La “Bomba atomica” gender nella scuola e nella società

Venerdì scorso, cinquecento persone hanno ascoltato al teatro Silvio Pellico l’avvocato Gianfranco Amato, dei Giuristi per la Vita. Presente anche il Vescovo. Obiettivo? Capire cosa sta succedendo.

di Susanna Fioranti

Che cos’è il gender? Si insegna a scuola? In quella di mio figlio? Mille domande popolano la mente, e i cellulari, dei genitori, in queste calde giornate di settembre, e anch’io, spinta dal bisogno di fare chiarezza, ho approfittato dell’opportunità di ascoltare dal vivo le parole del Presidente dei Giuristi per la Vita.

“Gender, scuola e società”, questo il titolo della conferenza organizzata dal Comitato art. 26 e tenuta venerdì sera dall’ Avvocato Gianfranco Amato, al Teatro Silvio Pellico, davanti a più di 500 persone, tra cui il nostro arcivescovo, S.E. Giampaolo Crepaldi.

Argomento delicato, quasi tabù, tanto che il mio legittimo desiderio di informazione non ha spento un vago senso di colpa, come se fosse scorretto essere un genitore aggiornato!

Ora non ho più dubbi: dovevo esserci, per realizzare, alla prova dei fatti, che in Italia il gender stà entrando nelle nostre vite, e in quelle dei nostri figli, sia a livello legislativo che didattico.

Aperti i lavori, la prima sorpresa: il gender esiste, ma non è la lotta per le pari opportunità, né per i diritti omosessuali, né l’ultima versione dell’educazione sessuale. È un’idea semplice e pericolosissima, cioè che le persone possano definire un genere di appartenenza a prescindere dal loro sesso biologico e possano modificare la loro scelta nel tempo.

La mia impressione è che siamo su un piano inclinato, a partire dagli ormai noti 54 generi selezionabili sul profilo Facebook, che comunque non hanno accontentato tutti, alle pop star, come Miley Cyrus e St. Vincent, che si definiscono a-gender e propongono il gender-fluid alle migliaia di ragazzini loro fun, contribuendo a formare quella che è già chiamata la fluid-generation. Si tratta di giovani con una sessualità tanto confusa da non poter più essere definita n alcun modo. Una generazione senza identità.

Da mamma, questa prospettiva mi sembrava già la peggiore immaginabile, ma ho dovuto ricredermi, quando l’avvocato ha presentato il caso dell’Inghilterra, dove utilizzano un farmaco, il Gonapeptyl, già richiesto anche in Italia dall’ospedale Careggi di Firenze, un bloccate ipotalamico, che ferma lo sviluppo in bambini di 9 anni.

Scopo dichiarato: dare più tempo ai ragazzi per scegliere il proprio genere, e avere meno problemi ad affrontare l’eventuale operazione chirurgica per il cambio di sesso. La somministrazione avviene tramite un’iniezione mensile nello stomaco.

Guardando l’immagine di questi bambini, colpisce il loro sguardo; “tristezza cosmica” l’indovinato commento del relatore di fronte a questi innocenti violati da un’ideologia che grida vendetta al cielo.

Qua da noi siamo ancora alle favole, ma ovviamente favole gender: dai famosi 49 libretti cacciati da Venezia ai libri antiviolenza dell’UNAR, “Educare alla diversità nelle scuole”, che sono stati disconosciuti da tutti, nonostante fossero già pronti a essere distribuiti nelle scuole italiane, ovviamente coi nostri soldi, con grande cruccio di mio marito. Il quale poi è sobbalzato al rischio di incorrere nel reato di omofobia, e subirne le conseguenze penali, senza saperlo, dato che non ne esiste una definizione legale, neanche nei Paesi in cui è già stato approvato.

Pur apprezzando la passione dell’avvocato per la legge, ho ammirato in lui soprattutto l’umiltà di affidare i giudizi morali ai numerosi interventi di papa Francesco sul tema: la denuncia del gender come “colonizzazione ideologica” e come “bomba atomica” che invece dei corpi, uccide l’anima e il cervello, è molto più significativa dell’abusato slogan “chi sono io per giudicare”.

A fine serata, dopo un applaudito intervento della dottoressa Valentina Morana sui rischi psicologici del gender nell’età evolutiva, mi sono alzata dalla poltroncina con qualche foto nel cellulare, il desiderio di refrigerio e due propositi: vegliare attentamente nelle scuole dei miei figli e esercitare un’arte tipicamente femminile, il passaparola.



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