| Memoria ed impegno a Nord Est |
| Scritto da Corinna Opara | |
| giovedì 25 marzo 2010 | |
|
Ideali che si possono applicare in modalità diverse e su più fronti:
“Memoria e impegno” è anche il nome del progetto avviato da quest’anno
dall’associazione Tenda per la pace e i diritti di Monfalcone
(www.memoriaeimpegno.org). Un progetto formativo a lungo termine
indirizzato soprattutto alle nuove generazioni delle scuole superiori,
il cui fine è sviluppare, attraverso la conoscenza del proprio passato,
una coscienza critica per costruire il proprio futuro, abbattendo
pregiudizi, e operare per superare le situazioni di discriminazione e
negazione dei diritti.
Tra le ultime iniziative appena concluse, un interessante viaggio di tre giorni in due tornate (dal 5 al 7 e dal 12 al 14 marzo), organizzato in collaborazione con le Province di Trieste e Gorizia, sostenuto da Accri Trieste, dal Consorzio Cuturale del Monfalconese, dal Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini” di Gradisca d’Isonzo e dal Dipartimento per la Salute Mentale di Trieste. Oltre cento i partecipanti che hanno accettato di affrontare un duro salto nel passato al tempo del conflitto bellico e le sue conseguenze, che hanno segnato la seconda metà del secolo scorso. Di questi oltre 80 giovani provenienti da alcuni istituti superiori triestini e goriziani o frequentanti i primi anni di università. Destinazione: quel che resta dei campi di concentramento di Jasenovaz (col suo memoriale), di Kampor (sull’isola di Rab-Arbe), del campo di lavoro di Goli otok (l’Isola calva) e il paese di Lipa, teatro di una tragica vicenda storica. Ecco cosa è rimasto ad alcuni di questi ragazzi di questa esperienza. «Ciò che mi ha fatto star più male», commenta Erika, giovane studentessa universitaria, «non sono tanto i numeri, quanto il pensare che si sia voluto uccidere di proposito anche un solo uomo. L’esperienza più forte è stata a Lipa: mentre dei campi a Rab e Jasenovac non rimane quasi nulla, a Lipa ci sono ancora le macerie delle case bruciate; il vedere alcune immagini mostrateci dalla guida, figlia di uno dei sopravvissuti, e il solo fatto di parlare con lei, ci ha fatto sentire l’evento particolarmente vicino». «A Lipa», racconta invece Ivan, studente di scuola superiore di lingua slovena a Gorizia, «sulla lapide in memoria dei defunti ho contato ben dodici persone con il mio cognome. È stato un po’ come riscoprire le mie radici. E in generale, essendo io della minoranza slovena, è stata un’esperienza che ho vissuto molto col cuore, scoprendo molte cose che non conoscevo. Una cosa che consiglio a tutti i miei compagni». Del campo di Kampor sull’isola di Rab rimangono solo una distesa d’erba e un cimitero indicato dal cartello situato accanto a quello, quasi per ironia della sorte, che conduce alla spiaggia. Al sacrario, un monumento costituito da tre obelischi e una costruzione in marmo rievoca le tende e le sue vittime, ricordate anche da una frusta e alcune immagini dell’epoca sotto vetro. Qui i gruppi hanno sostato accendendo una candela per ogni bambino morto nel campo. «Un modo per sottolineare il nostro impegno a ricordare e ad operare affinché simili cose non accadano più», continua Erika. «Abbiamo anche deposto un mazzo di rose sulle tombe di un cimitero attiguo, quelle dei pazienti dell’ospedale psichiatrico dell’isola, uno dei più grandi della Croazia, dove fino a poco tempo fa venivano rinchiusi i pazienti rifiutati o allontanati dalle proprie famiglie. Un modo per ricordarci come il rischio della discriminazione sia un pericolo costante». «È stato bello», racconta invece Luca, studente del liceo Galilei di Trieste, «scoprire dai racconti della guida come, nonostante tutte le torture e le sofferenze subite dagli internati, con la liberazione di Kampor nel settembre del ‘43 l’unico responsabile del campo ad esser ucciso sia stato il colonnello, mentre gli altri sono stati accompagnati dagli ex-prigionieri al molo e fatti rimpatriare dopo una notte di festeggiamenti che la popolazione e i sopravvissuti hanno voluto condividere proprio con gli italiani. Secondo me è un’immagine molto bella che va a scontrarsi contro quella propaganda che vuole i popoli slavi violenti e vendicativi». A Goli Otok, invece, il tempo sembra essersi fermato. Tutto è ancora com’era, nella stessa posizione in cui era stato lasciato nel 1988 il giorno della sua dismissione. Qualche tetto sfondato, il materiale arrugginito, il tutto avvolto in un clima desertico, quasi spettrale. E il silenzio. «Ci è stato raccontato», spiega Erika, «che appena sbarcati i detenuti erano costretti ad attraversare un tunnel umano composto dagli altri detenuti che dovevano percuoterli. E pensare che era il 1949, a un anno dalla dichiarazione universale dei diritti umani». Storie di un mondo dietro l’angolo, ma anche di oggi. Nonostante i progressi della società civile, sono ancora molte le barriere da superare. Ma quale contributo possono offrire i giovani? «Secondo il biologo francese Jean Hamburger i diritti umani sono parte di quella componente sociale dell’uomo senza la quale egli è ridotto a un semplice animale», conclude Erika. «Noi giovani abbiamo il dovere di ascoltare chi è venuto prima di noi, ma al contempo di sviluppare una nostra coscienza critica, anche se è difficile, perché implica un grande sforzo per cercare la verità. E poi è importante l’impegno in prima persona, ciascuno nell’ambito al quale si sente più affine e nelle modalità più opportune. Anche la manifestazione organizzata a Milano da “Libera” ne è un esempio: quello della mafia è un grosso fardello, ed è un fenomeno difficile da comprendere, soprattutto per noi del Nord. Dobbiamo avere un grande rispetto per le persone che hanno sacrificato e sacrificano la propria vita per combatterla. L’importante è che il nostro impegno sia coerente a partire dalle piccole cose, dall’interno delle nostre famiglie, perché la storia, anche quella con la “s” maiuscola, viene scritta ogni secondo a partire dal gesto di ogni singolo. E non possiamo criticare i grandi se poi noi siamo i primi a non fare niente». |