Lamento per l'Eritrea
Scritto da Stefano Sodaro   
giovedì 27 agosto 2009
Ultima notte in Eritrea prima della partenza. Sembel, periferia di Asmara. Matteo, il mio bambino che ha appena compiuto 5 anni, si è addormentato subito. Io sono sconvolto da un’esperienza, che, quantunque rinnovata per la terza volta (l’ultima risale a 6 anni fa, nel 2003), mi lascia completamente annichilito dal punto di vista esistenziale ed evangelico. I rospi gracidano all’unisono con un sottofondo così forte di richiami reciproci — non è un gracidare ininterrotto, ma intermittente — che sembra un singolare fracasso notturno di uccelli ubriachi. Cantano i grilli fuori della finestra della nostra camera.

Nella casa che fu di nonna Abrehet ancora si ride. Scherzano i bambini rimasti svegli. Si mangia quel che avanza dello zìghni e dell'ingèra. Si beve un bicchiere di birra o di arèki, l’anice locale. Ci si passa le quattro portate di caffè, il bun. Ho gli occhi pieni delle liturgie copte ortodosse cui mi è stata donata la vera grazia di partecipare: una proprio nella Cattedrale di 'Nda Mariam, presieduta dal Patriarca Abune Dioskoros.

Dovrei direi dall’Antipatriarca, perché nominato al posto del legittimo Patriarca, Abune Antonios, destituito per volontà dei potenti. Centinaia di donne, avvolte nel bianco nezelà, prostrate completamente a terra, nella identica medesima postura che siamo abituati ad associare al culto musulmano in una moschea, mentre qui è a Cristo, Gesù di Nazaret, che va l’adorazione integrale del corpo.  Corpi di donne, che rimangono un tempo infinito come fagotti immobili, in totale abbandono alla preghiera guidata dai keshi, i “preti del popolo”, padri di famiglia, venerati e trattati da eguali, senza barriere clericali frammezzo. La liturgia dura ogni giorno, durante la preparazione alla festa centrale di Maria, il 15 agosto, non meno di 10 ore, iniziando alle 5 di mattina per terminare alle 14. Normalmente, invece, la Messa quotidiana dura solo 5 ore, dalle 4 della mattina alle 9. Le nostre messe feriali, se non vado errato, mi pare durino al massimo 15-20 minuti. Qui il silenzio monastico impregna completamente la vita ecclesiale di tutti, anche di coloro che monaci non sono.

Ed avvolge i corpi senza vita, annegati nell’Adriatico, dei 73 membri di questo stesso popolo che cercavano pace, lavoro e libertà lontano dalla loro terra, tanto amata, sino allo strazio dell’abbandono, sino alla morte.
Passano i libri sacri, avvolti in preziosi tessuti, tra le navate della chiesa per essere baciati tre volte da ognuno — si badi, ognuno — dei presenti e di questo importante ufficio di partecipazione comunitaria sono incaricati i diaconi che diventano tali all’incirca intorno ai 10 anni. Vedranno poi da soli se intendono pure diventare preti.

Fa un’impressione indescrivibile sapere che, mentre la gente prega nella Cattedrale di 'Nda Mariam, il legittimo Patriarca di tutta l’Eritrea, Abune Antonios, è imprigionato a pochi metri e privato di ogni prerogativa di Guida Spirituale del suo popolo. Ma nessuno ne parla. Un Romero vivente ignorato dal mondo.

Ho un’allucinazione, o una visione. Sulla grande piazza antistante la Cattedrale asmarina vedo dom Helder Camara, vescovo brasiliano morto 10 anni fa, il 27 agosto del 1999, e nato 100 anni fa, il 7 febbraio del 1909, protagonista e artefice di quella “Chiesa dei Poveri”, che qui non è nata dopo il Vaticano II ma addirittura agli inizi della predicazione apostolica. Stringe a sé uno per uno i fedeli ortodossi presenti. E piange. Come me.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 04 settembre 2009 )