Isola di Barbana: l’Orazione di Lucia Bellaspiga al Giubileo degli Esuli

Lunedì scorso 25 aprile 2016 si è tenuto all’Isola di Barbana il Giubileo degli Esuli. Il numero in edicola di Vita Nuova dedica una pagina intera all’evento con articoli di Viviana Facchinetti. Pubblichiamo qui l’Orazione tenuta dalla giornalista Lucia Bellaspiga per l’occasione.

(Foto di Umberto Lupi)

25 aprile 2016 – Orazione per Barbana (Grado) – Lucia Bellaspiga

Il grande esodo dei giuliano dalmati dalle loro terre di Istria, Fiume e Dalmazia è stato il primo racconto epico della mia vita. I miei Ulisse e i miei Enea, lontani da casa e con lo struggimento sempre nel cuore, io li avevo in famiglia, non occorreva cercarli nei libri. Erano genitori e nonni, amici e parenti, e parlavano di mondi lontani eppure tanto vicini, di tesori perduti che non erano forzieri carichi di ricchezze, ma valevano molto di più, perché erano il colore del Quarnaro, il profumo della bora, il candore dell’Arena, il sapore degli asparagi selvatici, le merende in Bosco Siana, le parole del dialetto… le cose semplici, e insostituibili, che costituiscono la vita di un uomo. Quell’insieme di emozioni ed esperienze i cui racconti immancabilmente iniziavano con un “e ti te ricordi?”.
Nella Milano in cui sono nata io, ma anche nei luoghi d’esilio dei nostri parenti sparsi tra l’Italia e l’Australia, quel ripetuto “ti te ricordi” dava il via a concitati dialoghi in dialetto, che sempre esordivano con gioia eccitata, per poi proseguire con crescente mestizia e terminare immancabilmente nel pianto.
Fin da allora mi ha sempre colpito la parte del distacco, l’addio alla casa, la chiusura definitiva della porta, perché in una tragedia che è comune e collettiva quello è il momento del dolore personale, l’evento che ognuno racconta a modo suo. Ho sempre in mente le immagini famose di un Film Luce che riprendono una partenza da Pola della nave Toscana carica di esuli: a bordo una donna anziana velata di nero, con un fiocco tricolore sul petto, lo sguardo immobile sulla sua città che si allontana, sulla sua casa sempre più piccola. Lei sa che è per sempre e la guarda fino all’ultimo, nulla riuscirebbe a distrarla mentre si imprime indelebile quell’immagine nell’anima. Accanto a lei una donna giovane che la tiene abbracciata e guarda nella stessa direzione, ma sorride, ha davanti un futuro e forse anche un’illusione, quel “torneremo” che qualcuno aveva scritto sui muri della città fantasma. La giovane e l’anziana sono solo due delle infinite sfumature del dolore che ha segnato gli ultimi 70 anni di storia dei nostri esuli. Così come tante e diverse sono state le loro storie – le vostre storie – all’arrivo, accolti o scacciati, compresi o non creduti, riconosciuti come fratelli d’Italia o scambiati per stranieri, magari proprio per via di quel loro dialetto o dei loro strani cognomi, sintesi di una storia millenaria fatta di incroci ed etnie, sovrapposizioni linguistiche e vivacità culturali.
Negli stessi giorni del ’45 in cui il resto d’Italia festeggiava per le strade con gli angloamericani la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dal nazifascismo, in Istria, Fiume e Dalmazia invece la guerra continuava, più feroce di prima, come “liberatori” entravano i comunisti del maresciallo Tito e i nostri cari anziché festeggiare cercavano di sfuggire alla mattanza. Per questo, mentre proprio oggi, 25 aprile, il resto d’Italia celebra la Liberazione, noi dobbiamo ricordare ben altre vicende.
In pochi rimasero, per i più disparati motivi, e per decenni sopportarono una sorta di esilio in casa propria, calpestati in quanto italiani ma forti nel conservare fino ad oggi la nostra lingua e la nostra cultura oltre confine. Gli altri partirono, in 350mila: pur di restare italiani abbandonarono tutto e affrontarono l’ignoto.
I più fortunati avevano un parente lontano da raggiungere e presso il quale ricostruirsi una vita, ma gli altri? Dove andare? Chi seguire? Bolzano o Bari o Torino o Palermo, era lo stesso, cioè il niente da cui provare a ripartire, improvvisamente nullatenenti, sradicati e senza un lavoro. Ed è qui che l’anima profondamente religiosa del popolo giuliano dalmata viene allo scoperto, insieme alla forza civile oltre che morale dei suoi sacerdoti: spesso furono loro a prendere la guida e condurre intere comunità verso una nuova terra promessa. Molte famiglie mi hanno raccontato di essersi fermate in un paese o nell’altro solo per aver seguito il parroco, partito come loro esule ma da subito consapevole di essere un pastore con la responsabilità del gregge.
Per me sono solo nomi eroici, ma per molti di voi sono volti, persone vere, ricordi vivi. Indimenticabili – uno tra tutti padre Flaminio Rocchi – per aver difeso fin quasi ai nostri giorni l’identità del nostro popolo sempre a rischio di estinzione. Hanno predicato il perdono ma preteso la giustizia, raccomandato la pace ma rifiutato l’oblio.
Impossibile non ricordare subito l’arcivescovo Antonio Santin, nato a Rovigno e morto a Trieste nel 1981. Si batté come un leone per la dignità di ogni uomo e contro l’arroganza di tutti i potenti. Forte con i forti e tenero con i deboli, è giovane vescovo di Trieste e Capodistria quando nel ’38 affronta Mussolini sul sagrato di San Giusto in difesa degli ebrei, ma anche si spende con fervore quando il regime vieta di pregare in sloveno e croato nelle chiese della diocesi. Nel ’45 tratta personalmente con i tedeschi in ritirata, convincendoli da solo a desistere dalla già iniziata distruzione della città. Nel ’47, nonostante le ripetute minacce dei titini, non teme di recarsi a Capodistria per dare le cresime, ma è ridotto quasi in fin di vita dai partigiani comunisti in un vile agguato. Gli esuli dei 109 campi profughi allestiti in tutta Italia, soggetti a privazioni e accampati per anni in ex caserme o manicomi dismessi, ricevevano spesso le sue accorate visite. Sua è la preghiera che si recita sull’orlo della foiba, che descrive come “un calvario col vertice sprofondato nelle viscere della Terra”, e che ci addita come “la grande cattedra che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace”.
Cinquanta furono anche i preti trucidati o perseguitati in odium fidei, ovvero proprio in quanto rappresentanti di Cristo. Morti perdonando i loro assassini. Grazie ai loro fulgidi esempi acquisisce un senso profondo e sincero questo Giubileo dei Giuliano Dalmati che oggi celebriamo in un tempo (il periodo pasquale) e in un luogo (l’isola santa di Barbana) per noi emblematici. Questo non è il Giorno del Ricordo, celebrato già il 10 Febbraio di ogni anno: se oggi siamo qui in tantissimi è per aderire alla precisa proposta che i Frati minori di Barbana hanno rivolto a tutte le associazioni di istriani, fiumani e dalmati, e tutte hanno risposto sì. La proposta cioè – cito i frati – “di convenire, nel Giubileo della Misericordia, sull’isola che guarda alla struggente terra dei vostri natali. Il vostro popolo dal volto nobile e generoso 70 anni fa ha abbracciato la croce del martirio ma non ha rinunciato a essere cristiano oltreché italiano! Oggi siete invitati dalla Storia e dalla fede dei padri a compiere gesti di misericordia, cioè alla riconciliazione e al perdono”.
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Una misericordia, voglio sottolinearlo, connaturata nella nostra gente, che all’odio altrui ha opposto solo la mitezza, alla barbarie la forza della civiltà.
Ma perché qui? E perché oggi? Il merito è di un ragazzo, Egidio Bullesi, accanto alla cui urna ho l’onore commosso di parlarvi, morto a Pola proprio il 25 aprile del ‘29, a 23 anni, e già dichiarato dalla Chiesa venerabile. Lasciatemi raccontare un curioso aneddoto che mi riguarda personalmente.
Io di Egidio non sapevo nulla fino a dicembre, quando con mio marito sono capitata a Gallesano, in Istria. Volevamo visitare la chiesa ma era chiusa. In quel momento sono apparse alcune donne del paese con una felce da porre sull’altare e così ci hanno aperto. Subito ho notato il grande ritratto di un giovane e ho chiesto chi fosse. “Lei è una giornalista di Avvenire? Allora metta una buona parola per lui con il Papa, è da tanto che aspettiamo che diventi beato”, mi ha risposto una di loro. Ovviamente ho riso. Una volta uscita, ho raccontato a mia madre di quel ragazzo morto giovanissimo, e lei con entusiasmo: “Era il catechista di tuo zio Ezio, erano amici! Un santo vero”. Poi, tornata a Milano, ho trovato l’invito a celebrare questo Giubileo dedicato… ad Egidio Bullesi, proprio nel giorno della sua morte, lo stesso giorno in cui mia madre, esule da Pola e qui presente, compie 90 anni… Coincidenze? Per inciso, il cognome di mio marito è Pola, ma è di Trento ed è solo un caso. Da parte di sua madre, però, il nonno era stato trasferito da Trento come maestro elementare proprio… a Gallesano e lì suo figlio aveva sposato Ida Tarticchio, sorella del famoso don Angelo, il martire delle foibe. Insomma, un destino incredibile sembrava accerchiarmi da più parti e chiamarmi qui, come a un appuntamento cui non potevo mancare.
Egidio Bullesi – o Bullessich (come si firmò tutta la vita; il suo cognome fu mutato in Bullesi due mesi prima della morte) – nella sua vita breve ha bruciato tutte le tappe, come sapesse di avere poco tempo. Nel 1905 nasce nella Pola ancora austriaca, terzo di nove fratelli, e frequenta la scuola italiana. A dieci anni, durante la Prima guerra mondiale, in quanto italiano conosce la dura condizione di profugo in Ungheria e Austria. Nel 1918 torna nella Pola ormai italiana e lavora nel cantiere navale, dove si impegna già nell’apostolato, nel pur difficile contesto socialista dei colleghi: ha solo 13 anni. A 15 durante uno sciopero rosso, si inerpica sulla gru più alta e innalza il Tricolore. Si iscrive al terz’ordine francescano e diventa guida dei giovani di Azione Cattolica di Pola. A 16 anni fonda il locale Reparto Scout. A venti si imbarca sulla corazzata Dante Alighieri e durante i due anni di servizio militare letteralmente travolge i commilitoni: anche i più atei ne restano segnati, qualcuno prenderà i voti francescani e partirà missionario).
A 22 anni lavora nel cantiere di Monfalcone, mentre continua con passione la sua opera di catechista tra i ragazzi: “Si tratta di dare alla nostra Italia la giovinezza di domani, forte, colta e pia”, scriveva. Proprio nelle sue opere di carità contrae la tisi, di cui muore nell’ospedale di Pola. Il funerale, in un Duomo affollatissimo, è aperto dai bambini dell’orfanotrofio cui ha sempre dedicato il suo magro salario, ed è celebrato proprio da don Antonio Santin, suo padre spirituale e primo promotore della causa di beatificazione, poi perorata da padre Antonio Vitale Bommarco di Cherso, arcivescovo di Gorizia, e tuttora in corso.
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Voi, che siete arrivati da Pola, da Fiume, da Zara, ricorderete poi i tre vescovi, esuli con voi o con i vostri padri.
Veniva da Cherso, Raffaele Radossi, vescovo di Parenzo e Pola. Affrontò minacce ed attentati. Visitò tutte le foibe e lottò con coraggio perché le salme fossero riconosciute e avessero sepoltura. Imprigionato dai nazisti, minacciato di morte dai titini, molti di voi lo ricorderanno ai piedi della nave Toscana che nel 1947 portava via ad ogni viaggio migliaia di esuli, svuotando l’Istria: Radossi non è mancato una volta, sempre presente a consolare chi partiva e chi restava. Alla fine si imbarcò pure lui con la sua gente. Morirà a Padova nel ‘72 lasciando tutto ai poveri.
Esule fu anche il veneziano Ugo Camozzo, ultimo vescovo di Fiume italiana, la città detta Olocausta. Partendo con i 54mila fiumani che prendevano la via dell’esodo, tagliò in tre pezzi il Tricolore e lo nascose in tre diverse valigie per aggirare i controlli jugoslavi. E’ sepolto a Pisa con una bandiera di Fiume sul petto.
Pietro Doimo Munzani, arcivescovo di Zara, fu arrestato nel 1944 dai partigiani di Tito e deportato sull’isola di Lagosta. Nel dopoguerra continuò a visitare in tutta Italia i suoi dalmati, ma ebbe poco tempo: morì presto di crepacuore.

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Dei nostri tanti martiri cito brevemente cinque figure esemplari:
Don Angelo Tarticchio di Gallesano, giovane parroco di Villa di Rovigno. Nel 1943 i partigiani di Tito tra percosse e bestemmie lo rinchiudono nel castello di Pisino, dove rivive la passione di Cristo. Il suo corpo verrà riesumato poco dopo in una cava a Lindàro insieme ad altre 43 vittime legate col fil di ferro: don Angelo era stato straziato, evirato e il capo incoronato di spine. Aveva lasciato scritto il suo testamento: “Chiedo perdono a tutti e a tutti perdono di vero cuore”.
Padre Placido Cortese, oggi servo di Dio, nato a Cherso. Per aver salvato tanti ebrei, nel 1944 è trucidato dalle SS nel carcere di Trieste e bruciato nel forno crematorio della Risiera di San Sabba.
Don Marco Zelco, parroco di Canfanàro, è vittima insieme dei nazisti e dei comunisti. E’ impiccato nel 1944 dai tedeschi con la falsa accusa di nascondere armi per un attentato, in realtà la trappola tesa da alcuni partigiani comunisti. Zelco sa bene chi sono i veri responsabili, ma la sua coscienza di prete gli vieta di fare i nomi. L’unico che il giorno dopo ha il coraggio di staccare il suo corpo dall’albero cui è appeso davanti alla chiesa è il vescovo Radossi.
E’ già beato l’istriano italiano don Francesco Bonifacio, nato a Pirano e parroco a Villa Gardossi di Buie. Nel ‘46 è arrestato da sicari comunisti e scompare nel nulla, a soli 34 anni. “Tempi pericolosi – aveva scritto giorni prima – la morte può essere a ogni piè sospinto…”.
E beato è anche l’istriano croato don Miroslav Bùlesi
di Sanvincenti, sgozzato nella canonica di Lanischie nel 1947 dai partigiani di Tito, a 27 anni. La sua colpa? Tramite il vescovo Radossi aveva ottenuto la liberazione di alcuni croati, prigionieri dei tedeschi, evitandone la deportazione. Ma proprio questo atto di coraggio ha indotto i partigiani ad accusarlo di essere amico dei tedeschi. “Condannato” – è scritto nelle carte del processo farsa – “perché agiva contro il popolo”.
Tra i martiri laici nomino simbolicamente gli istriani Norma Cossetto, giovanissima figlia, sorella e madre di tutti noi, e il dottor Geppino Micheletti, medico eroe di Vergarolla. I fiumani Mario Blasich, detto “il medico dei poveri”, e Nevio Skull, limpido autonomista. I fratelli dalmati Nicolò e Pietro Luxardo e il prefetto di Zara Vincenzo Sorrentino: persone che a tutto hanno rinunciato fuorché ai loro valori cristiani e alla dignità. Sono figli – siete figli – della terra d’Istria, Fiume e Dalmazia che vi ha partoriti e della millenaria cultura che vi ha forgiati: un popolo può essere ricordato per le conquiste violente e la crudeltà dei suoi capi, il nostro lo sarà sempre per gli artisti, i naviganti, i santi, i letterati, le ONESTE PERSONE che ha offerto alla storia di Venezia e poi d’Italia; ma anche per la forza d’animo con cui voi siete stati capaci di risorgere dopo la caduta, di farvi valere e stimare ovunque la vostra diaspora sia approdata, di portare alto il nome dell’Italia, un po’ madre e un po’ matrigna, ma da voi sempre amata fino all’ultimo sacrificio.
Solo voi avete pagato i danni di una guerra scellerata che tutta Italia ha combattuto. Solo voi avete portato il peso di una sconfitta non vostra. E nessuno vi ha detto grazie. Oggi finalmente il vostro sacrificio è riconosciuto e in parte risarcito da grandi eventi, come il Giorno del Ricordo o questo primo straordinario Giubileo a voi dedicato, grazie a cari frati di Barbana. In questi giorni, in cui la coscienza del mondo è scossa dai terribili eventi che Papa Francesco chiama “la terza guerra mondiale a pezzi” e dai nuovi disumani drammi di popoli in fuga, la vostra condotta diventa esempio e patrimonio sapienziale da tramandare.
Concludo con le parole sagge di don Cornelio Stefani di Lussino, testimone degli ingiustificati bombardamenti che rasero al suolo la sua amata Zara: “Il nostro paradiso si trasformò in un inferno. Noi non abbiamo ricambiato odio con odio, non esiste altra alternativa al perdono, alla pacifica convivenza. Noi dunque abbiamo perdonato, ma abbiamo il sacrosanto diritto di ricordare”.
Facile è perdonare se si dimentica, difficile quando il cuore ancora sanguina, come il vostro. Anche per questo meritate l’onore e il rispetto d’Italia tutta!
Grazie!



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