La comunione ai risposati secondo un laico cattolico

I media laicisti fanno un pressing forsennato perché dal Sinodo esca il disco verde alla Comunione ai divorziati risposati. Giorni fa dalle pagine del Foglio ho rivolto una serie di domande, non riuscendo a comprendere come si potesse affermare che consentire di ricevere l’Eucaristia ai divorziati risposati non costituiva affatto un cambiamento di dottrina. Devo […]

I media laicisti fanno un pressing forsennato perché dal Sinodo esca il disco verde alla Comunione ai divorziati risposati. Giorni fa dalle pagine del Foglio ho rivolto una serie di domande, non riuscendo a comprendere come si potesse affermare che consentire di ricevere l’Eucaristia ai divorziati risposati non costituiva affatto un cambiamento di dottrina. Devo purtroppo registrare il fatto che ad oggi nessuno ha avuto la carità d’indicarmi come ciò fosse possibile, in che modo cioè una tale prassi eucaristica non contraddirebbe la dottrina. Il feed-back argomentativo a quell’articolo, opera di una mezza tacca come il sottoscritto (e come tale quindi abbastanza rappresentativo del cattolico medio che frequenta regolarmente la Messa) mi pare possa essere concettualizzato come segue:

1) Teorie pseudo-misericordiste. Poggiando sulla infinita Misericordia di Dio, prevedono che il perdono e la giustificazione avvengano senza preventivo riconoscimento del peccato, senza pentimento e senza proposito di non peccare più. Come ha ricordato il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Müller, “anche la santità e la giustizia appartengono al mistero di Dio”. Facendo un’analogia ardita, ma non ingiustificata, la cosa prenderebbe le forme di un’amnistia automatica permanente. Ricevere l’Eucaristia dovrebbe servire a non ricadere nello stesso peccato che si identificherebbe con il solo divorzio, termine sostituito dal ben più romantico “naufragio”, mentre dell’adulterio non si farebbe più menzione, non pervenuto, deparecido. È ignota la motivazione per cui tale approccio dovrebbe essere riservato solo ad una particolare fattispecie di violazione del VI e del IX comandamento. Fa parte di questo filone la deformazione della bella immagine utilizzata da Papa Francesco della Chiesa come un grande ospedale da campo. Le mie rudimentali nozioni di medicina mi inducono a considerare che la Comunione ai risposati dopo il divorzio renderebbe la Chiesa un ospedale ben strano, dove i medici avrebbero stabilito per regolamento che sono i malati a dettare loro quale sia la cura appropriata.

2) Teorie orientaliste. Ne esistono diverse versioni, da quelle copia e incolla a quelle con variazioni, ma tutte si ispirano alla prassi degli ortodossi di ammettere i divorziati ad un secondo e un terzo matrimonio di cui solo il primo sacramentale ed i successivi con carattere sempre più penitenziale. Molte cose in questa soluzione mi risultano incomprensibili. Quando un marito e una moglie si uniscono nell’atto coniugale esprimono con tutto il loro essere, compreso il loro corpo, la gioia erompente dal loro matrimonio. Ora non vorrei davvero essere nei panni dei poveri divorziati risposati, costretti ad esprimere nell’unione dei corpi la propria condizione penitenziale. Un’altra argomentazione a sostegno della prassi ortodossa suona più o meno così: il matrimonio di un divorziato è simile al matrimonio di un vedovo; come nel secondo ad essere morto è il coniuge, nel primo lo è l’amore. Quando mi sono sposato ho promesso di onorare una persona vivente, mia moglie, tutti i giorni della mia vita, nella formula tradizionale si diceva “finché morte non ci separi”. Fortunatamente non sono al corrente di alcun matrimonio cristiano dove gli sposi si promettono amore e onore reciproco finché morte dell’amore non li separi. Altro problema: mentre la diagnosi di morte del coniuge viene effettuata secondo criteri clinici piuttosto precisi, mi chiedo quali dovrebbero essere i segni per potere dichiarare defunto l’amore. Una scappatella è segno di malattia? Due di agonia? Tre è un segno tanatologico? Restiamo in attesa delle linee-guida. Ma una cosa è già nota: dopo la morte non si prende più marito né moglie, perché siamo come angeli in cielo; in paradiso la comunione coniugale è totalmente assorbita, infinitamente approfondita ed estesa dalla comunione in Dio. The devil is in the details, dicono gli inglesi e il dettaglio che dovrebbe indurre la Chiesa al cambiamento risiederebbe per qualcuno nella tolleranza che i severissimi padri conciliari trentini riservarono alla prassi dei sudditi della Serenissima Repubblica di Venezia in alcuni territori orientali che, seppure cattolici, seguivano gli usi dei greci, compresi quelli sul matrimonio. In realtà non mi pare che si possa desumere in alcun modo che quanto deciso al concilio di Trento possa giustificare la prassi della Comunione ai divorziati risposati. In quell’occasione infatti, come riconosciuto dallo stesso autore dell’articolo sulla Civiltà Cattolica, non fu messa in discussione l’indissolubilità del matrimonio, ma fu riformulata la forma della condanna. Dalla scomunica per chi sostiene il divorzio e l’adulterio, si passò ad adottare la scomunica per chi accusava la Chiesa di errore quando insegna che è adulterio il risposarsi. Rimanendo nel medesimo ambito, se la concessione del divorzio e del nuovo matrimonio è espressione autentica della Misericordia di Dio, perché fermarsi a concedere tre matrimoni? Il perdono va concesso sempre, “settanta volte sette”. O non sarà che ci si ferma a tre perché si ha qualche dubbio che si tratti davvero di misericordia?
3) Teorie dell’impossibilità. Ad impossibilia nemo tenetur, a fare le cose impossibili nessuno è tenuto. Secondo questa visione i divorziati risposati si troverebbero, se davvero la loro condizione fosse quella adulterina, in un buco senza uscita identificato con l’attuale disciplina. Pertanto si sostiene necessario smettere di considerare come adulteri i risposati. Insomma il piede in due o più staffe contemporaneamente no, ma in una alla volta sì. La teoria trova più di un certo qual ostacolo nelle parole del Signore: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,11). Ho una invincibile difficoltà a non considerarle dottrina divina e mi chiedo come non si possa provare imbarazzo nel porle in discussione. Ma al di là di questo, temo che tale prospettiva celi qualcosa di ancora più sinistro che mi angoscia: la pretesa di essere più buoni, più misericordiosi di tutti, della Chiesa, dei Santi, dello stesso Gesù. Non sarebbe stato abbastanza misericordioso Giovanni il battista nel denunciare Erode ed Erodiade, protagonisti di un matrimonio perfettamente legale secondo la legge romana, ma illecito ed incestuoso secondo la legge mosaica? In fin dei conti doveva esserci un forte legame tra i due se Erodiade decise di seguire Antipa in esilio a Lione. La legge della Chiesa sarebbe stata per duemila anni un ostacolo alla carità, un errore di cui la modernità si era resa conto ben prima varando le legislazioni divorziste? Nel nuovo calendario si ricorderà la memoria di Enrico VIII, dei rivoluzionari francesi che il 20 settembre 1792 scrissero: “Aux termes de la Constitution, le mariage est dissoluble par le divorce.”, sarà iscritto Loris Fortuna? Non avrebbe adeguatamente servito la divina Misericordia il comando di Gesù all’adultera: “Va, e non peccare più”?

Sì, ha ragione Papa Francesco a rammentarci che il diavolo “usa spiegazioni umanistiche […] È astuto: presenta le cose come fossero buone”. Oggi ho il timore che il diavolo stia tentando la Chiesa ad essere più buona del suo Capo e fondatore.

Trattando del ripudio mosaico Gesù dice: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma” (Mc 10,5). Rivolgendosi al clero romano il 2 marzo 2006, Papa Benedetto XVI rilevava come la durezza di cuore, “sclerocardia”, per il Signore fosse “il vero motivo del divorzio”. Qui mi sembra che si torni alla questione centrale, all’unica cosa che conta perché se essa manca tutti periamo: la conversione. “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,26-27). È dall’acqua viva prorompente dalla verità delle parole Di Gesù alla samaritana, “Hai detto bene «non ho marito»; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito” (Gv 4,17-18), che inizia la conversione della donna che la porta a lasciare la brocca dell’acqua che non disseta, a lasciare perdere l’amore per annunciare di avere incontrato l’Amore. La storia di Leonardo Mondadori raccontata dal protagonista a Vittorio Messori attesta che per un cuore nuovo è possibile mettere in pratica la legge di Dio, non casualmente il libro s’intitola “Conversione”.

La venuta di Dio in mezzo a noi, la passione, il sacrificio redentivo di nostro Signore Gesù Cristo hanno reso possibile questo stupefacente trapianto cardiaco capace di assicurarci un cuore adatto alla vita eterna, che si realizza ogni volta che ci convertiamo. Ma se è il cuore di pietra a condurre al divorzio quando ogni sera mi coricassi con un’altra donna, che razza di cuore avrei? Sento che il mio sarebbe davvero un naufragio, ma non un fortunale come sembrano intenderlo alcuni, sarebbe il naufragio della fede di chi vive rendendo vana la croce di Cristo. Dire che la via del ritorno alla castità indicata da Familiaris consortio sia un buco senza uscita mi sembra un tragico cedimento all’ideologia pansessualista, come hanno denunciato Juan Jose Pérez-Soba e Stephan Kampowski nella loro opera appena pubblicata, un’attestazione di sfiducia nella Grazia che accompagna la conversione, un proclama che la carne è più forte dello Spirito.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *