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Scritto da Francesco Bonini
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giovedì 21 gennaio 2010 |
La tragedia immane, incommensurabile, è stata presa in carico dal
mondo. Haiti da anni era ormai uno spazio vuoto del sistema delle
relazioni internazionali, abbandonato ad un destino di violenza, di
miseria, di degrado. Certo, c'era l'aiuto internazionale, ma sappiamo
che troppo spesso questo aiuto genera circuiti chiusi ed endogeni,
incapaci di generare sviluppo. Ora tutto è crollato, si è accartocciato
su se stesso, portando con sé un numero ancora incalcolabile di
vittime.
L'arrivo del segretario generale delle Nazioni Unite,
l'impegno degli Stati Uniti, del Canada, quello, sia pure in ordine
sparso, dell'Unione europea rappresentano però un segnale forte, un
concreto orizzonte. Sono consapevoli, questi leader mondiali, che la
catastrofe rappresenta per tutti un monito e un impegno: non solo
ricostruire, come di fronte a tante altre tragedie, come abbiamo visto
pochi mesi fa, a L'Aquila e in Abruzzo. Si tratta di rifare le
fondamenta, ripensare integralmente un sistema. La capitale rasa al
suolo di un Paese poverissimo e soprattutto derelitto reclama una
ricostruzione che sia prima di tutto e soprattutto un ripensamento.
I superstiti hanno diritto ad un nuovo orizzonte, gli aiuti internazionali si devono orientare ad offrire un futuro, a disegnare, forse per la prima volta, un Paese capace poi di andare avanti, capace di libertà, di sviluppo. Una delle cose che più hanno colpito i soccorritori e l'opinione pubblica internazionale sono state le preghiere, corali, spontanee, nel momento in cui giustamente ci si poteva porre la domanda: perché è capitato questo proprio ad un popolo già così provato, colpito, abbandonato.
Le risposte allora si possono dare proprio venendo sì incontro all'immediata emergenza, ma soprattutto guardando ad un piano condiviso di ricostruzione dalle fondamenta. Potrà la comunità internazionale concentrarsi su un piano unitario, condiviso, in cui ci sia posto per tutti, per non dimenticare nessuno?
Meno di un mese fa, il giorno di Santo Stefano, sono stati ricordati i cinque anni dal terribile tsunami che nel 2004 seminò distruzione su un enorme quadrante dell'Oceano Indiano. Ci sono state non poche testimonianze di ricostruzione riuscita, resa possibile dall’aiuto internazionale. Ora la sfida è più concentrata, anche se più radicale: è una sfida molto ardua, ma è una sfida possibile.
Oggi si tratta in primo luogo di salvare le vite e di offrire un primo sostegno ai sopravvissuti, a partire dai più piccoli, dai bambini orfani. Ma la vera emergenza è strutturale. Ne consegue la responsabilità dell'opinione pubblica mondiale: che deve essere generosa, offrire aiuto, ma deve anche vigilare, aiutare il fragile tessuto internazionale a giocare finalmente un ruolo propulsivo, un ruolo di speranza non solo nel breve, ma soprattutto nel medio periodo. E forse ci sono le premesse per essere, pur nell’immensa catastrofe, fiduciosi.
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