L’ “ALTRO” SOFIANOPULO

Il concerto in memoria di Marco Sofianopulo che , davanti ad un pubblico numeroso, ha avuto luogo Venerdì 16 presso la Cattedrale di San Giusto, avrebbe potuto intitolarsi efficacemente “L’altro Sofianopulo”, e non tanto perché forniva la possibilità di ascoltare composizioni meno note del Maestro tergestino, quanto perché, attraverso il coro protagonista dell’evento, faceva riferimento […]

Il concerto in memoria di Marco Sofianopulo che , davanti ad un pubblico numeroso, ha avuto luogo Venerdì 16 presso la Cattedrale di San Giusto, avrebbe potuto intitolarsi efficacemente “L’altro Sofianopulo”, e non tanto perché forniva la possibilità di ascoltare composizioni meno note del Maestro tergestino, quanto perché, attraverso il coro protagonista dell’evento, faceva riferimento a un periodo della sua vita artistica e personale trascorso lontano dalla città natale e non riconducibile a quell’istituzione alla quale il suo nome viene spesso legato, la Cappella Civica di Trieste.

Il coro ospite, il prestigioso Polifonico di Ruda, è stato infatti diretto da Sofianopulo dal 1976 al 1987, e condotto in un’intensa attività concertistica ed al conseguimento di vari premi, fungendo, a sua volta, da ispiratore per la composizione di molte pagine per coro maschile.

Nel programma della serata, alquanto variegato, le composizioni di Sofianopulo non sono state, in realtà, molto presenti; i suoi tre lavori proposti hanno comunque permesso di apprezzare diverse modalità di approccio del compositore a questo genere di organico.

Il programma che, nel suo complesso, si presentava come un percorso attraverso il repertorio romantico e contemporaneo internazionale con particolare attenzione a quello di matrice slava, era evidentemente teso a esaltare quella che è la qualità distintiva di questo celebre coro maschile, la qualità e ricchezza del colore e del timbro vocale.  Il Polifonico infatti, grazie anche al fatto di annoverare nel proprio organico non solo coristi amatoriali ma anche  elementi dalla preparazione vocale e musicale pressochè professionale, esibisce una vocalità piena e rotonda, ricca di armonici e risonante, sia nei singoli che nel colore complessivo, sposandola però con una grande varietà dinamica e timbrica.  Tale ricchezza vocale, dunque, non pregiudica la capacità di ottenere sonorità delicate e pianissimi ben calibrati ed equilibrati, anzi, la favorisce. Il risultato è un’approccio interpretativo, ormai divenuto distintivo di questo gruppo, che privilegia per l’appunto, la ricerca della bellezza del suono e dell’impasto, davvero di notevole qualità; può sembrare talvolta che l’attenzione a questo aspetto sfiori l’auto compiacimento, mettendo un poco in secondo piano il fluire naturale del fraseggio e del discorso musicale, ma il risultato sonoro è comunque tanto bello da appagare senza dubbio  anche l’orecchio dell’ascoltatore più esigente.

Questo atteggiamento interpretativo ha accompagnato tutto il programma proposto, dal romanticismo slavo di Chesnokov e Bortnjanskyj a quello viennese di von Suppè sino al novecento storico di Puoulenc e a tutta la sezione dedicata alla musica corale contemporanea, dall’estone Pärt allo sloveno Čopi, dall’ americano Whitacre al norvegese Gjeilo, dallo spagnolo Casals agli italiani Giavina e Sofianopulo. Di quest’ultimo sono stati eseguiti, come detto precedentemente, tre lavori dalle caratteristiche assai diverse, a costituire un’efficace sintesi della varietà stilistica della sua produzione. “Se imnumen”, che appartiene al gruppo dei lavori del compositore triestino più esplicitamente influenzati dalla sue origini greche, riprende un testo della liturgia greco ortodossa e lo sviluppa in un brano per basso solista e coro caratterizzato dall’ampiezza di respiro e dalla maestà contemplativa tipica di questo genere di produzione. “Stelutis alpinis” è invece un arrangiamento del famoso canto friulano nel quale l’originario elemento popolare sopravvive nella linea della melodia ma viene “trasfigurato” dall’eleganza armonica e dalla dolcezza  timbrica della scrittura. Il mottetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, sul celebre testo dantesco tratto dalla “Vita Nuova”, è stato invece proposto a fine concerto come “bis”. Si tratta di una pagina affettuosa e scorrevole ma di esecuzione per nulla semplice; nel suo esser contraddistinta da una felice e spontanea ispirazione, fluente e naturale, che improvvisamente si apre a imprevisti e talora impervi sviluppi armonici e contrappuntistici, costituisce un esempio quasi paradigmatico dello stile compositivo che caratterizza molti lavori di Sofianopulo e che tende a conferire tensione emotiva e drammatica anche alle sue pagine più serene.

La serata si è conclusa con il saluto al pubblico ed il ricordo del Maestro da parte dell’Arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi e dell’Assessore alla Cultura Giorgio Rossi, in rappresentanza delle istituzioni religiose e civili della città.

Roberto Brisotto



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