In Regione FVG dilaga la dittatura delle opinioni

In Commissione è stato approvato un testo che apre alle Dichiarazioni anticipate di trattamento secondo la logia dell’eutanasia. Tutti a favore, tranne qualche lodevole testimonianza.

di Roberto Pensa

In Friuli-Venezia Giulia presto ogni cittadino potrà dire la sua sui trattamenti sanitari a cui vuol essere assoggettato «nel caso non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge». Così recita infatti la proposta di legge n°55 che istituisce il «Registro regionale delle Dichiarazioni anticipate di trattamento». Il più diffuso quotidiano locale esulta per il passo epocale: «Biotestamento, la sfida del FVG».

Ma è davvero così? La Dat (Dichiarazione anticipata di trattamento, nel linguaggio corrente indicata come «biotestamento») che la Regione dovrebbe inserire sulle card sanitarie, istituendo un apposito registro, hanno lo stesso valore di un commento su «Facebook»: praticamente nullo. La materia, infatti, è di esclusiva competenza statale e quindi la legge regionale non vincola medici e personale sanitario. È una illusione.

Un miraggio pericoloso, tra l’altro, perché la proposta di legge liquida in appena 7 «articoletti» un tema spinoso e complesso lasciando al dichiarante completa libertà sui contenuti. Con il rischio – anzi la pressoché certezza – di registrare dichiarazioni ambigue dal punto di vista medico, generiche, inesatte ma anche contrarie alla legge perché magari prefigurano comportamenti eutanasici. Gli estensori della proposta, infatti, non hanno ritenuto nemmeno di accogliere le positive esperienze di alcuni Comuni (come Udine) dove per la stesura della Dat vi è la consulenza obbligatoria e gratuita dell’Ordine dei notai a garanzia proprio della loro correttezza giuridica.

Si tratta inoltre di uno strumento che invece di aiutare a realizzare quella necessaria «alleanza terapeutica» tra paziente incosciente, suoi familiari e medici, finalità per cui sono nate storicamente le Dat, punta invece manifestamente a distruggerla. La «Dat regionale» si configura infatti, come strumento da utilizzare in Tribunale per ottenere sentenze favorevoli che «costringano» i medici a determinati comportamenti, sul modello utilizzato per Eluana Englaro.

Si dice, tra l’altro, che questo strumento interesserebbe molti cittadini. Non sembra, però, se è vero che, ad esempio, tra i 100 mila abitanti di Udine solo in 223 hanno sentito l’urgenza di depositare la Dat nei primi 18 mesi di funzionamento del registro comunale voluto dal sindaco Honsell.

Perché allora tanto furore ideologico? Nella relazione introduttiva alla proposta di legge, i firmatari lo espongono lucidamente: «Lo Stato, dovendo rappresentare e difendere tutti i “sentire” dei suoi concittadini, è e deve essere laico e laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio questo sia, alla totalità dei cittadini». Non è affatto una corretta definizione di laicità, ma la teorizzazione più estrema della «società liquida», della «dittatura delle opinioni», di uno Stato «notaio» delle mere volontà individuali, completamente disinteressato a qualsiasi ancoramento valoriale o a qualsiasi confine etico e di rispetto anche della più elementare deontologia in campo medico.

E già si annunciano altre applicazioni agghiaccianti di questo metodo. Come nel caso di quella coppia di coniugi italiani di 55 e 43 anni che, non potendo avere figli in modo naturale a causa dell’infertilità della donna, si è recata in Russia per sfruttare la pratica dell’utero in affitto (vietata e punita in Italia). Al bambino, «ottenuto» in cambio di 50 mila euro, non è stata però concessa l’iscrizione anagrafica, anzi, il bebè è stato sottratto alla coppia e dato in affido ad un’altra famiglia. Ma il 27 gennaio scorso la seconda sezione della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per l’accaduto postulando la violazione del «diritto dei coniugi alla vita privata familiare». Anche in questa sentenza prevale la dittatura delle opinioni private su valori pubblici come il rispetto della dignità e dei diritti della «madre surrogata» (che secondo il nostro ordinamento giuridico è la vera madre), la lotta alla mercificazione della vita, l’elusione di tutte le pesanti procedure e valutazioni di garanzia che in Italia precedono ogni adozione, il benessere del bambino, il suo diritto di conoscere i genitori biologici.

Ancor più inquietante la storia – riportata dal «Corriere della Sera» – della clinica di Amsterdam dove la teoria del gender (detto in «soldoni», quella che sostiene che il sesso non è determinato in natura ma è una scelta individuale) diventa realtà e dove con l’uso di farmaci all’età di 12 anni si sospende lo sviluppo sessuale di ragazzi che, a detta delle famiglie, evidenziano l’inclinazione ad identificarsi nell’altro sesso. I motivi addotti sono anche molto banali – ragazzi che giocano con le bambole o ragazze che si vestono da maschiaccio – e i medici rassicurano, chiamando naturalmente in causa le «scelte individuali»: «Lo facciamo perché possano scegliere liberamente il loro orientamento sessuale quando saranno più grandi nel caso sia accertata una disforia di genere». Ma si può immaginare qualcosa di meno neutrale e di più invasivo nella vita di un preadolescente che incidere così pesantemente sul suo sviluppo sessuale all’età di 12 anni?

E l’elenco potrebbe continuare. Per l’Italia, si tratta di un totale stravolgimento dei valori sottostanti alla Costituzione. I padri costituenti avevano già visto troppo bene in quali «mostri» si erano trasformate per apparente via democratica, grazie all’indottrinamento delle masse e alla «dittatura delle opinioni», la Repubblica di Weimar e la monarchia costituzionale sabauda. Per questo nella nostra carta costituzionale troviamo un forte riferimento a diritti umani che vengono concepiti come qualcosa di scolpito indelebilmente nell’animo di ciascun essere umano, addirittura sovraordinato e indisponibile allo Stato stesso; oppure troviamo riferimenti riguardo all’indisponibilità, da parte dello Stato, dell’ordine naturale (come il divieto di eugenetica o il riferimento alla famiglia «naturale», contrapposta idealmente a quella «artificiale» che aveva cercato di creare il nazifascismo educando le giovani generazioni nella sua delirante ricerca del superuomo). Non potevano immaginare, i nostri padri costituenti, che quasi 70 anni dopo dopo i desideri individuali sarebbero stati configurati come diritti con il rischio che uno Stato eticamente «neutrale» diventi il mero certificatore dei desideri del più forte e non più il difensore e il garante dei più deboli.



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