La città che avrebbe voluto Ivan Graziani

“Non esiste più, non ritrovo più la città che io vorrei” Nel 1973 Ivan Graziani descriveva, attraverso le immagini di uno stormo di uccelli che volteggiavano nel cielo, di un bambino che si abbeverava alla fontana, della madre che accarezzava dolcemente il suo bambino, della sposa che, raggiante, andava incontro al suo sposo, la città […]

“Non esiste più, non ritrovo più la città che io vorrei”

Nel 1973 Ivan Graziani descriveva, attraverso le immagini di uno stormo di uccelli che volteggiavano nel cielo, di un bambino che si abbeverava alla fontana, della madre che accarezzava dolcemente il suo bambino, della sposa che, raggiante, andava incontro al suo sposo, la città che avrebbe desiderato: «E fra mattoni giallo oro tetti cupi e balconate, d’improvviso prende il volo uno stormo di colombe (…) esce come per incanto dal buio freddo di un portone una sposa tutta in bianco, sorridente incontro al sole e una madre dolcemente accarezza piano piano il suo bambino sulla fronte (…) un bambino in monopattino passa accanto a una fontana, si ferma a bere per un attimo».
Anche nel campo della fiera, titolo di un’altra sua canzone, il cantautore originario di Teramo evocava immagini di un tempo malinconicamente passato attraverso la disgraziata vita di uno storpio che chiedeva l’elemosina. La poliedricità dell’artista abruzzese (chitarrista, disegnatore e fumettista, si era diplomato nel 1968 all’Accademia di Belle Arti di Urbino) l’aveva portato sin dagli inizi degli anni ’70 a collaborazioni con vari personaggi, da Lucio Battisti a Francesco De Gregori, da Bruno Lauzi ad Antonello Venditti sino ad intraprendere una carriera da solista, culminata nel 1977 con una canzone struggente, “Lugano addio”, dedicata ad una delle sue evocate dolci donne.
L’artista morto prematuramente nel 1997 all’età di 51 anni aveva cantato nel 1983, attraverso la figura di un chitarrista baro, la supplica, seppur ironica, a Dio: «Signore, è stata una svista, abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista». Con quella sua voce in falsetto ora irridente ora melanconica, Ivan Graziani ha saputo condensare con grande sensibilità persone e città, come ad esempio “Firenze”, presentata al Festivalbar del 1979: «Firenze lo sai, non è servita a cambiarla, la cosa che ho amato di più è stata l’aria. Lei ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni (…) per questo canto una canzone triste, triste come me e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei». Cantando si impara con Ivan Graziani a raccontare delicatamente spaccati di vita, di piccole storie altrimenti dimenticate. Graziani non ha composto però solo ballate né solo canzoni sentimentali, ma ha interpretato brani sferzanti intrisi di rabbia contro la società borghese ipocrita, come ad esempio il pezzo “Pigro” del 1978: «Tu sai citare i classici a memoria ma non distingui il ramo da una foglia (…) la tua scienza ha creato l’ignoranza e poi le parolacce che ti lasci scappare, che servono a condire il tuo discorso d’autore, come bava di lumaca stanno lì a dimostrare che è vero, è vero non si può migliorare col tuo schifo di educazione». Sovente il cantautore teramano è andato oltre l’ispirazione visionaria realistica e poetica, condendo i suoi testi con allusioni volgari e sessuali. Cantando si impara con Ivan Graziani a non confondere il sano realismo di un fuoco sulla collina (titolo di un’altra sua canzone) con la violenza della vita, come suggerito dal suo stesso testo: «“Illuso, romantico e fesso” lui mi rispose, i fuochi di cui stai parlando (lo strepitio delle armi) sono fari puntati sul campo dei trattori che stanno trebbiando».



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