Il velo di tristezza di Enzo Jannacci

“Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale per vedere se la gente poi piange davvero e scoprire che è per tutti una cosa normale e vedere di nascosto l’effetto che fa”. L’ultima strofa della famosa canzone: “Vengo anch’io! No, tu no”, scritta da Enzo Jannacci (1935-2013) in collaborazione con Dario Fo, condensa il surrealistico […]

“Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale per vedere se la gente poi piange davvero e scoprire che è per tutti una cosa normale e vedere di nascosto l’effetto che fa”.

L’ultima strofa della famosa canzone: “Vengo anch’io! No, tu no”, scritta da Enzo Jannacci (1935-2013) in collaborazione con Dario Fo, condensa il surrealistico graffiante umorismo del cantautore milanese recentemente scomparso. Al tormentone reiterato della richiesta: “Vengo anch’io” si risponde, senza spiegazioni, con un secco: “No, tu no” a sigillo dell’esclusione sociale denunciata, seppur in modo grottesco ed irriverente, nei confronti di chi vorrebbe andare allo zoo comunale, teatro e metafora dell’emarginazione (“Gridare di nascosto è scappato il leone”) , oppure di chi vorrebbe andare a passeggio a primavera con la sua bella  e così sperare in un mondo migliore (“Si potrebbe tutti quanti sperare in un mondo migliore, un bel mondo sol con l’odio ma senza l’amore”) come a ribadire dell’impossibilità di un cambiamento rivoluzionario.

Anche la celebre canzone: “Ho visto un re”, il cui testo è di Dario Fo, irride alla violenza del potere e del possesso in cui, dall’imperatore al re, dal cardinale al vescovo, piangono per il solo venir meno di un po’ di ricchezza (“Ho visto un re … che piangeva … l’imperatore gli ha portato via un bel castello di trentadue che lui aveva”). Solo il povero, secondo la denuncia della canzone, a cui avevano portato via tutto, rideva per non intristire i potenti (“Sempre allegri dobbiamo stare che il nostro piangere fa male al re, al ricco, al cardinale”). Jannacci si era proposto di portare la canzone scritta da Dario Fo a Canzonissima del 1968, ma la canzone fu rifiutata.

Di tutti quei temi sociali e di protesta denunciati nelle canzoni sopra evocate, il cantautore-medico (cardiologo) Jannacci si era occupato da tempo, ad esempio nella canzone in dialetto milanese del 1964: “El portava i scarp del tennis” nella quale richiamava la storia di un barbone ed il suo desiderio di libertà e di amore (“El parlava de per lu, rincorreva già da tempo un bel sogno d’amore”). Venuta meno la speranza utopistica di una società diversa, egualitaristica e anti-gerarchica, frutto di un desiderio contro natura e di una ribellione contro qualsiasi autorità d’ordine sociale, il ripiegamento di Jannacci è stato inevitabile ed è tuttora rinvenibile in tante sue canzoni, una su tutte: “Quelli che…”  dove la denuncia è generalizzata ed anziché colpire i cosiddetti classici “centri del potere” inveisce ed ironizza sui costumi e sui luoghi comuni, sulle debolezze e i piccoli vizi degli italiani. Se si osserva ed ascolta attentamente, dalle canzoni del cantautore milanese, come da altre canzoni rivoluzionarie, traspare un velo di tristezza, talvolta coperto dalla dissacrante ironia di cui il cabarettista e amante del jazz Enzo Jannacci sapeva miscelare intelligentemente.



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