La “Lumen Fidei” e l’imbarazzo del progressismo

Breve rassegna di come Mancuso e Melloni non abbiano molto gradito le parole “continuità” e “verità” che intessono di sè la “Lumen Fidei” di Papa Francesco. Si vuole per forza che Papa Francesco abbia “cambiato prospettiva alla Chiesa”.

Il progressismo se n’è accorto e non ha gradito: «La parola chiave» – scrive Luca Kocci su Il Manifesto (06/07/2013) – «e l’intenzione prevalente della Lumen Fidei sembra essere “continuità”». Infatti, una delle due parole che emergono alla mente, dopo la lettura della prima enciclica di Papa Francesco (la Lumen Fidei, appunto), è proprio «continuità». E la seconda segue a ruota: «verità», che ricorre decine di volte lungo l’estensione del testo. Continuità dottrinale e verità della fede.

Ora però tutto un mondo è già in preallarme. È quel mondo per cui la rivolta (anche in senso liberale) ha infranto – e per sempre – ogni possibile continuità tra passato, presente e futuro. In tale prospettiva, le verità odierne furono stimate menzogne nel passato e viceversa. È il mondo trasversale che coinvolge anche i cattolici, in gran numero, i quali spesso collassano dopo l’ennesimo pronunciamento della Chiesa che ripete e approfondisce il Magistero di Gesù Cristo, trasmesso poi dagli Apostoli, dai santi Padri e dai Pontefici.

Del primo collasso c’informa Vito Mancuso, noto teologo eterodosso, che su Repubblica (08/07/2013) tenta come può di contenere i danni causati, secondo lui, della Lumen Fidei. Quanto al «vero padre del testo» – scrive Mancuso – «sarà compito degli studiosi futuri stabilire con precisione quanto [in esso] vi sia di Ratzinger e quanto di Bergoglio». Tentativo discontinuista mal celato e fallito sul nascere: il padre di ogni enciclica è il Papa che la firma, a prescindere dai redattori noti o ignoti. Non c’è dunque nulla da stabilire; non almeno per quanto concerne la dottrina. Anche i punti e virgola sono oramai (dopo la firma) di Bergoglio. Non c’è uno iota che non appartenga a lui.

Mancuso riconosce che «la prima enciclica rappresenta solitamente l’atto programmatico del nuovo pontificato», ma il principio gli sembra inapplicabile, visto l’ampio ruolo redazionale di Ratzinger. E perché mai, allora, se non ne avesse condiviso il programma, Papa Francesco l’avrebbe ratificata? Per masochismo intellettuale?

Eppure c’è qualcosa di più terribile che infastidisce il teologo. Secondo lui il testo esprime il «freddo primato della dottrina», negato però dall’enciclica stessa, nel passo in cui si legge che «amore e verità non si possono separare». Egli pare convinto che la verità (compresa la verità morale) dovrebbe cedere il passo a un amore indefinito, capace di scavalcare il bene e il male. Interpreta, cioè, la realtà intrinseca dell’unità tra «amore e verità» percependovi uno sbilanciamento a favore dell’amore, come se allontanandosi dalla verità ci si avvicinasse all’amore.

Mancuso non comprende quest’unità, dichiarando che vi è «contraddizione» tra la «dannazione eterna» e le «esigenze dell’amore». Scrive come se non sapesse quanto sia stata approfondita e spiegata, dai teologi e dal Magistero di ogni tempo, la questione che coinvolge libero arbitrio, peccato originale, misericordia e giustizia. Si lamenta perché l’enciclica «spiega l’origine della fede unicamente a partire dall’alto, riconducendola a Dio», come dono. E si chiede se ciò non fosse un’«inspiegabile ingiustizia», eludendo ogni riferimento magisteriale alla grazia efficace e sufficiente, nonché al libero arbitrio. L’articolo è titolato “Lumen Fidei: paura della modernità”. Ma sembra piuttosto che sia Mancuso ad aver paura della Lumen Fidei.

Di un collasso simile è vittima lo storico della Chiesa Alberto Melloni che, intervistato da Andrea Tornielli (Vatican Insider, 16/07/2013), rimuove freudianamente la Lumen Fidei e la relega nell’inconscio. La sostituisce con il discorso che Papa Francesco ha pronunciato in occasione della visita a Lampedusa (8 luglio scorso): «rappresenta una svolta» – dice Melloni – «è un documento paragonabile» al «discorso di apertura del Concilio di Giovanni XXIII». Anche qui, come in Mancuso, è rintracciabile un tentativo discontinuista mal celato. C’è la ricerca morbosa, da parte della mentalità progressista, di una qualche «svolta», nelle parole o nei fatti di un Pontefice, che avvalli la teoria della «rottura» tra la Chiesa del passato e quella del presente.

Melloni contesta una Chiesa che manifesti «la propria forza», secondo la prassi di Giovanni Paolo II. La Chiesa di Francesco sarebbe invece, secondo lo storico, espressione di «un “popolo teoforo”, portatore di Dio». La Chiesa giusta, insomma. Addirittura Melloni ritiene il «discorso di Lampedusa un’enciclica programmatica di pontificato», concretizzando il desiderio di Vito Mancuso. Ma dell’enciclica vera non c’è traccia nell’articolo.

Anche il giornalista Giacomo Galeazzi – sempre su Vatican Insider (17/07/2013) – elude la Lumen Fidei e parla di «rivoluzione copernicana di Francesco», poiché il Papa avrebbe «cambiato prospettiva alla Chiesa». È vero che ogni Pontefice ha un proprio temperamento e vede umanamente la Chiesa anche in senso soggettivo, ma è del tutto improprio interpretare questo atteggiamento “transeunte” (che varia da Pontefice a Pontefice) come «rivoluzione».

Ancora più improprio è interpretare un Pontefice senza il supporto delle encicliche – tra gli strumenti più autorevoli del Magistero petrino.



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