Immigrati: accoglienza non significa “dentro tutti”

Mons. Silvano Tomasi, Nunzio per molti anni presso l’ONU a Ginevra, spiega con realismo cristiano cosa significa accogliere e integrare gli immigrati. Fuori dai luoghi comuni, dal sentimentalismo e dagli slogan sdolcinati.

La situazione degli arrivi che continua ininterrotta indica che i problemi nei paesi da cui vengono questi immigrati, richiedenti asilo, non cambiano affatto. Bisogna allora farsi la domanda: come mai dopo anni di emergenza la comunità internazionale non riesce a gestire e governare un fenomeno che sì è parte della storia e parte del cammino della comunità umana lungo i millenni, però in questo momento assume una intensità tale da mettere in crisi altre regioni del mondo come l’Europa?». Monsignor Silvano Tomasi, fino a pochi mesi fa nunzio apostolico presso le Nazioni Unite a Ginevra, commenta così la nuova ondata di sbarchi degli ultimi giorni sulle coste italiane. Tomasi, missionario scalabriniano, ha dedicato tutta la vita sacerdotale ai migranti e al tema delle migrazioni: è stato il fondatore a New York del Center for Migration Studies, ed è poi stato segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e quindi nunzio in Etiopia ed Eritrea, prima di essere inviato nel 2003 a Ginevra, alla nunziatura che ha lasciato dopo aver compiuto i canonici 75 anni. Attualmente svolge la funzione di segretario pro tempore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace in attesa che diventi operativo il nuovo Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale appena creato da papa Francesco.

Monsignor Tomasi, il tema dell’immigrazione in Italia e in Europa è molto caldo e accende dispute che non brillano per equilibrio. È un tema complesso che deve tenere conto di molti fattori. C’è anzitutto il problema delle guerre e delle violenze nei paesi di origine, che sono la causa più importante del movimento di queste persone. È una violenza che – come vediamo in Medio Oriente e in Libia – continua e le potenze coinvolte in queste guerre non si mettono intorno a un tavolo per negoziare una pace. D’altra parte il bene comune chiede che anche gli interessi dei cittadini dei Paesi di arrivo vengano presi in considerazione. Non si può pensare che tutti i potenziali migranti e richiedenti asilo trovino accoglienza in Europa. L’Europa deve essere solidale, rispettare gli accordi che ha firmato riguardo ai rifugiati, nel senso tecnico della parola, però non è che sia obbligata ad accettare tutte le persone che cercano una vita migliore nel contesto economico e di libertà sociale che c’è in Europa.

Quindi è giusto fare rispettare il diritto internazionale che regola il diritto allo status di rifugiato, in base al quale peraltro la maggior parte degli immigrati che arrivano irregolarmente devono essere rimpatriati. Bisogna tenere conto che la situazione è molto complessa. Certamente bisogna distinguere rifugiati e richiedenti asilo da migranti economici. Nello stesso tempo bisogna avere un senso di solidarietà umana anche per le persone che fuggono dalla miseria e dalla fame oltre che dalla violenza. Credo che la comunità internazionale abbia il compito di elaborare nuove categorie giuridiche per quelli che devono abbandonare le case e i villaggi, come nel Sahel, perché avanza il deserto o perché ci sono altre cause naturali che li spingono fuori dal loro contesto naturale. Però davanti a questa varietà di situazioni si deve tenere fermi alcuni criteri che devono guidare noi cristiani ma anche l’Europa che si basa sul rispetto dei diritti umani e della democrazia e sulla dignità di ogni persona. Bisogna rispondere alla pressione in maniera coordinata, ad esempio Italia e Grecia non possono affrontare da sole il dramma che si crea dal movimento massiccio di persone in questo momento. È necessario che l’Unione Europea sia davvero solidale ed efficace nell’agire in concerto per rispondere alla situazione in cui vengono a trovarsi l’Italia e altri paesi di primo arrivo di queste migrazioni forzate di oggi.

Lei ha accennato a nuove categorie giuridiche per tenere conto di altre situazioni che spingono alle migrazioni. Noi oggi abbiamo un trattato per la protezione dei rifugiati, persone che fuggono da persecuzioni politiche e religiose e la cui vita è minacciata o i cui diritti fondamentali sono violati. Queste persone hanno il diritto di essere accolte in altri paesi, e i paesi dove arrivano hanno l’obbligo di accettarli, almeno finché la situazione nel loro paese di origine non sia normalizzata. Per coloro che fuggono da una violenza indiscriminata e da una violazione generale dei diritti umani, c’è un obbligo riconosciuto – anche se morale –  di concedere visti umanitari per non esporre queste persone a rischi indebiti. Ma per le persone che rischiano di morire di fame o che devono assolutamente spostarsi dal loro ambiente perché la situazione fisica causata da mutamenti naturali li forza a muoversi, non è previsto nulla, anche se sono sradicati dal loro ambiente, perdono la casa e tutto, rischiano di essere vittime incolpevoli di situazioni disastrose. Credo sia giusto riconoscere delle norme che obblighino la comunità internazionale ad aiutare queste persone nei modi più adeguati.

Si dice “aiutiamoli a casa loro”, ma anche questo slogan è oggetto di feroci discussioni…. Dire che dobbiamo aiutare i potenziali migranti e i richiedenti asilo a casa loro è certamente una espressione ambigua. Perché da una parte vuol dire che non vogliamo prendercene cura adesso dove arrivano; ma dall’altra c’è un aspetto molto reale e molto vero, perché il problema si risolve alla radice, da dove partono queste persone. Allora però bisogna essere ben coscienti di tutto ciò che implica questa affermazione: non può essere una frase retorica e una scusa per lavarsi le mani davanti alle necessità attuali, ma è un impegno serio a lungo termine per cambiare la realtà politica sociale di questi paesi, un impegno paziente e duraturo.

Che si concretizza in cosa? La responsabilità internazionale è anzitutto quella di prevenire guerre e violenze che forzano centinaia di migliaia di persone a cercare rifugio altrove. Aiutarli a casa loro significa anche essere giusti nello sviluppare il commercio, nel garantire l’accesso ai mercati, dare insomma una possibilità di sviluppo e di partecipazione all’economia internazionale in maniera proporzionata alle loro capacità. E poi aiutarli a casa loro implica anche avere la preveggenza di facilitare in maniera giusta e proporzionata l’accesso alle nuove tecnologie, alle nuove medicine in modo che la popolazione sia sana, possa lavorare, e abbia quelle conoscenze che facilitano lo sviluppo in maniera adeguata ai loro bisogni.

Quando si parla di immigrati si parla sempre di accoglienza, dei nostri obblighi qui in Italia, poco o nulla si dice sui paesi di provenienza. Eppure il primo diritto umano violato è quello di poter risiedere e crescere nel proprio paese. È vero, il primo diritto è a non dovere migrare…

…Peraltro queste partenze sono anche un impoverimento per i paesi di origine. Lei è stato per molti anni nunzio apostolico in una zona da cui tanti fuggono, ne è testimone. Le persone che partono, che lasciano il loro paese in cerca di fortuna, come si diceva una volta, in genere sono giovani, meglio preparati della media dei loro coetanei che rimangono nel paese. Quindi sono forze vive da usare per sviluppare la loro realtà locale. D’altra parte queste persone non trovano le condizioni per realizzare le loro aspirazioni e mettere a profitto le loro conoscenze. E ciò spinge a quella che in termine tecnico possiamo chiamare “fuga di cervelli”,  ma anche a livello normale è una perdita di popolazione sana e fattiva, una risorsa per il paese da dove partono.

Lei sottolinea giustamente la complessità del fenomeno, che va guardato con realismo e tenendo presenti tutti i fattori. Anche per ciò che accade nel Mediterraneo abbiamo da una parte il disastro umanitario, con addirittura l’aumento dei morti, dall’altra a questi viaggi nei barconi sono legati fenomeni inquietanti, come il traffico degli esseri umani che arricchisce la criminalità internazionale e i gruppi terroristici, o come l’arrivo di jihadisti. Ci vorrebbe molto realismo, ma in Italia siamo sempre allo scontro ideologico e domina la retorica di un’accoglienza senza criterio. Il problema dell’accoglienza rimane una discussione viva nella comunità nazionale, però è una faccia della medaglia. Ci vuole anche la considerazione dell’altra faccia, che è l’integrazione. Senza un piano di integrazione dei nuovi arrivati, le paure della gente, i fastidi, i pregiudizi e anche le giuste rimostranze si moltiplicano. Quindi bisogna assolutamente avere un duplice approccio. Da una parte solidarietà reale nell’accoglienza di quanti hanno bisogno e dall’altra un piano di integrazione. Perché le persone che arrivano hanno non solo capacità fisiche per aiutare nel lavoro, nell’economia, ma hanno anche una testa, un cuore, dei sentimenti, delle tradizioni, delle abitudini, dei valori che non sempre si adattano alle democrazie occidentali. In particolare bisogna considerare tante persone di origine islamica, e vedere quali valori fondamentali devono accettare per poter creare una convivenza serena e costruttiva, senza i conflitti che vediamo nelle società da cui provengono, dove i diritti umani non sono rispettati e dove ci sono discriminazioni strutturali che forzano ad emigrare soprattutto le minoranze religiose, cristiani ed altri.

Lei tocca un punto particolarmente delicato. Come si fa a integrare veramente, e soprattutto come si fa quando ci si trova davanti a comunità che non vogliono integrarsi? Bisogna essere molto cauti in questo campo, nel senso che la seconda generazione tende ad adattarsi al nuovo ambiente, però rimangono delle sacche chiuse che diventano un pericolo per il paese che ospita. Qui è necessaria una attenta politica di ricollocazione di quelli che arrivano: non vanno confinati in ghetti, non vanno lasciati soli, si deve facilitare l’apprendimento della lingua italiana o del paese di dove arrivano. Vanno inoltre integrati nell’economia attraverso un lavoro, così che la possibilità di creare contatti ed amicizie nell’ambiente nuovo in cui arrivano possano aprire la strada allo sviluppo di una identità collettiva nuova e inclusiva. Però questo diventa possibile se quei valori fondamentali che costituiscono le democrazie occidentali vengono accettati: libertà di religione, libertà di coscienza, l’accettazione della democrazia, la separazione tra religione e politica, il rispetto della donna che ha lo stesso valore dell’uomo. Questi principi devono essere accettati perché non toccano e non offendono la dignità dei nuovi arrivati, ma danno loro la possibilità di inserirsi in un contesto dove la convivenza diventa costruttiva per tutti.

Una cosa che colpisce è che tra i cattolici si parla tanto di accoglienza, di servizi da offrire, ma mai si sente parlare di annunciare Cristo, come se questo non fosse la radice anche dell’impegno sociale e caritativo. Oltretutto per secoli abbiamo mandato missionari in paesi lontani e ora che arrivano qui, sembra che siamo disinteressati ad evangelizzare. Alle volte uso questa espressione che mi pare molto pertinente: «Le missioni sono venute a noi», con l’arrivo di queste migliaia e migliaia di immigrati. Certo, bisogna rispettare la libertà di coscienza e di religione di tutti, ma questo non esclude che possiamo fare una proposta di vita, una proposta di evangelizzazione chiara, senza ambiguità, in maniera amichevole e serena. Anzi questo diventa un obbligo, se pensiamo al senso della storia del passato: masse enormi di genti arrivarono dentro i confini dell’Europa, e seppure con un lungo lavoro durato2-3 secoli, la Chiesa ha trasformati queste popolazioni in cristiani che hanno costruito le cattedrali del Medioevo e hanno dato quello splendore di arte e di bellezza che resta ancora come eredità. La vera sfida oggi allora è se sappiamo essere capaci di presentare in maniera creativa e convincente – con la testimonianza della vita e la versatilità di una ragionevolezza illuminata dalla fede, la proposta di una vita cristiana soddisfacente, che risponde alle esigenze della persona umana in maniera più piena, più completa. È una domanda che si deve fare ognuno di noi: c’è ancora questa vitalità nella fede, nell’esperienza della fede, questa vitalità che ha la capacità di trasformare la società come l’ha fatto in passato in Europa e come l’ha fatto in altri continenti?

(www.lanuovabq.it)

 



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