In ricordo del Beato Stefano Sàndor

In settimana, come raccontiamo altrove, da queste parti ha fatto scalpore la nuova pièce di Simone Cristicchi sull’esodo degli istriani. I livelli roventi della polemica, che non si sono ancora spenti, sembrano far capire che in Italia affrontare la storia recente è sempre pericoloso. Ogni volta che si solleva pubblicamente il tema arriva puntuale qualcuno […]

In settimana, come raccontiamo altrove, da queste parti ha fatto scalpore la nuova pièce di Simone Cristicchi sull’esodo degli istriani. I livelli roventi della polemica, che non si sono ancora spenti, sembrano far capire che in Italia affrontare la storia recente è sempre pericoloso. Ogni volta che si solleva pubblicamente il tema arriva puntuale qualcuno a dire che non è d’accordo e vuole che tutti gli altri lo sappiano. Ma non è d’accordo su che cosa? Sul fatto che i morti ammazzati siano tutti uguali? Sul fatto che un criminale resta sempre un criminale? Parrebbe proprio di sì. Per alcuni c’è criminale e criminale e non si può fare di tutto il crimine un fascio…per parafrasare un vecchio adagio. Vallo a dire agli orfani, verrebbe da rispondere. Vallo dire alle vedove. Vallo a dire a chi non c’è più. Ma questo sarebbe già un approccio realista. L’ideologia, invece, per definizione, rifiuta la realtà. Come quell’allievo che fece presente al professor Hegel (sì, proprio il padre dell’idealismo romantico che ogni anno turba i sogni dei nostri studenti alla maturità): “Professore, ma i fatti smentiscono le sue teorie!” ed ebbe di rimando come risposta: “Tanto peggio per i fatti!”. Che uomini, gente. Quelli sì che avevano ‘granitiche’ certezze. Dovevano essere così anche quelli (mai trovati) che impiccarono un ragazzo ungherese di 38 anni, nel 1953. Il ragazzo si chiamava Stefano Sàndor, ed era un laico della famiglia salesiana. Da piccolo aveva anche pensato di farsi sacerdote, poi aveva optato per l’istruzione dei giovani e la santificazione del lavoro quotidiano (ne fece diversi). Ovunque andava cercava di farsi apostolo, cioè di portare la verità e l’amore di Cristo, con serenità e allegria ma anche in modo esigente, alla maniera dell’amato Don Bosco. 

Quando a Budapest s’impiantò il regime stalinista di Mátyás Rákosi (1892-1971), uno che fece giustiziare persino i suoi compagni di partito perché non li reputava abbastanza allineati, capì che il Cristianesimo in Patria non sarebbe stato più accettato, per usare un eufemismo. E’ allora che inizia, d’altronde, la parabola del cardinale ‘leggendario’, József Mindszenty, l’indimenticabile primate d’Ungheria di cui è pure in corso il processo di beatificazione. Sàndor, di cui per decenni non si è saputo nulla e di cui non si conosce nemmeno il luogo di sepoltura, andò avanti lo stesso finché un giorno (era il giugno del 1953) all’improvviso fu portato via dalla fabbrica dove lavorava e nessuno lo vide più. Sappiamo che ci fu il solito rapido processo-farsa e poi la morte per impiccagione. Le accuse  furono le solite: ‘controrivoluzionario’, ‘nemico del popolo’, ‘traditore della Patria’. Quando si leggono queste cose ci sarebbe da restare stupefatti perché non ci si può mai ‘assuefare’ al male. E magari ci si vorrebbe mettere per un momento nella testa dei carnefici per provare a capire. Che cosa può mai spingere delle persone a compiere atti così folli e criminali come perseguitare e uccidere degli innocenti. Come puoi dire a una persona indifesa, anche povera materialmente, un ragazzo, una ragazza, un padre di famiglia, che lui è un nemico, un traditore, uno che la deve pagare cara. E poi non solo lo dici ma lo fai anche. Siamo abituati a ragionare per ‘sistemi’, certo, ma dietro i sistemi ci sono le persone, singole e irripetibili, con la loro coscienza e la loro libertà. La nostra personale, semplice e umile risposta è che davvero, come spesso si dice,  “senza Dio, tutto è possibile”. Le ideologie, in quanto tali, sono proprio questo progetto utopico: creano artificialmente un’idea del mondo in cui tutto viene determinato e ridotto a uno scopo e se qualcosa (o qualcuno) non rientra in questo scopo…beh, tanto peggio per lui, per dirla con Hegel. La storia eroica e drammatica di Sàndor insegna però che la storia non è mai scritta una volta per sempre e spesso la differenza la fanno i più piccoli. Rákosi era visto come uno degli uomini più potenti del mondo ai suoi anni, certo, ma oggi chi lo ricorda? Domenica scorsa invece tutta Budapest si è fermata per un ragazzo di 38 anni ucciso da chissà chi e finito chissà dove. Il suo volto limpido ha giganteggiato nelle piazze e sulle chiese perché la beatificazione di un autentico eroe nazionale da quelle parti è un fatto pubblico e solenne. Sàndor era un ragazzo di fede, un cristiano esemplare ma anzitutto un martire e una vittima di un brutale sistema criminale tra i più efferati dell’intera storia dell’umanità. Oltre a lui, che oggi conosciamo, nel secolo scorso ci sono stati però tanti ragazzi e ragazze che hanno pagato di persona il fatto di essere per l’ideologia di turno ‘dalla parte sbagliata’. E’ anzitutto per loro, tutti loro, che quando si rievocano certi fatti (in Ungheria, Istria e ovunque nel mondo) l’unico atteggiamento decente da tenere in pubblico ci sembrerebbe il silenzio. Se poi uno ha fede, che preghi e faccia pregare, per chi non c’è più e soprattutto per i sopravvissuti che vanno avanti ancora oggi con sofferenze indicibili e la morte nel cuore. Il resto, sia detto una volta per tutte, non merita alcuna menzione.



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