho ma dal filosofo Udo Schuklenk (foto sotto) in un articolo dal titolo I medici possono a ragione fare l’eutanasia a certi bambini gravemente compromessi, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica The Journal of Thoracie and Cardiovascular Surgery.

Nell’articolo Schuklenk spiega che «il rispetto per la dignità umana richiede che si ponga fine alla vita dei bambini per motivi compassionevoli». L’infanticidio è legittimo una volta che si ragiona dal punto di vista della «qualità della vita». Per il filosofo, che segue le teorie di Peter Singer, più che di eutanasia bisognerebbe parlare di «aborto post-natale», sul quale i genitori devono «decidere liberamente» perché i bambini appena nati «sono più simili a un feto che a noi [adulti]». Schuklenk scrive infine che non bisogna aver paura che nel futuro i bambini vengano uccisi dopo la nascita in modo indiscriminato perché in Olanda, dove la pratica è già legale, sono stati uccisi “solo” quattro neonati in 15 anni.

I crimini e le atrocità commessi dal regime nordcoreano non possono in alcun modo essere paragonati tout court alla pratica dell’eutanasia. Ma qual è la differenza tra la concezione della dittatura comunista e il pensiero del filosofo tedesco, già a capo della commissione sul fine vita della Royal Society of Canada?

Il regime nordcoreano ritiene che la disabilità offenda il leader supremo, mettendo in discussione la sua capacità di offrire una vita uguale e felice a tutti, il filosofo tedesco, la cui teoria è già applicata in pratica da Olanda e Belgio, ritiene che i bambini gravemente disabili offendano la dignità umana; il regime li considera inutili perché improduttivi, il filosofo li classifica inutili perché incapaci di «avere una vita»; il regime li toglie alle madri dopo la nascita promettendo che si prenderà cura di loro, il filosofo fa la stessa cosa per motivi compassionevoli; il regime finisce per ucciderli, il filosofo pure. Nel primo caso però si parla di crimini contro l’umanità, nel secondo di aborto post-natale. La Corea del Nord non è un Paese per disabili. Ma non è l’unico.

di Leone Grotti

Fonte: http://www.tempi.it



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