Incontri di poesia al Gopcevich

A coloro che amano la poesia contemporanea, il mese di marzo ha regalato molte emozioni. Le Biblioteche civiche del Comune di Trieste in collaborazione con l’Università, a partire da venerdì 6 marzo alle ore 17.00, hanno proposto tre incontri con la poesia contemporanea. Ci sono state letture proposte da diversi poeti e la presentazione del […]

A coloro che amano la poesia contemporanea, il mese di marzo ha regalato molte emozioni. Le Biblioteche civiche del Comune di Trieste in collaborazione con l’Università, a partire da venerdì 6 marzo alle ore 17.00, hanno proposto tre incontri con la poesia contemporanea. Ci sono state letture proposte da diversi poeti e la presentazione del libro: “L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila”.

Dal momento che protagonista dell’iniziativa è stata la poesia nella sue espressioni contemporanee e più periferiche, vorrei cogliere l’occasione per una riflessione generale sulla cultura e sull’arte contemporanee.

Rimanendo nell’ambito della poesia, dobbiamo principalmente riconoscere che anche questa forma espressiva tra le più essenziali e alte è condizionata dalla storia. Oggi nessuno si sognerebbe di scrivere un poema epico, non essendo più proponibili all’uomo di oggi la sensibilità e il mondo di valori legati a questo genere letterario.

Che nel corso del 1800 e poi nel 1900 si sia avviata una radicale rivoluzione nel modo tradizionale di fare poesia, è solo un bene e un decisivo progresso dell’intelligenza e del linguaggio. Essendo venute alla luce nuove conoscenze su regioni prima inesplorate della vita dell’uomo e parallelamente nuove scienze umane equipaggiate a dovere per esplorarle e comprenderle, anche l’arte in tutte le sue forme, e nello specifico la poesia, hanno assorbito il nuovo clima culturale e i suoi linguaggi revisionati fino all’osso. Un arricchimento, non c’è che dire. Ma come succede in tutte le fasi della storia umana, che sembra incapace di equilibrare i due piatti della bilancia, l’uomo non riesce mai a trovare il punto nel mezzo e quindi a porre su ciascun piatto il peso dovuto e necessario. Dall’eccesso di regole, paludamenti e motivazioni ufficiali o d’occasione, si è passati, percorrendo la fertile regione intermedia della grande poesia simbolista ed ermetica contemporanea, all’estremo opposto del deragliamento totale di ogni grammatica e sintassi, di ogni struttura di significato capace di comunicare un’esperienza, spirituale o fisica, al fruitore. L’arte non è solo diventata brutta in molte delle sue espressioni più recenti, ma anche cifrata e incomprensibile, al punto da smarrire la sua stessa ragione d’essere.

È giusto che ogni linguaggio artistico sia costantemente sottoposto ad un lavoro solerte di aggiornamento, di dilatazione delle potenzialità espressive e di dolce violenza sui calchi troppo ingessati della tradizione  aulica e discorsiva. Il lavoro di potatura è di dovere. Ma quando le cesoie vanno troppo oltre e cominciano a recidere senza discernimento, per un puro gusto di distruggere e di confondere, anche la pianta e le radici, allora non è più potatura, ma atto vandalico e irragionevole.

Il logos esiste e non va mai rinnegato, pena l’incomunicabilità e la morte dell’arte. Il logos attraversa tutto l’universo, tutto il vasto spettro del vivere anche se l’intelligenza umana non è mai in grado di comprenderlo e svelarlo interamente. L’arte si evolve non quando lo nega o lo stravolge, ma quando affina i suoi strumenti di esplorazione e di espressione e li rende sempre più sofisticati, nuovi e sensibili alle vibrazioni dell’essere. Rinnovare e rivoluzionare le forme non significa distruggere, ma evolvere le potenzialità dei propri strumenti con invenzioni anche immaginifiche e audaci, ma mai alienate dall’intima ratio che ci rende creature pensanti e capaci di capire il disegno e il senso delle cose.

Le sonde esplorative dell’artista e le sue stazioni di trasmissione dei messaggi non si migliorano certo distruggendole o danneggiandole, ma portando a perfezione, attraverso soluzioni nuove e sempre più sofisticate, i loro meccanismi e l’efficacia del loro funzionamento. In ragione di questa colossale confusione sui fini, i significati e l’arte stessa di fare arte, tanta arte contemporanea non merita più questo nome.

Dietro questo gusto di deturpare e sfregiare, elevato al rango di arte autentica, agisce tutto un modo di concepire la vita e l’umano. Il brutto, l’oscuro, il difettoso, le più sottili sfumature di tutto ciò che è in se stesso negativo e che l’uomo sa essere tale, sono ricercati come garanzia di un successo sicuro tra la gente.

Il bene non fa audience oggi, il male sì. Il male in tutte le sue gradazioni, da quelle all’apparenza minime a quelle più devastanti, fino all’eclissi totale della ragione. Chi si comporta bene è noioso, chi si comporta male è affascinante. Gran parte della cultura del Novecento si è edificata su questa visione di rottura e di dissacrazione. Lo sponsor migliore è il disordine, l’infrazione della regola, lo sfregio, l’imbrattatura. Una tendenza assurda e paradossale se la confrontiamo con l’opposta tendenza al bello e alla perfezione nella cosiddetta cultura del corpo. Ci si compiace di essere belli, levigati, perfetti esteriormente e non ci si preoccupa minimamente se dentro, nell’anima, si è disarmonici, incolti, a volte anche brutti e sgradevoli. I Centri del benessere e dell’estetica, le palestre e le piscine non risentono certo della crisi, mente le Librerie chiudono e l’editoria scricchiola da tutte le parti, con colate laviche di carta stampata ma quasi nessuno che la legga. Il corpo è prezioso e va curato e coltivato, ma senza mai scinderlo dalla vita interiore di cui esso deve farsi specchio ed interprete privilegiato.

Il carattere demonico della grande letteratura e cultura del secolo breve aveva almeno dalla sua la consapevolezza di dialogare, spesso dolorosamente, con i demoni interiori e le forze distruttive della vita. Questi demoni non venivano celebrati, ma esplorati, all’interno di un processo di purificazione e di ricerca della verità sull’uomo e il suo destino. Pensiamo ai “demoni” di Dostoevskij che non di rado cedono il passo, in opere come “Delitto e castigo” e “I fratelli Karamazov”, ad un’esplosione accecante di luce improvvisa che tutto redime. O a Thomas Mann, più incline invece ad analizzare la dissoluzione e il cedimento umano alle forze negative e irrazionali dell’anima: la malattia suprema sovrana della vita nella “Montagna incantata”, il tarlo di un’infelicità congenita all’uomo nei “Buddenbrook” e la disfatta totale di Adrian Leverkühn nel “Doctor Faustus”. Se non si conosce il buio che è nella nostra anima, non si conoscerà neppure la luce. Dove c’è il cono d’ombra c’è anche la fonte luminosa che lo crea.

Questo processo a suo modo positivo di chiarificazione di sé e del proprio stare al mondo, negli ultimi tempi è degenerato in un gusto fine a se stesso per il brutto, per il demoniaco inteso come avvampare di impulsi ed istinti spacciati per positive forze dell’anima. Si crea così il paradosso di un’umanità che non cerca più la guarigione della propria fragilità e il superamento dei propri errori, ma insegue ostinata la malattia, la febbre, il disordine.

Le grandi filosofie e le grandi religioni sono accomunate dalla ricerca dell’armonia, della bellezza e della pacificazione. Il cristianesimo ha nutrito la grande cultura occidentale, l’ha affinata, plasmata e arricchita con tesori di sapienza e di spiritualità ineguagliabili. La cultura attuale, specie nelle sue forme deteriori e dozzinali che i media spacciano per genio ed arte, rema decisamente contro. Come vediamo ogni giorno al telegiornale, il vandalismo nei confronti di questa cultura e arte gloriosa del passato è divenuto il comune denominatore della “distruttività” di oggi. Non si può più parlare di creatività, ma di distruttività: non serve più scrutare lontano, meditare, ricercare, spendere tempo ed energia per conoscere e portare la propria vita all’altezza delle sue reali possibilità e capacità. Per realizzare una qualsiasi opera d’arte o per avviare una nuova stagione culturale basta prendere tutto ciò che ci viene dai nostri Padri – i grandi Padri fondatori dell’umanesimo cristiano occidentale – e sfregiarlo, distruggerlo, capovolgerlo nel suo contrario. Un prerogativa “demoniaca”.

E a chi giudica antiquata questa mia prospettiva, a conclusione di questa piccola e marginale meditazione voglio ricordare che un serio e autentico discorso su questi temi non si gioca sulla coppia di opposti antico e nuovo, vecchio e giovane, passato e presente, conservatore e progressista, ma su quell’unità dell’essere e dello spirito in cui sono iscritte da sempre le leggi trascendenti ed eterne del nostro destino. Su questo piano niente invecchia, deperisce e muore. Mutano i linguaggi, le forme, gli involucri, ma lo spirito che li anima è sempre il medesimo ed è fatto per la vita, l’armonia, la bellezza e la verità e non per la morte, il disordine, la bruttura e la menzogna.



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