| Stranieri a noi stessi |
| Scritto da Fabiana Martini | |
| giovedì 16 luglio 2009 | |
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Scriveva il commediografo latino Terenzio, prima che Gesù Buona Notizia
prendesse dimora in mezzo a noi: «Sono un uomo: nulla di ciò che è
umano considero a me estraneo». Sant'Agostino, qualche tempo dopo, ribadiva: «Ogni uomo ha come prossimo tutti gli uomini. Ci si guarda come prossimi tra padre e figlio, tra genero e suocero. Ma non v'è nulla di tanto prossimo come un uomo e un altro uomo». Nella seconda metà dello scorso secolo, il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo “Gaudium et spes” così si esprimeva: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Ai nostri giorni Benedetto XVI, nell'enciclica “Deus caritas est” afferma: «Chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo, è il mio prossimo». Ora è opportuno chiedersi: anche gli stranieri sono uomini, meglio persone? O questa definizione vale solo per bianchi occidentali possibilmente padani? Dopo duemila anni di cristianesimo l'umanità che auspicava Terenzio sembra essere venuta meno a sentire come siamo capaci di trattare nostri fratelli e sorelle solo perché sprovvisti del foglio di soggiorno. È di pochi giorni fa la denuncia dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che dopo aver incontrato i richiedenti asilo respinti in Libia all'inizio del mese, ha inviato una lettera al governo italiano con la richiesta di chiarimenti: nel corso dei colloqui, infatti, sono state raccolte testimonianze riguardo l'uso della forza da parte dei militari italiani durante il trasbordo sulla motovedetta libica. Eppure questi stranieri che vogliamo ad ogni costo rimandare a casa loro sono gli stessi che si prendono cura dei nostri vecchi e che accudiscono i nostri bambini, quelli che raccolgono i nostri pomodori e costruiscono le nostre case. Sono quelli senza i quali il nostro sistema imploderebbe e la nostra società sarebbe meno umana di quanto già non sia. Perché, nostro e loro malgrado, ci mostrano un modo diverso di essere, ci dicono che è ancora possibile trovare il tempo per gli altri, che non si può nascere, crescere, invecchiare e morire se non all'interno di una rete di relazioni che danno senso al nostro vivere. Lo straniero, in fondo, ci ripropone il nostro modo di rapportarci con gli altri e ancor prima con noi stessi, perché — come aveva felicemente intuito la psicanalista Julia Kristeva più di vent'anni fa — «lo straniero è dentro di noi. E quando fuggiamo o combattiamo lo straniero, lottiamo contro il nostro inconscio», perché siamo tutti stranieri a noi stessi. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 29 luglio 2009 ) |