Kowalska, Wojtyla e la Divina Misericordia

Nei giorni che introducono alla Pasqua – nell’anno del Grande Giubileo straordinario della Divina Misericordia – non poteva mancare una riflessione sul contributo più straordinario che la spiritualità polacca del secolo scorso al livello più alto ha offerto proprio sulla Misericordia del Padre. Il riferimento è ovviamente innanzitutto a Santa Faustina Kowalska e a San […]

Nei giorni che introducono alla Pasqua – nell’anno del Grande Giubileo straordinario della Divina Misericordia – non poteva mancare una riflessione sul contributo più straordinario che la spiritualità polacca del secolo scorso al livello più alto ha offerto proprio sulla Misericordia del Padre. Il riferimento è ovviamente innanzitutto a Santa Faustina Kowalska e a San Giovanni Paolo II il cui magistero in merito – impresso luminosamente nel celebre Diario nella prima e in varie encicliche e discorsi pubblici nel secondo – è fondamentalmente imprescindibile per approfondire qualsiasi discorso in merito. Un’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che la luce nella storia della Chiesa arriva da dove meno te lo aspetti e che i piani della Provvidenza seguono una logica spesso ignota agli occhi umani.

In effetti, chi mai avrebbe potuto immaginarlo solo agli inizi del secolo scorso quando la Nazione slava era persino scomparsa dalla cartina geografica dell’Europa? Eppure, ancora oggi, quando nei Santuari oramai di mezzo mondo vengono venerate immagini o reliquie dei due testimoni d’eccezione della Divina Misericordia, resta la sensazione che quell’insegnamento, che poi è il cuore del Vangelo, resti spesso incompreso o misconosciuto. E’ come se – al netto di tutte le osservazioni, le meditazioni e le esegesi possibili e immaginabili – quando si parla degli attributi del cuore del Padre resti sempre fuori qualcosa, e qualcosa di tremendamente essenziale, non di marginale. Lo si conosce ma al tempo stesso non lo si conosce: sotto questo aspetto, forse, non è cambiato poi molto dai tempi di Gesù quando i dottori della legge a Gerusalemme dicevano stizziti che certe cose loro le sapevano già e i farisei tuonavano perché c’era chi pretendeva di insegnarle pubblicamente addirittura ad abundantiam. Insomma, non avevano bisogno di conversione, loro. E’ noto quel che rispose il Maestro: sarebbero state quelle stesse parole a segnare il loro destino. Duemila anni dopo la comprensione della grandezza dell’amore divino rimane ancora lì, inesplorata, per certi versi come ‘la grande sconosciuta’ della Buona Novella.

Le parabole del Vangelo – una metodologia di predicazione non a caso polisemantica, quasi inesauribile nei molteplici risvolti di significato – le si conosceva quasi a memoria da secoli (quante volte avremmo sentito il Figliol Prodigo? prendendo le distanze, magari, sia dal figlio minore, che dal figlio maggiore, non sia mai ci giunga il sospetto di un riferimento personale), eppure non sempre sono state comprese appieno. Serviva forse – specialmente nei secoli della modernità – caratterizzati come mai prima dal peccato d’orgoglio per cui l’uomo si fa creatore e giudice a sé, una ennesima, ulteriore ‘prova’ che Dio ci ama per davvero e s’interessa di noi, in un modo unico, irripetibile e tutto speciale.

Sia come sia, quello che la mistica e il Papa venuti da un Paese lontano hanno portato al popolo cristiano è stato un deciso e radicale ri-centramento del primato dell’amore del Padre nel governo provvidenziale del mondo e se qualcuno rispondesse ‘tutto qui?’, sarebbe facile ribattere che mai come nel ‘900 questa verità di fede è stata messa in discussione dai capi terreni del mondo. Vallo a dire a chi è partito per un gulag o per un lager e non è più tornato ‘tutto qui’ (decine di milioni di persone), vallo a dire a chi è stato arrestato e poi è sparito nel nulla ‘tutto qui’ (altre migliaia), vallo a dire alle migliaia (ancora) di orfani che non hanno mai conosciuto i genitori, per esempio appena dall’altra parte dell’Adriatico nella guerra di Jugoslavia, fino all’altro ieri, per non parlare delle lontane Asia o Africa, ‘tutto qui’. A loro e ai loro famigliari che hanno visto e sperimentato il male eretto a sistema. E si potrebbe andare avanti ancora e ancora, e ancora.

E’ stato quindi davvero, per citare ancora Giovanni Paolo II, “il secolo di Caino” dove la figliolanza divina e la fratellanza cristiana sono semplicemente scomparsi dall’orizzonte della storia umana e si è avuto un assaggio, appena un assaggio, della verità dell’affermazione dostoevskjiana per cui una volta tolto Dio al mondo diventa tutto possibile. La medicina della misericordia è apparsa allora realmente come la grazia straordinaria della Provvidenza divina al male dell’uomo. Una lezione che se inizia da, va però ben oltre le opere di misericordia spirituale e corporale, almeno nel senso che la carità che le ispira e le anima deve essere sempre a imitazione del cuore del Padre rispecchiato in quello del Figlio, sovrabbondante in mitezza ed umiltà. In un passo significativo del Diario di Santa Faustina si legge che la suora non potrà mai esimersi dalla testimonianza della carità, per nessun motivo e quale che sia, nel senso che è Gesù stesso a chiederglielo, senza limiti, fossero pure di stanchezza, di tempo o altro, perché l’amore di Cristo – diversamente da quello umano – non ha limiti, ed è letteralmente ‘senza misura’. Non è facile, come si suol dire, ma è comunque possibile perché nell’economia santificante della Grazia – per dirla al modo più corretto degli studiosi – ogni bene e ogni santità è possibile. E’ qui che sta in ultima analisi il nodo tra carità e fede.

La carta d’identità del cristiano è la carità illimitata (“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”, Gv 13,35) ma la carità illimitata è illimitata proprio perché è l’amore del Padre in Gesù ad essere illimitato ed è dunque la fede (l’altra virtù teologale fondamentale) a rendere possibile questo amore dal punto di vista pratico. Fuori dalle prospettive teologiche, l’espressione devozionale tramandata universalmente da Santa Faustina per il culto della Divina Misericordia “Gesù confido in Te” condensa tutto questo universo di significati: si riconosce Gesù con fede come Redentore mandato dal Padre e si confessa in Lui il Signore abbandonandosi con amore di figli come lui si è abbandonato al Padre, contemplando nell’immagine devozionale le cinque piaghe della Passione. Aspetto interessante: l’immagine è devozionale ma straordinariamente realistica perché guardando le cinque piaghe da cui escono quel sangue ad acqua – rievocati quotidianamente dai fedeli di Santa Faustina nella coroncina – si pensa immediatamente alla croce che le ha inflitte materialmente sul Golgota il Venerdì Santo, la croce da cui viene la salvezza.

Se poi uno ancora non ci pensasse, come noto, la Domenica dopo Pasqua, Giovanni Paolo II ha voluto che si celebrasse appositamente in tutte le chiese del mondo la Domenica della glorificazione della Divina Misericordia come tributo e rendimento di grazie al Padre e al suo disegno di salvezza che non vuole che nessun peccatore si perda ma si converta e viva in eterno. Il bello di tutto questo è che la riscoperta del culto, per alcuni inutile, per altri persino infantile, in pochissimi anni è arrivata dritta dritta al cuore di molti battezzati che con una catechesi popolare fatta di invocazioni e immagini hanno riscoperto a loro volta la loro identità cristiana, i sacramenti e in alcuni casi persino la missione. Poi uno si chiede che cosa fare per rilanciare la Nuova Evangelizzazione in giro e a volte se ne sentono di tutti i colori come se si trattasse d’inventare chissà cosa di ingegnoso. Ma cominciare, che ne so, dall’amore di Gesù per noi e dal nostro per Lui proprio no, eh?



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