“Iliade”: la guerra (2)

Nel nostro precedente intervento abbiamo segnalato l’iniziativa cittadina di lettura pubblica dell’“Iliade” di Omero a cura dell’associazione ex allievi del Liceo Petrarca e del Liceo Petrarca, in coorganizzazione con l’assessorato all’Educazione, Scuola, Università e Ricerca del Comune di Trieste. Il “Progetto Omero, perché leggere l”Iliade’ in piazza?”, dopo l’esordio il 13 settembre in piazza Cavana, […]

Nel nostro precedente intervento abbiamo segnalato l’iniziativa cittadina di lettura pubblica dell’“Iliade” di Omero a cura dell’associazione ex allievi del Liceo Petrarca e del Liceo Petrarca, in coorganizzazione con l’assessorato all’Educazione, Scuola, Università e Ricerca del Comune di Trieste. Il “Progetto Omero, perché leggere l”Iliade’ in piazza?”, dopo l’esordio il 13 settembre in piazza Cavana, ritornerà il 14 dicembre 2018 e il 30 marzo 2019 in sala Bobi Bazlen, nonché il 14 giugno in piazza Cavana. È nostra intenzione, come già accennato precedentemente, proporre una serie di approfondimenti sui temi chiave di questo poema altissimo, a partire da quello centrale che è la “guerra”.
Nell’“Iliade” il cuore che pompa il sangue febbricitante e incandescente di tutti i canti è principalmente il tema della guerra, affrontato nella sua ferocia primordiale e nella sua nudità, quale universale e funesta presenza che da sempre accompagna il cammino dell’uomo su questa terra. Nonostante la distanza millenaria dai fatti narrati, in essi l’uomo moderno può trovare tutte le costanti terribili e devastatrici che segnano le lotte fratricide e ancestrali tra uomo e uomo. Nel poema dominano la guerra, l’odio, la violenza, la sopraffazione. L’eroe antico è tale prima di tutto in quanto guerriero feroce e spietato, le sue vittime sono i suoi trofei e i suoi punti di onore, chi non combatte e non infierisce sul nemico è un vile, indegno di dirsi uomo. La scintilla che ha fatto divampare la guerra tra i re e principi achei e la roccaforte di Troia è il rapimento da parte del Troiano Paride, figlio di Priamo, della bellissima Elena, sottratta al legittimo sposo Menelao, re di Sparta. L’affronto è imperdonabile e tanto più disonorevole in quanto Menelao ha accolto Paride al suo arrivo con tutti i privilegi e le attenzioni dovuti all’ospite, presenza sacra nel mondo antico. Ma non appena il re di Sparta parte lasciando sola la moglie con lo straniero, il delitto viene consumato senza alcun riguardo per il sovrano ospitale e generoso. Elena abbandona lo sposo, la casa, la figlia e il suo popolo, per seguire il fatuo e ingannatore Paride fino a Troia.
La guerra diventa inevitabile e i più valenti principi e re achei partono alla volta di Troia per aiutare Menelao a riprendersi la sposa e a riparare all’affronto distruggendo la città nemica. Ma una volta giunti sulle spiagge antistanti la roccaforte — ed è qui che si apre il poema —, scoppia un furibondo litigio tra Agamennone, l’Atride fratello di Menelao e re di Micene, e il migliore tra tutti i guerrieri achei, l’intrepido e invincibile Achille, re dei Mirmidoni, figlio della dea del mare Teti e del mortale Peleo, destinato a una vita gloriosa ma breve. Come accade in gran parte dei conflitti, le cause vanno ricercate nel cuore ottenebrato dell’uomo che insegue ciecamente le proprie passioni senza considerare le conseguenze. Tutte le altre presunte ragioni sono spesso effetti di questa lebbra dell’anima umana: la violenza, la nuda volontà di sopraffazione, l’istinto distruttivo e la brama animale di prevalere e di conquistare. Per questo l’“Iliade”, come i grandi classici dell’antichità, è sempre attuale, in quanto coglie la radice da cui nascono e prendono forma e vigore tutte le ostilità, le inimicizie, le incomprensioni, le stragi, le intolleranze e l’inestinguibile brama di distruzione spesso fine a se stessa che da sempre travagliano e contagiano l’aria della terra rendendola irrespirabile. Dal litigio tra Agamennone e Achille discende tutta la storia narrata nel poema, al punto da prevalere sulla ragione principale del conflitto quale la restituzione di Elena al legittimo sposo Menelao. All’inizio dell’“Iliade”, il campo acheo è funestato dalla peste scatenata dai dardi di Apollo per punire il re di Micene colpevole di aver sottratto al sacerdote Crise, dedito al culto del dio, la figlia Criseide. Agamennone restituisce la figlia al padre e la peste subito si placa. Ma per compensare la perdita — vediamo come le persone siano considerate alla stregua di bottino e di possesso personale — rapisce ad Achille l’amatissima schiava Briseide e gli sottrae molti dei suoi beni. A questo punto avvampa l’ira di Achille, una passione scatenata e fatale che apre il canto ponendosi come argomento principe della narrazione epica. Per vendicarsi dell’affronto subito, il Pelide decide di non combattere più e di lasciare l’esercito acheo in balia dei nemici. Le successive sorti della battaglia sono determinate da questa assenza che è nello stesso tempo la “presenza” più incombente di tutto il poema.
A questo punto un fuoco violentissimo divampa di canto in canto e gli scontri tra troiani ed achei ricoprono gran parte dello spazio delle pagine e vengono ricostruiti e narrati dal poeta con una precisione scientifica spesso raccapricciante nel rappresentare ferite, cadute, fendenti, corpi straziati e morti violente che rapiscono tante giovani anime alla vita per trascinarle nel nero Ade. Non vi è un filo di pietà e di compassione, né da una parte né dall’altra: il racconto infuria come una tempesta di fuoco e saette e il poeta ne segue tutti gli scorci illuminandoli di una luce fosca, polverosa, rosseggiante e funerea. Di strofa in strofa si succedono interminabili liste di guerrieri di entrambi i fronti, tutti citati per nome, prova di una memoria infallibile e prodigiosa. Dovevano essere davvero famosi questi guerrieri se i loro nomi erano impressi con tanta e durevole profondità e vividezza nel ricordo del cantore. I più forti e i più noti spiccano come cime robuste e frondose di alberi maestosi in una foresta incendiata, ove fumo, grida, fragore di armi e urla di dolore scuotono la terra e il cielo, arrivando negli abissi del mare e nei recessi più remoti del cielo, ove abitano gli dei. Ogni guerriero ha una sua cifra e un suo carattere: tra gli Achei, si distinguono l’audace devastatore di città Diomede, i terribili Atridi Agamennone e Menelao, l’attempato e saggio Nestore, i due saettanti e instancabili Aiace Telamonio e Aiace di Oileo, il versatile e scaltro Ulisse, forte nelle membra e nell’anima; tra i Troiani, accanto ai numerosi figli di Priamo e ad eroi come Enea, si staglia grandioso e inarrestabile Ettore, che trae coraggio e potenza sia dall’appoggio degli dei sia dall’assenza di Achille. E poi Achille, che dopo la morte di Patroclo, altro valoroso guerriero, scende in campo e fa scempio di Ettore, trascinandone il corpo con il suo carro splendente e regale, sulla piana antistante la città di Troia, nella polvere, come un animale sventrato.
Nei canti di guerra del poema tutto è solo colpi violenti, sangue che scorre, corpi straziati e descritti con impressionante precisione anatomica, in un’atmosfera che confonde la mente e la grava di emozioni sinistre e terribili. La guerra è la grande e principale ragione di essere di questi uomini i quali hanno costruito i loro regni con la violenza, la sopraffazione, le ruberie, l’asservimento di interi regni e popoli sottomessi e ridotti in schiavitù. La guerra è la loro carta di identità, la loro patente d’onore: senza l’abilità e il valore in guerra, in questo mondo l’uomo non esiste o è solo un vigliacco e un traditore. Non vi è spazio per la paura: meglio morire in battaglia che vivere senza l’onore, senza il premio di tanti duelli vinti e di tanti uomini uccisi. Ciò che nobilita l’uomo, in questo mondo sconvolto dal clangore e dal luccichio delle armi, è il numero dei nemici abbattuti e le armi ad essi rubate come trofeo e conservate gelosamente come segni della propria grandezza. Infierire sull’avversario vinto e massacrato è una regola da onorare per essere giudicati grandi, impedirne la sepoltura e dare in pasto ai cani le misere spoglie è un dovere che sigilla la superiorità del vincitore, un diktat infrangibile del codice eroico. Per tale ragione il testo è disseminato di metafore e di similitudini crudeli tratte dal mondo animale — il leone che si avventa famelico sul gregge, l’aquila inesorabile che rapisce i piccoli di altri uccelli, branchi di animali feroci che si abbattono come un alluvione su uomini indifesi — e dal mondo della natura con immagini di tempeste e folgori che fanno debordare mari e fiumi sommergendo la terra e rovinando intere città e regni. I protagonisti della battaglia, questi massacratori e bevitori di sangue, sono presentati, nel mondo antico, come degli uomini nobili d’animo e degli eroi da celebrare ed imitare. In parte anche lo sono, ma per brevi momenti, quando svestono le loro armature e lasciano che il cuore batta più aperto e più libero. Ma anche in questo caso si tratta di sentimenti fuggevoli, per quanto potenti in temperamenti così istintivi e passionali, di emozioni intensamente umane ma che gli elmi piumati e dorati del guerriero a vita ben presto ricoprono e ricacciano in fondo all’anima. Vediamo chiaramente quanto profonda e radicale sia stata la sovversione dei valori portata avanti dalla venuta del Cristo, perfetto contrappunto alla tavola di orrori e di leggi fratricide scritte e onorate dall’uomo antico. In questo Greci e Romani furono molto simili. L’“Iliade”, proprio perché ha saputo mettere in scena il demone della guerra con tanta verità e nudità, rimane comunque un capolavoro capace di parlare all’uomo di ogni tempo e di svelargli il buio che è in lui, in quella zona nascosta ed ombrosa ove nascono e proliferano tutti i fantasmi dell’odio e della violenza. In questo senso ha molto da insegnarci. Logicamente, se la guerra è il tema predominante, vi sono anche altre ispirazioni e venature poetiche, forse meno evidenti e pervasive, ma comunque presenti qua e là, come intarsi di madreperla e pietre preziose in una roccaforte di nuda pietra sfregiata dai dardi, dai colpi di spada, dal fuoco e dal sangue dei caduti. In questi spazi troviamo la presenza degli dei, la descrizione delle armi di Achille costruite e adornate da Efesto, i sentimenti d’amore e di affetto tra amici e famigliari, i momenti di umanità e di solidarietà nel dolore, i riti funebri e la poesia ora dolce ora dolente del vivere. Tutto questo variare di diversi fili nel dominante ordito del furore bellico crea la bellezza del canto e della visione il cui fascino è intramontabile.



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