Karl Rahner, il teologo che ha insegnato alla Chiesa ad arrendersi al mondo

Quanto è avanzata la “Chiesa di karl Rahner”? Quanto di Karl Rahner c’è nelle nostre parrocchie? Questo libro di Stefano Fontana spiega con parole semplici ed esempi una teologia sbagliata eppure tanto diffusa ed applicata.

[Stefano Fontana, “La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo”, Fede & Cultura, 2017, pp. 109, euro 13,00]

Il cardinale Giuseppe Siri aveva riassunto nella «concezione del soprannaturale non-gratuito» il nucleo dell’errore teologico di Karl Rahner. Lo scrive in Getsemani, nel 1980, per i tipi della Fraternità della Vergine Maria. In altre parole, per Rahner il soprannaturale è legato «necessariamente» alla natura umana: ma, in questo caso, la grazia non sarebbe più gratuita; non sarebbe più un dono; non potrebbe più essere accettata o rifiutata liberamente dall’uomo. Insomma, una sorta di soprannaturale imposto da Dio all’uomo. Una gratuità obbligatoria.

Se fosse vero quanto sostiene Rahner – afferma Siri – si giungerebbe «all’inutilità dell’atto di fede», poiché «nella mia essenza c’è Dio». Non devo accettarlo o rifiutarlo: Dio fa già parte di me, che lo voglia o meno. Il teologo tedesco non si rese conto, evidentemente, che con tale assunto «tutti i principi, tutti i criteri e tutti i fondamenti della fede» sono stati «messi in questione e si sfaldano».

Ma il problema non è l’opinione di un teologo eterodosso. È dimostrabile che le suggestioni rahneriane abbiamo coinvolto e sovvertito gran parte della teologia degli ultimi sessant’anni. Rahner «sembra aver vinto», scrive Stefano Fontana nel suo ultimo saggio, dedicato al «teologo che ha insegnato» alla Chiesa «ad arrendersi al mondo». Non è un’esagerazione: «da un’inchiesta – scrive Fontana – condotta nell’immediato postconcilio alla Pontificia Università Lateranense emerse che per i seminaristi, che lì studiavano teologia, il più grande teologo cattolico di tutti i tempi fosse non San Tommaso d’Aquino o Sant’Agostino, ma Karl Rahner».

Un Dio atematico

Fontana descrive la parabola del pensiero rahneriano inserita fatalmente nel metodo moderno di fare filosofia e, quindi, teologia. È un metodo che Fontana aveva anche già esposto nel suo saggio precedente “Filosofia per tutti” (Fede & Cultura, 2016) e che consiste nell’assumere, di volta in volta, una certa forma del «trascendentale moderno»: il filosofo o il teologo della modernità, cioè, non concepisce più un rapporto diretto con la realtà da conoscere, ma pensa che «l’uomo veda il mondo attraverso degli occhiali dai quali non può liberarsi». Questi occhiali sono le forme a priori della conoscenza di un qualsiasi oggetto, che però lo modificano e lo limitano, rendendo impossibile ogni certezza o conclusione su di esso. L’oggetto della conoscenza diviene così, fosse un tavolo o Dio stesso, mai completamente comprensibile, mai conosciuto con sicurezza.

Rahner non fugge da questa prassi e da questa logica. Il paio di occhiali con cui legge ogni aspetto della realtà (Dio compreso) si chiama – scrive Fontana – «buco della serratura». Ogni pensatore della modernità ha, in fondo, un suo apriorismo gnoseologico. Quello di Rahner è tale per cui «Dio si rivela nel buio che precede e circonda il buco della serratura». Si rivela in modo atematico, cioè privo di contenuti. Quello al di là del buco, invece, è il mondo dell’esperienza, delle parole umane. Ma che rapporto possono avere quest’esperienza e queste parole con la verità? Un rapporto equivoco, fatto di dubbio e d’incertezza, perché ogni criterio di giudizio è colto al di qua della serratura, dove mi trovo io e si trova Dio, ma dove c’è solo silenzio e buio. È come misurare delle lunghezze con un metro deformato. Non si potrà mai pervenire all’estensione delle cose, per via di un difetto iniziale dovuto allo strumento di misura. Le cose corrispondono alla realtà oggettiva e lo strumento deformato sta nell’uomo, che è la realtà soggettiva.

Rahner trae queste convinzioni dall’apriorismo di Kant, ma è soprattutto in Heidegger che fonda la propria gnoseologia: precisamente nel principio – scrive Fontana – secondo cui «l’uomo, che si chiede cosa sia l’essere, è dentro il problema e quindi non c’è conoscenza di un oggetto che non sia anche soggettiva». Si tratta di una resa incondizionata all’opinione, al «punto di vista» personale. Se, inoltre, il soggetto è difettoso, lo diviene anche l’oggetto, il mondo, Dio, la mia esperienza nel mondo, la verità del mondo e di Dio.

Scompare la natura umana

Ben altri insegnamenti provengono dalla filosofia classica, dalla teologia cattolica e dal magistero della Chiesa. Da Platone a San Tommaso d’Aquino non si è mai insinuata la tentazione di dire che l’uomo non potesse accedere alla verità, seppure in modo imperfetto. Il trascendentale classico è ben diverso da quello moderno: è ricco di contenuti e di speranza nella capacità conoscitiva umana; pone il criterio del giudizio sul mondo oltre il cosmo; accetta l’aiuto di un Dio che si rivela e parla; non ha problemi d’individuare la reale vocazione della persona oltre la fisica, oltre il fenomeno, situando nella metafisica l’orizzonte umano proprio.

A ben vedere, l’errore di Rahner individuato da Siri – circa il soprannaturale legato alla natura umana – è forse l’ultimo da prendere in considerazione, poiché scomparsa la metafisica, scompaiono anche i contenuti relativi ai concetti di natura, di essenza e di sostanza. È ancora possibile concepire, nel pensiero rahneriano (o moderno in genere), una natura umana? Fontana dice di no: nella prospettiva del teologo tedesco «diventa difficile adoperare ancora il termine “natura”». Nella visione esistenzialista di Heidegger e di Rahner «l’uomo non ha natura» in quanto «è un essere storico». L’essere, nel tempo e nella storia, si fluidifica e ‘diviene’ senza sosta, laddove la natura classica poggia, al contrario, su una verità stabile. Con la caduta della natura, quindi, cade a ruota la legge naturale e qualsiasi discorso sulla soprannatura. Non ci sono due livelli in Rahenr (natura e soprannatura) – scrive Fontana – ma «un unico livello, quello della storia, che è insieme storia sacra e storia profana». Qua s’inserisce anche il pensiero di Hegel.

I cristiani anonimi

Inseguendo inoltre le suggestioni della teologia protestante novecentesca, il rahnerismo giunge così a prospettare una «deellenizzazione» del cristianesimo, laddove l’ellenizzazione era stato l’uso, da parte della teologia, delle categorie filosofiche greche. Non vi è più una dottrina con cui discernere il tempo presente e su cui organizzare una prassi. Viceversa, la prassi ha il primato assoluto e ogni conclusione (se mai ce ne fosse una) dovrebbe sempre seguire il divenire storico. Tutto allora è assorbito dallo storicismo: la dottrina, il dogma, l’insegnamento. Tutto diventa relativo ai tempi e ai costumi. Tutto è questionabile, interpretabile – continua Fontana. Tutto evolve: persino la Rivelazione, che si dà nell’immanenza della storia e non è mai da intendersi come conclusa.

In continuità con il protestantesimo, la fede viene privata delle categorie razionali e si pone, così, in antitesi con la ragione. Non solo: per il fatto di avere un accesso alla religione mediante il trascendentale a priori, tutti gli uomini sono accomunati nella Rivelazione, tutti sono equidistanti dalla verità. Non serve più una Chiesa che insegni e nemmeno un’opera di evangelizzazione. Secondo Rahner, tutti gli uomini – scrive Fontana – «sono cristiani, o cristiani-anonimi», ovvero «cristiani che non sanno di esserlo». Il compito del cristiano battezzato o del chierico non è più, dunque, quello di «governare, insegnare e santificare» qualcuno, ma quello di «ascoltare» e «accogliere» il non credente.

Il dogma non è più una parola definitiva

Se è ancora da verificare fino a che punto il rahnerismo abbia intaccato il tessuto della Chiesa, c’è l’evidenza di quanto le suggestioni delle nuove correnti teologiche siano coincidenti con il pensiero di Rahner. E una tale evidenza porta ad «affermare che tutte le teologie del progressismo teologico del postconcilio trovino in Karl Rahner il loro padre». C’è un unico comun denominatore dietro la priorità che molti vescovi danno all’azione pastorale, alla svalutazione del tomismo, al dialogo a tutti i costi, al primato dell’esperienza atematica, alla predilezione per il linguaggio del mondo, al concetto di concilio (o di sinodo) dove prevale l’azione del convenire sui contenuti effettivi degli incontri.

Fontana porta l’esempio del cardinale Walter Kasper, molto attivo all’ultimo Sinodo della famiglia, la cui formazione è del tutto rahneriana. Per Kasper, il moderno metodo teologico non deve più partire dai dogmi, ma deve anzi «vedere il dogma come intermedio tra la Parola di Dio e la situazione di vita della comunità cristiana». Non più un dogma «visto come qualcosa di definitivo», ma una pura espressione linguistica, che si deve piegare alla situazione reale della persona e alle mutate percezioni storiche.

La cosa che maggiormente colpisce in Ranher, tuttavia, è che «nei suoi confronti non è stata emessa nessuna condanna, nonostante i numerosi e fondamentali punti contrari alla dottrina cattolica». Giovanni XXIII lo chiamò al Concilio Vaticano II come perito. Qualcosa non torna.

Silvio Brachetta

 

 



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *