La buona scuola? Senza stato

Merito, autonomia, autorità e ruoli ben definiti. Spunti liberali e cattolici per ridare slancio alla libertà di educazione. L’esempio delle “parental school”

Breve parentesi personale, giusto per contestualizzare. Ho frequentato le scuole superiori nella prima metà degli anni Ottanta, liceo scientifico. L’agognato diploma arrivò nel luglio del 1986, trent’anni fa. Che sembrano trenta anni luce. Non solo un altro secolo, ma proprio un altro mondo, altra epoca, altro tutto. Se tornavi a casa con un brutto voto, prima ancora che sentire spiegazioni ti strapazzavano di brutto. Alle volte anche con annesso scappellotto. Poi dopo, molto dopo, stavano a sentire i perché e i percome, e in ogni caso mai, e dico mai, una lamentela contro l’insegnante. Oggi invece, nel mondo sottosopra in cui viviamo, non di rado capita di sentire di genitori che piombano nelle scuole dei figli e si scagliano come erinni contro il malcapitato docente di turno, solo perché l’incauto (o l’incauta) ha osato non dico mettere un brutto voto – nel qual caso si rischia pure la denuncia e/o l’aggressione fisica oltreché verbale – ma un voto positivo che però non viene giudicato sufficientemente positivo. Nell’ovvio presupposto che i loro pargoli non solo hanno il diritto di andar bene ed essere promossi, ma ovviamente anche con pieni voti, o comunque con un voto che loro – non l’insegnante – valutano congruo.

Altro esempio. Ai miei tempi – ripeto, trent’anni fa – in classe non eravamo certo delle belle statuine, tutt’altro. Ma nei confronti dei professori c’era rispetto. Magari li odiavi perché erano duri, perché ti caricavano di compiti come un mulo o perché avevano un debole per il secchione di turno. Ma c’era rispetto. E quando dico rispetto intendo, tanto per cominciare, che quando entravano in classe ci si alzava in piedi e li si salutava. Poi d’accordo, alle volte ti usciva un ’ngiorno prof a mezza bocca, altre volte un suono più o meno disarticolato che non sapevi se umano o felino, altre volte ancora il saluto si stagliava forte e chiaro nell’aula. Ma di certo non ti passava per la mente di non alzare il fondoschiena e salutare. E quando ti scappava il bisognino, si chiedeva il permesso per andare al bagno. E mentre il/la prof. spiegava, di norma, dico di norma si stava in silenzio, o quanto meno si parlottava sotto voce. Ora invece già è tanto se saluta, la meglio gioventù; e per riuscire a fare lezione devi urlare e richiamare di continuo l’attenzione perché spesso e volentieri gli alunni se ne stanno per i fatti loro chattando o messaggiandosi beati, e magari si infastidiscono pure se li disturbi; e devi pure stare attento a come ti rivolgi loro perché vedi mai che poi crescono disturbati per colpa di quel fascista del professore (a proposito, ma una volta che ti danno del comunista, no?).

E se poi dopo sei ore filate di lezione che la gola ti arde e la voce se n’è andata, per tua somma sfortuna ti capita, chessò, che ti dimentichi di consegnare in segreteria il tal documento, beh in quel caso oltre ai danni fisici e psichici della lezione, la beffa che ti prendi pure una strigliata dal dirigente d’istituto. Perché non basta la fatica dell’insegnamento, le ore a correggere i compiti o a preparare le lezioni (tutto lavoro che ovviamente non viene pagato, essendo ancora vivo e vegeto il mito dei docenti che lavorano 18 ore), il ricevimento dei genitori, eccetera; no, ora a complicare una situazione già ai limiti, oltretutto aggravata da un degrado dell’edilizia scolastica assolutamente vergognoso (e non parlo solo di sicurezza, che ovviamente deve essere la priorità, ma anche di estetica: un conto è lavorare in un ambiente freddo, spoglio, grigio e mal arredato, altro è stare in un ambiente accogliente, pulito, dignitoso, dove chi entra capisce al volo che lì la persona vale) c’è pure l’abnorme mole di pratiche che i docenti devono sbrigare, frutto (marcio) del furore didattico-pedagogico degli ultimi decenni.

Se a questo poi si aggiunge l’assoluta mancanza di meritocrazia, si capisce facilmente lo sfacelo della scuola italiana. Dove dai tempi del Sessantotto e dintorni regna sovrano, a tutti i livelli, il più assoluto immobilismo complice anche il conservatorismo dei sindacati unicamente protesi alla mera tutela dello status quo. Col risultato che la scuola è l’unica realtà lavorativa dove uno esce a fine carriera con lo stesso grado di soldato semplice di quando è entrato. E questo con buona pace non solo dei più elementari principi di crescita professionale, ma anche del semplice buon senso che vuole (vorrebbe) che i più bravi vengano promossi e guadagnino di più a discapito dei meno bravi. Ma nella scuola italiana non funziona così: ottenuta l’abilitazione e vinto il concorso (per i fortunati che hanno potuto farlo, un concorso), fine della storia: tutti uguali, tutti sullo stesso livello. Creando in tal modo un sistema che, paradossalmente, mentre vorrebbe essere egualitario è in realtà assolutamente discriminatorio perché penalizza i docenti più bravi, che si vedono trattati allo steso modo, se non peggio, di chi non ha manco la metà di titoli, abilitazioni, ecc.

Intendiamoci, le eccellenze non mancano. Né intendo aggregarmi alla già nutrita schiera dei disfattisti di complemento in servizio permanente. E’ però un fatto che le eccellenze sono eccezioni, quando invece dovrebbero essere la regola. Ma al di là di questo o quell’aspetto, se in primis la società non sarà in grado di restituire agli insegnanti lo status che a loro compete, e che avevano prima che l’onda lunga del Sessantotto travolgesse con l’acqua sporca anche il bambino, difficilmente si andrà da qualche parte. Per questo occorre riportare nella scuola (e prima ancora nella società stessa, vaste programme) il principio di autorità, che non vuol dire autoritarismo bensì cultura del rispetto (dei docenti, dei compagni di classe e di tutto il personale), del decoro, della disciplina. E dell’obbedienza, che è ancora una virtù. E’ necessario che i ragazzi tornino ad avere ben chiaro che l’insegnante non è un pinco pallino qualsiasi, né tanto meno un amico o un confidente, ma il loro insegnante. La scuola deve fare la scuola, senza sostituirsi alla famiglia – come invece sta accadendo, ad esempio, con l’introduzione massiccia dell’educazione sessuale nei curricula didattici, manco a dirlo declinata secondo i canoni dell’ideologia di gender – alla quale per prima compete l’educazione dei figli; e la famiglia, dal canto suo, dovrebbe smetterla di vedere la scuola semplicemente come un luogo dove parcheggiare temporaneamente i giovani, o peggio ancora come una dispensatrice di diplomi come se fosse un diritto avere la licenza classica o scientifica o di qualsivoglia indirizzo (e lo stesso dicasi per la laurea, ovviamente).

Sul punto, vale la pena ricordare quanto dice l’art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Chiaro no? I capaci e i meritevoli hanno diritto, non tutti. Nell’ovvio presupposto (ovvio per chi, come i padri costituenti, abbia una visione delle cose improntata al principio di realtà) che nella scuola, come in tutti gli ambiti della vita, esistono gli incapaci e chi non merita di andare avanti. Una costatazione banale, dirà qualcuno. Mica tanto. A furia di reclamare tutto come un diritto, non solo abbiamo sfornato fior di somari che non sanno mettere in fila non dico un discorso ma neanche una frase di senso compiuto con soggetto-predicato verbale-complemento oggetto, ma la prima vittima illustre è stata proprio la meritocrazia. Tra l’altro, questa “rincorsa al diploma” ha innescato una dinamica sociale fortemente penalizzante e discriminatoria a motivo del fatto che se non sei diplomato/laureato non vali un fico secco. Il che è oltremodo paradossale, se si pensa che la spinta verso un allargamento della sfera dei diritti è venuta da quella parte politica che storicamente ha eretto a suo cavallo di battaglia la difesa dei più deboli (in senso lato).

D’altra parte, provare a invertire la rotta puntando sull’ennesima riforma statale (di qualunque matrice politica essa sia) è una pia illusione. Potrebbero invece essere maturi i tempi per pensare un nuovo modello di riforma. Rispolverando ad esempio l’idea di scuola tratteggiata da Augusto Monti nelle Lettere Scolastiche, cinque articoli apparsi su “La Rivoluzione Liberale” di Gobetti tra il marzo e l’aprile del 1923. Nel maggio di quell’anno, a pochi mesi dall’insediamento del governo Mussolini, venne  introdotta in Italia la Riforma Gentile voluta fortemente dallo stesso Mussolini che affidò al filosofo di Catelvetrano il compito di pensare una scuola capace di plasmare l’uomo nuovo del fascismo. Nel breve lasso di tempo che intercorse tra l’inizio del Ventennio e il varo della riforma, si sviluppò un intenso dibattito sulla scuola, che a poco a poco fece emergere due schieramenti che, pur sostenendo entrambi la necessità di un progetto riformatore, erano però divisi sulla natura, per così dire, della riforma. Se cioè questa dovesse avere un timbro più marcatamente statale, o se all’opposto dovesse essere lasciata libera iniziativa ai privati. Monti si schierò decisamente con il secondo schieramento, quello “liberale”, e sulle pagine della rivista gobettiana espose quello che a tutti gli effetti era un vero e proprio progetto di riforma della scuola, i cui principii ispiratori erano tutti indicati nella prima delle cinque Lettere.

Per Monti il punto centrale della questione era che a differenza di vent’anni addietro, quindi agli inizi del Novecento quando si diceva che la riforma in Italia era urgente ma ancora immatura, ora, invece, i tempi per il cambiamento erano maturi; non solo, ma si era anche sviluppata una sensibilità comune che aveva portato a cambiare, in un certo senso, i termini della questione. Che – notava Monti – non è più “questione della riforma scolastica, ma sì questione della libertà scolastica”. A chiarire meglio la mutata sensibilità culturale, Monti aggiungeva: “Mentre vent’anni fa… identico per tutti era il concetto che la riforma doveva farla lo Stato, adesso invece si dice: ‘lo Stato deve dare ai riformatori della scuola libertà d’azione’… Mi par di vedere… che, adagio adagio, si vada formando anche qui l’unanimità circa l’idea di sottrarre all’azione diretta dello Stato l’esperienza e la pratica delle riforme scolastiche”. Monti concepisce la libertà di insegnamento come l’abbandono da parte dello Stato di ogni iniziativa riformatrice: “solamente deve lo Stato permettere che i privati escogitino queste riforme… e, di più, deve lo Stato, se è liberale, permettere che i privati liberamente esperimentino codeste riforme, e, magari, favorire quei privati che a lui paran meritevoli della maggior fiducia”. Ma la critica di Monti va più a fondo. Subito dopo, infatti, chiarisce senza equivoci cosa si intende per scuola libera: “Lo Stato deve semplicemente rinunziare al suo monopolio scolastico, frutto di una politica laica, la quale ormai ha già dato tutti i frutti che poteva dare. Al quale monopolio può rinunziare: 1) smontando la grande macchina della scuola regia, della scuola di Stato… 2) abolendo l’istituto della licenza (svalutazione dei titoli, esame di stato come ammissione all’università e alle carriere)”. Dopo aver illustrato la duplice via con cui stato può abbandonare il monopolio dell’istruzione, Monti precisa: “… instaurato una volta codesto regime di libertà scolastica, lo Stato, e più precisamente, il ministero della Pubblica Istruzione non deve più occuparsi di riforma della scuola… a questo attenderanno i privati (individui, corporazioni, enti locali), i quali, non più costretti a uniformare la propria attività educativa ai paradigmi statali, esperimenteranno liberamente, in concorrenza, riforme, programmi, metodi, con l’unica mira di conquistarsi, non privilegi e facoltà da parte dello Stato, ma favore e frequenza da parte del pubblico”. Già queste poche, semplici idee, consentono di fare qualche considerazione sull’oggi.

Nei decenni passati i governi che si sono succeduti hanno licenziato diversi progetti di riforma della scuola che, al di là del merito dei singoli provvedimenti, hanno mantenuto irrisolto quello che, a detta di Monti, è “il” problema della scuola, ovvero la questione della libertà di insegnamento. Perché sempre e comunque si è trattato di riforme governative, cioè a trazione statale. Ecco allora il punto: una scuola davvero libera è una scuola in cui lo stato fa un passo indietro abbandonando ogni velleità riformatrice. Una scuola così, pensata in un’ottica di vera sussidiarietà, oltre che essere meno esposta al rischio di  “colonizzazioni ideologiche”, per citare un’espressione cara a  Papa Francesco, sarebbe anche più rispettosa della Costituzione che, vale la pena ricordarlo, all’art. 30 pone in capo ai genitori, non allo stato, il dovere e il diritto di istruire i propri figli: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli” (tra l’altro, basterebbe questo per sfatare una volta per tutte il mito della “scuola dell’obbligo”: a essere obbligatoria – di nuovo, è la Costituzione che lo dice, al già citato art. 34 – è l’istruzione, non la scuola).

Il tema della libertà educativa per le famiglie – che comporta anche la necessità di garantire effettiva parità alle scuole pubbliche gestite da privati superando la falsa equazione pubblico=statale – è un punto importante, che va al di là dell’aspetto economico o confessionale che sempre viene tirato in ballo. Perchè ciò che si insegna nelle scuole, in ogni scuola, corrisponde a una ben precisa antropologia, ed è esattamente questa la posta in gioco, cioè che tipo di formazione si vuole dare, per avere che tipo di uomo o cittadino. Occorre allora ripensare il modo stesso della trasmissione del sapere, portando l’istruzione fuori dalle secche della scuola statale verso nuovi modelli formativi. E da questo punto di vista un fenomeno interessante che, sull’esempio statunitense dove il tema è molto sentito sta prendendo piede anche in Italia, è quello delle cosiddette “parental school”. Si tratta di inziative formative la cui carattersitica peculiare – sia nel caso dell’ “homeschooling”, dove l’insegnamento avviene in ambiente familiare sotto la guida dei genitori, sia nel caso delle “scuole hobbit” che invece prediligono un modello di insegnamento comunitario che ricalca quello della scuola tradizionale con aule, maestre, orari, ecc. – è che sono i genitori, appunto, che si fanno carico in prima persona dell’istruzione dei lori figli.

“Sganciandoci completamente dal sistema dello Stato,  – disse in un colloquio con La Nuova Bussola Quotidiana Giulia Pieragnoli, coordinatrice di Alleanza Parentale, scuola parentale nata a Staggia Senese – siamo veramente liberi di insegnare ciò che riteniamo positivo e di non insegnare ciò che riteniamo come negativo per i bambini. Noi non siamo una scuola autorizzata dallo Stato proprio perché non vogliamo alcuna autorizzazione. Quello che vogliamo, al contrario, è realizzare un ambito di piena libertà di educazione in capo a genitori e insegnanti. E’ questo il vero motivo per cui nasce la Scuola Hobbit: la libertà di educazione. Tutti a parole la invocano, ma poi di fatto non esiste. Nel nostro caso sì”. L’esperienza di un piccolo paese in provincia di Siena (che per la cronaca si sta diffondendo anche in altri centri) dimostra come sia possibile ri-costruire un circolo virtuoso tra scuola e famiglia. E come mai come ora vi è la necessità che scuola e famiglia tornino ad essere, per usare la celebre metafora di S.Giovanni Paolo II, i “due polmoni” con cui far respirare la trasmissione del sapere alle future generazioni.

di Luca Del Pozzo

Fonte: http://www.ilfoglio.it



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