Internet: in Germania c’è già la polizia del pensiero

La mattina del 1 gennaio 2016 la Germania si risvegliava scoprendo che a Colonia era andata in scena forse la più epica delle aggressioni sessuali di massa che la cronaca ricordi. Centinaia di donne molestate o assaltate sessualmente da bande di immigrati di origini nordafricane. L’emittente pubblica tedesca, la ZDF, più o meno l’equivalente della […]

La mattina del 1 gennaio 2016 la Germania si risvegliava scoprendo che a Colonia era andata in scena forse la più epica delle aggressioni sessuali di massa che la cronaca ricordi. Centinaia di donne molestate o assaltate sessualmente da bande di immigrati di origini nordafricane. L’emittente pubblica tedesca, la ZDF, più o meno l’equivalente della nostra Rai, attese giorni prima di decidersi a parlare dell’accaduto. L’ex ministro degli Interni tedesco, Hans-Peter Friedrich, denunciò un “codice del silenzio”, politico-mediatico, che scattava ogniqualvolta c’era da (non) dare notizie che riguardavano gli immigrati e che potessero suonare sgradevoli.

Da allora le cose in Germania non sono migliorate. Nel luglio del 2016 marito e moglie sono stati indagati e poi condannati per aver creato una pagina su Facebook in cui si criticava la politica della porta aperta imposta dalla cancelliera Merkel. “Gli immigrati stanno inondando il nostro Paese. Portano terrore, paura, dolore. Violentano le nostre donne e mettono i nostri figli in pericolo. Fate finire tutto questo”. I due coniugi avevano scritto frasi di questo tipo, insomma non erano due pericolosi jihadisti che stavano architettando un attentato in Rete. Nello stesso mese, le abitazioni di circa sessanta persone in Germania sono state perquisite perché i proprietari di casa avevano avuto l’ardire di pubblicare online frasi giudicate “xenofobe” dalle autorità.

A settembre 2015, la Germania ha in qualche modo legalizzato l’odio antisemita: due arabi tedeschi, aiutati da un terzo complice più giovane, bombardarono una sinagoga a Wuppertal, ma il tribunale di competenza tedesco decretò che il gesto non era qualificabile come antisemitismo, bensì come un mero “atto di protesta per spostare l’attenzione sulla guerra di Gaza”. L’attacco venne liquidato come un incendio doloso. Nel luglio 2014 la polizia di Francoforte non impedì a un gruppo di manifestati musulmani, a bordo di un furgone e muniti di megafono, di incitare all’odio contro gli ebrei scandendo, di tanto in tanto, un “Allahu Akbar”.

Se torniamo alla stampa tedesca, sfogliando le pagine di cronaca degli ultimi mesi sembra quasi si trovarsi di fronte a una sorta di orwelliana polizia del pensiero, che serve a giudicare e a condannare, spesso senza appello, come “criminale” e dedito a “discorsi d’odio” chi critica magari le politiche migratorie del governo tedesco, o chi, più in generale, ‘si permette’ di esprimere dei giudizi su immigrati e islam. Così, mentre la campagna elettorale per le elezioni politiche tedesche si avvicina, anche in Germania come negli USA imperversa la polemica sulle “fake-news”; il partito della signora Merkel chiede a Facebook di impegnarsi di più contro le bufale in Rete, che però rischia di voler dire un’altra cosa, mettere sotto controllo il dissenso sul web. E’ stato persino discusso un disegno di legge che minaccia multe fino a 500.000 euro per chi pubblica notizie false sui social.

Facebook ha così deciso di affidarsi a sua volta ad una organizzazione no-profit per il controllo delle notizie tedesche, la “Correctiv”. Sarà un’entità sconosciuta e dicono “super partes” a decretare la veridicità dei fatti, e decidere cosa è bene che i tedeschi leggano e cosa no. Il sistema potrebbe anche favorire la delazione esercitata da singoli utenti verso altri, con la scusa di denunciare chi magari “offende” il pensiero dominante, in tema di migranti o magari di gender e chissà su quanti altri aspetti della nostra vita sociale e culturale. Meccanismi che purtroppo, ripensando alla storia tedesca del Novecento, sembrano ricordare quelli messi in atto durante i totalitarismi del secolo scorso, nazista e comunista.

La nuova polizia del pensiero è quindi destinata a monopolizzare i media e a rendere marginali le voci fuori dal coro, si tratta in sostanza di una nuova forma di censura in grado di tappare la bocca ai tanti utenti del web ma anche a blog e piccoli giornali che magari non hanno le spalle protette da costosi studi legali. L’informazione in Rete rischia di procedere d’ora in avanti tutta in un senso, indovinate quale. Ma basterà stigmatizzare come “fake-news” tutte quelle opinioni politiche dissenzienti, o che un governo giudica “scomode”, per cavarsela? Cioè per evitare di essere travolti alle elezioni? Non è detto, purtroppo per il partito della Merkel.

La domanda del resto è sempre la stessa, chi controlla i controllori? Come faranno Facebook o le autorità tedesche a garantire la neutralità ed obiettività di gruppi terzi incaricati di controllare cosa viene pubblicato sul celebre social network? I fatti, basti pensare alle ultime elezioni presidenziali negli USA, hanno anche dimostrato che algoritmi e informatica sofisticata non sono strumenti infallibili ma orientabili e manipolabili. In realtà l’unico modo per contrastare una notizia falsa, le bufale, che sono sempre esistite e continueranno a esistere, è affidarsi alla libera intelligenza dei naviganti, delle persone che usano Internet. Ognuno di noi può verificare notizie e opinioni che legge.

Nessun governo in ogni caso dovrebbe decidere ciò che è degno o meno di essere pubblicato. Ed è incredibile come invece il dibattito sulle fantomatiche fake-news sia diventato improvvisamente di vitale importanza, proprio nel momento in cui in America la Clinton ha perso le elezioni, in Italia Renzi è stato bastonato al referendum, e Germania e Francia e Olanda sono alla vigilia di una tornata elettorale importantissima. Quelli che “dovevano” vincere, hanno perso. Gli altri che li seguono, temono di fare la stessa fine. La verità, quella che gli utenti di Internet si scambiano senza filtri dei media, sta tornando di moda. E così diventa prioritario cercare di plasmarla sulla base di interessi politici strumentali.

Ma nell’epoca del relativismo, della caccia feroce al populista – anche il popolo si è messo in testa di pensare e votare liberamente?! -, nell’epoca, insomma, del dominio del politicamente corretto, dell’emotività che detta legge, e mentre fioccano i retroscena su una eventuale candidatura di Mark Zuckerberg come candidato democratico alla presidenza degli Usa, ci accorgiamo che non è della verità che vanno a caccia i nostri solerti cacciatori di bufale, ma di chi osa dissentire dal mainstream. Una Stasi 2.0 scatenata contro chi pensa di farla franca.

di Lorenza Formicola

Fonte: https://www.loccidentale.it



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