La carità è un amore intelligente

Al termine dei due giorni di lavoro, prima di recarsi oggi 6 novembre ad Aquileia per la confessione della fede, l’Arcivescovo Crepaldi ha tracciato le conclusioni (Nella foto La Bella i Vescovi che hanno partecipato al Convegno).

PONTIFICIO CONSIGLIO COR UNUM – CCEE

Incontro dei Vescovi europei

Trieste, 4-6 novembre 2013

Conclusioni: carità e nuova evangelizzazione

+ Giampaolo Crepaldi

Eminenza, Eccellenze, cari amici,

1. Giunti alla fine del nostro incontro, tocca a me dire una parola conclusiva. Spero vivamente che nonostante la pioggia battente, Trieste, con la sua scontrosa grazia, vi sia apparsa città capace di amichevole accoglienza. Per domani il programma prevede un pellegrinaggio alla Basilica patriarcale di Aquileia e i metereologi prevedono il sole. Questa consolante previsione meteorologica si intonerà bene con l’atto che andremo a compiere in quella Basilica: la nostra confessio fidei, proprio nell’Anno della Fede. II Patriarcato aquileiese fu, lungo molti secoli, come il motore evangelizzatore di parte del Nord d’Italia, di tutto il suo Nordest, di parte dell’attuale Austria e Baviera, della Slovenia fino alla Slovacchia con le città di Nitra e Bratislava e parte della Croazia. E nell’ambito della sua giurisdizione si professava il Credo aquileiese che domani reciteremo insieme. Sarà anche il modo più adeguato e solenne per dare espressione convinta da parte di noi Vescovi all’affermazione del Santo Padre Benedetto XVI che affermò: “I pilastri della nuova evangelizzazione sono la confessio e la caritas: sono i due modi con cui Dio ci coinvolge, ci fa agire con Lui, in Lui e per l’umanità” (Meditazione per la prima Congregazione generale del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione). Su questa linea che tiene insieme nuova evangelizzazione, confessio fidei e caritas, il nostro incontro è stato particolarmente fecondo di stimoli, che vorrei riprendere a mo’ di spunti conclusivi utili per la nostra azione pastorale.

2. A me sembra che l’aspetto più innovativo emerso nell’ambito dei lavori del nostro incontro sia stato l’invito a coltivare una visione unitaria della carità. Dai vari contributi è emerso, infatti, che la carità è propria di un soggetto attivo nella storia, di natura comunitaria, la Chiesa appunto, la cui realtà intera si esprime come carità, senza esclusioni: «Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti […] e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini»[1]. Vorrei far notare che l’unitarietà della carità nella sua fonte e nella sua intima dinamica, unitarietà che, prima di diversificarsi in diverse modalità espressive, sgorga dalla vita stessa della Trinità come comunione di amore, rimane tale anche riguardo al suo obiettivo, che è l’integralità della salvezza o, per dirla con Paolo VI, l’integralità dello sviluppo[2], La Chiesa è sempre impegnata ad amare tutto l’uomo e a favorire la sua integrale salvezza, per questo essa intende lo sviluppo secondo un’ottica unitaria e di totalità. La prospettiva unitaria della carità è quindi il terminus a quo e il terminus ad quem, per dirla con gli Scolastici, ed è quindi anche il criterio e il metodo per il discernimento e per l’azione concreta. La carità è unitaria anche in un altro senso: essa non è solo un volere ma anche un conoscere. Essa non si oppone alla verità, perché la fonte della Carità è Dio, che è anche Verità. La carità cristiana non è un amore cieco, ma un amore intelligente: «Colui ch’è animato da una vera carità – notiamo l’espressione ‘vera carità’ – è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente»[3]. Solo una carità vera può essere una vera carità.

3. In secondo luogo, mi pare che la dimensione unitaria della carità che si è proposta nell’ambito del nostro convegno, non sia andata nella direzione di mortificare la prospettiva della sua articolazione. È questa una questione che mi sta molto a cuore, avendo lavorato per molti anni sul fronte della dottrina sociale della Chiesa, quindi sul fronte della giustizia. Ritengo che la teologia della carità non può essere altra cosa rispetto alla giustizia e alla Dottrina sociale della Chiesa. Se si limita la teologia della carità alla sola azione caritativa della Chiesa mediante le sue proprie e dirette strutture di assistenza, ne conseguirebbe che tutte le altre modalità di servizio dei cristiani all’umanità sofferente non avrebbero a che fare con la carità ma solo con la giustizia, con la conseguente separazione della teologia della carità dalla Dottrina sociale della Chiesa, che non può avere alcun fondamento teologico. Se esaminiamo i paragrafi 19-29 della Deus caritas est, notiamo che tra giustizia e carità il Papa non separa, ma distingue per unire. La giustizia non è la carità, eppure ha bisogno della carità per essere vera giustizia. Ambedue le dimensioni vanno tenute insieme. La giustizia non è la carità, ed infatti «Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore»[4], La giustizia, però, ha bisogno della carità perché altrimenti non riesce a purificarsi «dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano»[5]. Nel paragrafo 29 della Deus caritas est, Benedetto XVI distingue tra “l’impegno per un giusto ordinamento dello Stato” e l’ “attività caritativa organizzata”. Nei confronti della prima dimensione la Chiesa agisce indirettamente, nei confronti della seconda, invece, direttamente o, meglio «come soggetto direttamente responsabile»[6]. Con ciò il Papa non vuol dire in nessun modo che qualcuno dei due livelli non abbia a che fare con la carità. Tutti e due ne sono unitariamente pervasi pur nella distinzione. Il Papa, infatti, dice che «la carità deve animare l’intera esistenza dei fedeli laici»[7], di coloro cioè che si impegnano direttamente nella prima delle dimensioni viste qui sopra. A me sembra che su questo punto ci sia ancora molto lavoro da fare, sia sul piano teologico sia su quello pratico. In questo contesto e nella prospettiva della nuova evangelizzazione, va anche recuperato e valorizzato al meglio un concetto che il magistero ci ha consegnato, il concetto di purificazione: la fede purifica la ragione, la carità purifica la giustizia, la speranza cristiana purifica le speranze umane.

4. In terzo luogo, vorrei far notare che lungo la riflessione che si è sviluppata nel nostro incontro è stata approfondita quella che potremmo definire come la questione del luogo teologico. In passato, molti hanno sostenuto che il luogo teologico appropriato per il discernimento nell’esercizio della carità siano i poveri, nel senso sociologico del termine. Altri hanno sostenuto che il luogo teologico è la prassi, intesa come azione politica per la giustizia. Bisognerebbe partire da lì, dalla situazione di bisogno o di sfruttamento, di indigenza o di ingiustizia. Benedetto XVI, invece, nel discorso rivolto ai vescovi brasiliani nella cattedrale di San Paolo quando partecipò alla conferenza dei Vescovi latinoamericani ad Aparecida, ha detto che senza l’istruzione nella fede e la vita dei sacramenti «manca l’essenziale anche per la soluzione degli urgenti problemi sociali e politici». Nel libro Gesù di Nazareth egli afferma: «La povertà puramente materiale non salva, anche se di certo gli svantaggiati di questo mondo possono contare in modo particolare sulla bontà divina. Ma il cuore delle persone che non posseggono niente può essere indurito, avvelenato e malvagio – colmo all’interno di avidità di possesso, dimentico di Dio e bramoso solo di beni materiali»; per questo «Il Discorso della montagna non è un programma sociale […] ma solo laddove il grande orientamento che ci dà resta vivo nei sentimenti e nell’agire, solo laddove dalla fede deriva la forza della rinuncia e della responsabilità verso il prossimo come verso l’intera società, può crescere anche la giustizia sociale. E la Chiesa nel suo insieme non deve perdere la consapevolezza di dover essere riconoscibile come la comunità dei poveri di Dio»[8]. Il modo vero di servire i poveri non è partire dalla loro povertà in senso sociologico, ma partire da Cristo povero. Come la semplice povertà, così anche «la semplice prassi non è una luce»[9]. Per questo il Santo Padre Benedetto XVI ha costantemente proposto di partire dal Cristo della fede apostolica trasmessaci dalla Chiesa, incitandoci alla «rivitalizzazione della fede in Cristo, nostro unico Maestro e Salvatore, che ci ha rivelato l’esperienza unica dell’Amore infinito di Dio Padre per gli uomini. Da questa fonte potranno sorgere nuove strade e progetti pastorali creativi, capaci di infondere una ferma speranza per vivere in maniera responsabile e gioiosa la fede ed irradiarla così nel proprio ambiente[10]. La stessa cosa la troviamo scritta nella Centesimus annus che afferma: “noi dobbiamo inquadrare la lotta per la giustizia «nella testimonianza a Cristo salvatore»”[11],

5. Un ultimo elemento desidero sottolineare perché emerso con forza nel nostro convegno e perché ci riguarda direttamente come vescovi: è la nostra responsabilità nei riguardi dell’azione sociale e caritativa della Chiesa. Su questo punto S.E. il Sig. Cardinale Sarah ha detto delle cose molto illuminanti quando ci ha ricordato la struttura episcopale della Chiesa come un dato non accessorio ma essenziale della sua natura e, quindi, del suo essere e operare. Questo richiamo autorevole e impegnativo ha una sua urgenza pastorale perché, in qualche caso, la diakonia caritativa della Chiesa si è sviluppata con intenzionalità contestative della Chiesa stessa o anche alternative ad essa, a partire da posizioni teologiche ed ideologiche non congrue con la vera natura della Chiesa stessa. Situazioni dolorose che hanno prodotto divisioni e confusione e che hanno la necessità di essere responsabilmente governate dai vescovi. La linea maestra mi sembra quella tracciata dal Santo Padre Francesco in uno dei suoi primi interventi: “Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore … Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore … , quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio”. Sullo specifico punto della responsabilità dei Vescovi anche nei confronti della diakonia caritativa, sarà opportuno, ritornare con altre opportune iniziative che il Pontificio Consiglio Cor Unum saprà mettere in campo.

Non mi resta che ringraziare quanti hanno generosamente lavorato per organizzare questo nostro incontro: la Segreteria generale del Pontificio Consiglio Cor Unum, la Segreteria generale del CCEE, la Diocesi e la città di Trieste che hanno corrisposto al meglio all’onere di avervi ospitati. Il ringraziamento che nasce dal cuore va al Signore che ci ha concesso la grazia di vivere un incontro di amicizia cristiana impreziosito dalla Confessio fidei e dal comune impegno verso i nostri fratelli bisognosi della carità della Chiesa.

 

[1] Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est, n. 19, in Insegnamenti di Benedetto XVI, 1, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006, p. 1106.

[2] Paolo VI, Enciclica Populorum Progressio, n. 14.

[3] Paolo VI, Enciclica Populorum Progressio, n. 75.

[4] Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est cit., n. 28, p. 1111.

[5] Ibidem.

[6] Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est cit., n. 29, p. 1113.

[7] Ibidem.

[8] Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret cit., p. 101.

[9] Joseph Ratzinger, Conferenza ai Presidenti della Commissione per la Dottrina della Fede delle Conferenze episcopali dell’America latina, Guadalajara, Messico, Maggio 1996, in “L’Osservatore Romano”, 27 ottobre 1996, p.7

[10] Benedetto XVI, Discorso alla V Assemblea generale del CELAM, Aparecida, 14 maggio 2007.

[11] Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus annus, n. 5.



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