Il Triduo Pasquale dai Luoghi Santi

Don Giorgio Carnelos si trova a Gesuralemme, dove si è recato – con il Vangelo in tasca – nei Luoghi Santi della Passione, Morte e Risurrezione del Signore. Ne sono uscite profonde meditazioni da leggere nel Triduo Pasquale.

Viaggio meditato sui Luoghi Santi della passione e risurrezione di Gesù

” Gesù è venuto a spezzare le mie catene, Egli si è ‘spezzato’ per me, perché possa bere il suo Sangue, pegno della Vita Eterna”

 La settimana Santa e la Pasqua vissute a Gerusalemme

 

di Don Giorgio Carnelos

Si può stare a Gerusalemme e rischiare di non accorgersi del Tempo liturgico in cui tutta la Chiesa sta vivendo. Liturgicamente parlando qui è un altro mondo così che, a seconda del luogo dove tu vai, lì puoi rivivere la ‘memoria’ che vi viene ricordata. A questo punto invito tutti a mettervi in cammino con me: faremo Pasqua tutti insieme a Gerusalemme.

Nel Cenacolo, sul monte Sion

Salgo sul monte Sion, poco fuori la porta di Sion o di Davide. Qui è il luogo dove si fa la memoria più cara e importante per la cristianità, dopo il santo Sepolcro. Passo dietro l’abside della chiesa della Dormitio Mariae e salgo al primo piano di un edificio del periodo crociato. Qui si fa memoria del Cenacolo. I muri non sono quelli del tempo di Gesù, ma il luogo è certamente quello. Sono arrivato abbastanza presto e non ci sono ancora pellegrini vocianti. Mi siedo su un gradino, apro la Bibbia e leggo: “Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione…» (Lc 22,14). Continuo nella lettura e sento entrare dentro di me tanta tristezza perché vedo il grande peso che anch’io ho messo sulle spalle del Signore e anch’io ho molto contribuito alla sua solitudine e angoscia. Così, quando Gesù dichiara: “In verità vi dico: uno di voi mi tradirà” (Mt 26,21), anch’io, con grande timore e riverenza, gli chiedo con gli apostoli: “Sono forse io, Signore?” (22). Poi il Maestro prende il pane e lo spezza dicendo: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”. Poi prende il calice e dice: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati” (Mt 26,26.27s). Continuo a vedere la mia colpevolezza, ma l’amore con il quale il Signore mi sta amando comincia ad entrare dentro di me, mi riempie di speranza: Gesù è venuto a spezzare le mie catene, egli si è ‘spezzato’ per me perché possa bere il suo Sangue, pegno della Vita Eterna. Contino ad ascoltare tutto quello che il Signore ha da dire: è il suo testamento!…Ma sento anche gli interventi poco appropriati degli apostoli (che sono anche i miei!). Alla fine Gesù si leva in piedi e dice: “Alzatevi, andiamo via di qui” (Gv 14,31).

L’orto degli ulivi e il luogo del tradimento

Prendo la strada che scende sino al fondo della valle, attraverso il ponte del torrente Cedron, e mi fermo davanti alla facciata della basilica della tomba della Vergine. Non entro ma svolto a destra e mi trovo in una grotta: la grotta del tradimento. Qui ci sono i resti di un antico frantoio e i segni della sua trasformazione in un luogo di culto. Qui Gesù entra con i sui apostoli, li invita a sedere mentre egli va a pregare. Si porta dietro Pietro, Giacomo e Giovanni. Io mi aggiungo a loro. Saliamo un poco, siamo nell’attuale orto degli ulivi. Gli ulivi sono molto antichi, ma non del tempo di Gesù! Non importa, il luogo è quello. Gesù ci lascia con la raccomandazione: “Pregate, per non entrare in tentazione” (Lc 22,40). Si allontana circa un tiro di sasso, cade a terra e prega. Prega così intensamente che “il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra” (Lc 22,44). Sta affrontando la sua ultima e più tremenda lotta con il demonio: deve portare all’obbedienza a Dio quella mia carne ribelle che in Adamo ha preteso di diventare dio di se stessa! Intanto che Gesù prega, è angosciato e cerca sostegno, io con gli apostoli dormiamo per la tristezza. Quando il dolore, la paura e l’angoscia ci sopraffanno, anziché cercare rifugio in Dio, siamo sempre tentati di scappare e di cercare riparo negli idoli del mondo. Alla fine Gesù si alza dalla preghiera vittorioso: la sua carne è disposta ad obbedire, la sua volontà è un tutt’uno con quella del Padre. Si avvicina a noi e ci dice: “Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino” (Mc 14,42). Appena il tempo di ritornare alla grotta dove sono gli altri apostoli, che arriva Giuda. Ha dato come segnale del tradimento il bacio, il segno della pace! Qui Gesù gli offre un’altra occasione per convertirsi: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?” (Lc 22,48). Ma non dà alcun ascolto perché ormai Satana da tempo era entrato dentro di lui e nel suo cuore vi era la notte (cfr Gv 13,27.30). A questo punto le reazioni di tutti sono scomposte, solo quella di Gesù è calma, tranquilla, serena. Chiede soltanto una cosa: “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8), “Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono” (Mc 14,50), e io con loro, scandalizzato e confuso dal fatto che non si è difeso e, forte delle sue prerogative di Giusto e di Figlio di Dio, non ha fatto valere il suo diritto!

Nel luogo del pentimento di Pietro

Ritorno sui miei passi e risalgo lentamente verso il monte Sion, ma mi fermo a mezza costa. C’è una chiesa, dal colore grigio, sulla sinistra. E’ la chiesa di San Pietro in Gallicantu. Qui alcuni vorrebbero far coincidere il posto con la casa di Caifa dove Gesù fu portato e dove passò il resto della notte in carcere: una grotta trovata sotto l’attuale edificio potrebbe far pensare a questo. Altri, forse più verosimilmente, parlano della grotta dove Pietro venne a piangere il suo rinnegamento, da questo il nome di “gallicantu”. In questo luogo, comunque, ci sono antichi segni di una memoria, e io mi fermo qui a meditare. Gesù, poche ore prima aveva predetto a Pietro, convinto di avere molto coraggio e soprattutto molto amore, “«In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli” (Mt 26,34-35) e io con loro. Le cose, poi, andarono proprio così. Pietro dovette toccare con mano la sua debolezza: egli non era meglio degli altri; avrebbe voluto mostrare tutto il suo amore per il diletto Maestro ma la paura, la sua presunzione, il non conoscersi veramente per quello che era, lo tradirono ed egli disse per ben tre volte: “Non conosco quell’uomo!” (Mt 26,72). “E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22,60-62). Tu beato Pietro che hai permesso allo sguardo misericordioso di Gesù di entrare dentro di te per portarvi la luce, il perdono e la misericordia che rinnovano e tutto vivificano! Giuda non ha incrociato lo sguardo di Gesù, era troppo preso dai suoi progetti, e alla fine andò ad impiccarsi (cfr Mt 27,5); tu, invece, dopo questa esperienza che ti ha permesso di constatare la tua miseria e la misericordia di Dio, davvero puoi confermare i tuoi fratelli (cfr Lc 22,32). Prega per me perché anch’io, nei miei tradimenti e debolezze, possa avere il dono di accorgermi dello sguardo d’amore di Gesù, mi lasci attrarre nuovamente a lui affinché, alla fine della mia vita, possa saziarmi del suo volto (cfr Sal 17[16],15).

Ripensando alla mia vita trascorsa, alle mie cadute, ai miei tradimenti, a tutto quello che non ho fatto di bene e ai molti sguardi che il Signore mi ha rivolto, ai quali però non ho fatto alcun caso, e all’infinito amore che mi ha usato, alla sua pazienza, alla sua fedeltà e soprattutto alla fiducia che ha posto e riposto su di me, mi allontano da quella ‘memoria’ e mi incammino verso quello che viene considerato il luogo dove sorgeva l’antica Fortezza Antonia, a nord-ovest del Tempio, dalla quale i Romani controllavano tutti i movimenti sospetti del turbolento popolo degli Ebrei. Qui, verosimilmente, venne portato Gesù per essere giudicato dal procuratore Ponzio Pilato. Non posso entrare in quello che comunemente viene considerato il posto dove sorgeva la Fortezza, essa è sede di una scuola islamica ma, per lo statu quo (legge emanata dalle autorità turche nel 1852 che obbliga a fare sempre le stesse cose senza alcun mutamento, pena la perdita di ogni diritto acquisito), deve essere aperta ogni settimana al venerdì perché da qui parte la Via Crucis guidata dai frati Francescani Minori. A questo punto, allora, entro nel monastero di Nostra Signora di Sion, pago il ticket, e scendo nella zona degli scavi. Cerco il posto che viene considerato essere stato il ‘lithòstratos’ o pretorio, il grande cortile della Fortezza Antonia dove, secondo una tradizione medievale, Gesù sarebbe stato processato e condannato a morte da Pilato. Narra infatti Giovanni che i Giudei “condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro” (Gv 18,28-29). I grandi lastroni in calcare rosso, nonostante le distruzioni e i secoli, sono ben conservati. Il lastricato è segnato da canaletti che servivano per convogliare l’acqua piovana nella grande cisterna ancora esistente. Al centro del lastricato sono ben visibili alcuni giochi romani incisi su pietra. Con essi i soldati della guarnigione ammazzavano il tempo. Il più interessante è quello chiamato ‘gioco del re’: una corona a raggiera con la lettera «B» (iniziale di basileus, appunto re). Qui mi fermo, anzi, mi apparto (non c’è molta gente) e leggo dal vangelo di Marco: “Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo” (Mc 15,16-20). Penso a come il Signore Gesù fu fatto oggetto di sadismo, per cui la sofferenza gratuita e inutile dell’altro diventa fonte di divertimento e di passatempo per rompere la monotonia del quotidiano. Un condannato a morte non ha nessun diritto, non merita nessuna dignità…eppure Lui, che “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi…disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia;…è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti…Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità…è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli” (Is 53,2.3.5.11.12). Penso e ringrazio Dio perché Cristo “ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica” (dall’Exsultet).

Sulla Via Dolorosa

Esco e mi trovo sulla Via Dolorosa. Alzo gli occhi e vedo sopra di me l’arco detto folcloristicamente dell’ Ecce Homo. Si tratta di un arco romano da dove, secondo i pellegrini, Pilato avrebbe presentato alla folla Gesù, flagellato e coronato di spine, dicendo: “Ecce homo!” – Ecco l’uomo! (Gv 19,5). Veramente Cristo si è fatto immagine vera dell’uomo spogliato, ingannato, offeso, ferito mortalmente da Satana! Ecco come è ridotto l’uomo! Per questo il Figlio di Dio si è fatto Figlio dell’uomo: perché l’uomo diventi figlio di Dio! Mi metto in cammino su quella che è chiamata la Via Dolorosa. Ogni tanto, non sempre visibile, si riconosce qua e là un segno che ricorda le varie stazioni della Via Crucis. Passo per quelle viuzze, non sempre pulite, piene di odori e di gente, di mercanzie e di turisti. Penso che al tempo di Gesù il posto non doveva essere molto diverso. Medito, quel tanto che riesco, sulle varie tappe della Via Crucis, mentre le preghiere e i canti mussulmani continuano a martellare ad un volume alquanto sostenuto. Conosco bene la strada e, anche se costretto a varie tappe, arrivo a quella piccola porta di ferro che mi introduce al sagrato della grande basilica del Santo Sepolcro, il luogo più sacro e più caro a tutta la cristianità.

Una notte al Santo Sepolcro

Al tempo di Gesù questo luogo era appena fuori le mura (ora si trova al centro della città vecchia). Si trattava di una vecchia cava di pietre, abbandonata e trasformata in un giardino-cimitero. Al centro vi era una grande roccia, probabilmente scartata dagli scavatori perché non adatta per ricavarvi belle pietre ma usata ora dai Romani come luogo adatto per le esecuzioni capitali per crocifissi. Il posto era appena fuori le mura, sollevato e ben visibile da tutti quelli che entravano e uscivano dalla città. Tutti dovevano sapere che con i Romani non si scherzava!. Tutto attorno, dunque, a questa roccia, sfruttando i precedenti sbancamenti della cava, vi erano state scavate delle tombe. Qui anche “Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei” (Gv 19,38) si era fatto scavare un sepolcro. Questo io lo so dal Vangelo e dalla tradizione, ma uno che giunge qui oggi, non comprende nulla, tutto è così trasformato e soprattutto disordinato, caotico e disturbato tanto che a fatica si può cogliere veramente il mistero racchiuso tra queste vecchie mura. Questo luogo ha subito tante ingiurie nel tempo, tante distruzioni e ricostruzioni; causa di dispute infinite e anche di vittime. L’attuale basilica crociata, inaugurata il 15 luglio 1149, cinquant’anni dopo la conquista di Gerusalemme, nonostante le vicissitudini di otto secoli, con successive aggiunte, deterioramenti e restauri, è giunta fino a noi. Essa racchiude le due memorie grandissime: il Gòlgota (ridotto ad una specie di panettone rivestito in marmo) e la Tomba, che dell’originale non ha più nulla di visibile. Lo statu quo, che come abbiamo visto non permette nessun intervento, non ha facilitato il rapporto tra le tre chiese (la Chiesa latina, greca e armena) per il lavoro di restauro e di manutenzione del complesso, per cui lo spettacolo più deludente e maggiormente scioccante per il pellegrino che entra in basilica è il suo stato di abbandono e il susseguirsi di cerimonie delle tre Chiese! A tutto questo si deve aggiungere il vero baccano prodotto dai turisti vocianti e dalle loro guide, cui nessuno cerca di dare alcun minimo freno. Devo, purtroppo, aggiungere ancora una nota dolorosa: fin dall’epoca di Saladino, la custodia e il diritto di apertura e chiusura della basilica appartiene una famiglia musulmana che ne tiene le chiavi, diritto che da secoli (statu quo!) si tramanda con rigida successione. Ci sono entrato ormai molte volte, ma sempre provando grande dolore. Questa volta, però, sarà diverso. So che, chiedendo, si può ottenere il permesso di rimanere dentro la Basilica dopo la sua chiusura e fino alla sua apertura. Ho telefonato ai padri Francescani e questa notte la passerò chiuso nella Basilica. Per questo sono arrivato poco prima delle 18.30, ora in cui la famiglia musulmana, che ne ha il diritto, alla presenza dei rappresentanti delle tre Chiese, chiude dall’esterno e chi è dentro vi rimarrà fino alla sua apertura, prevista alle ore 23. Vengono fatti uscire anche gli ultimi soliti ritardatari. Dopo qualche rumoraccio al portone, finalmente cala il silenzio, il tanto sospirato silenzio. Ho davanti a me tutta la notte. Non ho fretta. Ora posso stare qui con Gesù, fargli compagnia e soprattutto ascoltare quello che mi vorrà dire.

Nella Cappella della Crocifissione

Comincio a salire la ripida scala dagli alti gradini che, a destra del portone d’ingresso, conduce alla cima del Gòlgota. Arrivo alla cappella della Crocifissione, assegnata alla Chiesa latina. Mi siedo su di una panca in fondo, sono stanco ma contento di essere solo, o quasi. Dopo poco, apro la mia Bibbia, cerco tra i vangeli quello che non ho potuto leggere lungo la Via Dolorosa. Così leggo che lungo la via “costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo” (Mc 15,21). Quel gesto, anche se frutto di costrizione, ha fatto sì che i suoi figli, più tardi, diventassero cristiani! Io penso alla mia croce che abbandonerei ben volentieri, mentre non mi rendo conto che diventa pesante solo quando pretendo di portarla da solo o non la voglio portare perché vi trovo una ragione logica e, pur sapendo “che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rm 8,28), non mi fido totalmente e rimango impietrito. Signore, io so che quando tu dici di fare qualche cosa, comunichi anche la forza di obbedire. Allora io ti chiedo, se vuoi, comandami di prendere la mia croce e di seguirti (cfr Mt 16,24). L’evangelista Luca, poi, prosegue dicendo “lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui” (Lc 23,27). Sì, non era il popolo colpevole, ma i capi! Ma anche questi lo fecero per ignoranza (cfr Lc 23,34). Ecco che Gesù mi dice di non prendere la vita, o leggere gli avvenimenti che mi capitano, in un modo sentimentale e romantico. La vita è molto seria; l’uomo con le sue scelte quotidiane si gioca la vita eterna! Non posso scherzare con la vita perché è una sola! Con chi voglio stare? Con Cristo o con il mondo? Sta con Cristo non chi dice “«Signore, Signore»…ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21), afferma Gesù. Sta con il mondo chi cerca la propria vita facendo la sua volontà, e perde tutto! Dopo tanti anni, Signore, che ho guadagnato? Credo che sia giunto il momento che io volti pagina. Chiamami che io venga a te veramente; lasci non solo le cose, ma quello che è il mio vero impedimento: la mia volontà!

Nella Cappella del Calvario

Gesù, pertanto, arriva qui sul Gòlgota. In questa cappella si fa la memoria che, dopo averlo spogliato delle sue vesti, “gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere” (Mt 27,34). Lo assaggiò perché così è profetato “Mi hanno messo veleno nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto” (Sal 69[68],22); ma non ne volle bere perché, essendo una specie di droga, gli avrebbe tolto la coscienza ed egli voleva essere totalmente cosciente e donare tutto se stesso in piena libertà. Qui si fa pure memoria che fu crocifisso.

Mi alzo e mi sposto di qualche metro, sono nella cappella del Calvario: sotto l’altare c’è una fessura che viene indicata come il luogo dove sarebbe stata innalzata la croce. E’ molto improbabile che questo corrisponda al vero, ma non mi importa, so che questa è la roccia della cava, scartata e divenuta il monte sul quale è stato conficcato Cristo, come un piolo in luogo solido, divenuto un trono di gloria per la casa di suo padre (cfr Is 22,23) e così, “la pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo” (Sal 118[117],22). Qui, comunque, il Signore Gesù è stato innalzato “e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo” (Gv 19,19,18). Da questo pulpito il Signore Gesù regna e attrae tutti a sé (cfr Gv 12,32). Egli non è un condannato ma un re che offre la sua vita liberamente e la riprenderà (cfr Gv 10,18). Non pensa a se stesso, ma unicamente agli altri. Ha una parola per tutti, anche per me che mi batto il petto sì, ma forse solo per il mio orgoglio ferito dalle mie infedeltà che non accetto! E’ un re, apparentemente, senza regno, senza neppure le vesti! Se le stanno giocando ai dadi i soldati, dopo averne fatto “quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo” (Gv 19,23). Perciò se la giocano ai dadi, come era stato predetto dal Salmista: “Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte” (Sal 22[21],19). Penso, con una certa tristezza, che forse qualcuno anche oggi si sta giocando la tunica inconsunta di Cristo che, secondo l’interpretazione di S. Cipriano e di Sant’Agostino, è figura dell’unità della Chiesa. Riprendo a leggere il Vangelo: “Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se lui è il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei»” (Lc 23,35-38). Mi tornano alla mente le parole del Signore: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo” (Gv 12,25-26). Anche in me c’è lo spirito del mondo, ma vedo che mi porta alla morte. La mia carne si ribella di fronte alla prospettiva di non seguire la caparbietà del mio cuore ma, se voglio vivere, essere dove è Lui, non posso non pregarlo di dare morte all’uomo vecchio che è in me e che ad ogni colpo che riceve si ribella! Sono proprio un ingannato! E’ per questo che Gesù, dall’alto del suo trono, prega anche per me e dice: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). A sottolineare che la sua missione non è quella di condannare e di giudicare ma di salvare, al malfattore che con umiltà e fede gli si rivolge dicendo: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”, risponde: “In verità io ti dico: Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,42.43). Capiterà anche a me, un giorno, di sentirmi rivolgere queste parole? Alzo i miei occhi verso l’abside poco illuminata e, tra tutto quel luccicare di ori e di argenti, miro Cristo crocifisso con alla destra la sua Benedetta Madre e alla sinistra l’apostolo amato. Contemplo questa scena; apro il vangelo di Giovanni e leggo: “Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lui il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19,26-27). Quale dono mi fa questa notte il Signore! Mi dona sua Madre come mia Madre e mi consegna a lei come suo figlio! Non sarò più solo! Con lei vicino, mi sarà certamente più facile seguire Gesù: lei infatti è la sua prima discepola! Continuo a leggere: “Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compissero le Scritture, disse: «Ho sete»… Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «E’ compiuto”». E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,28.30). Resto in adorazione. Intanto attorno alla croce c’è del movimento. Alla fine vennero i soldati “da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,33-34). Da quel fianco colpito, come la roccia nel deserto da Mosè, uscì sangue e acqua, il Battesimo e l’Eucaristia: uscì la Chiesa, come Eva dal fianco di Adamo, che dormiva del sonno del riposo. Il tempo è trascorso molto velocemente e devo affrettarmi a fare ancora quello che mi resta, prima che si riapra la Basilica e sia finita la pace a causa dell’invasione dei pellegrini.

Nella Cappella di Adamo

Scendo lentamente dalla scala di destra e, svoltando subito nuovamente a destra, entro nella cappella situata proprio sotto il Calvario. E’ la cappella di Adamo. Il fondo dell’abside di questa cappella, molto trascurata, lascia vedere la nuda roccia del Calvario che mostra un’evidente fessura attribuita al terremoto seguito alla morte di Gesù (cfr Mt 27,51). Ma, perché è denominata cappella di Adamo? La tradizione, che vuole riunire molti avvenimenti in uno stesso luogo, afferma che Adamo fu sepolto da Dio nella roccia del Calvario e quando Gesù vi morì e venne il terremoto, il suo sangue, attraverso le fessure della roccia, arrivò alle ossa di Adamo e lo redense! Per questo le sante Ikòne mostrano, ai piedi della croce, un teschio con due tibie incrociate. Tutto questo mi fa presente come io sia stato redento e riscattato a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20)!

Nel Sepolcro

Esco e giro subito a sinistra. Affianco una grande lastra in marmo rosso, costantemente profumata e molto venerata dai fratelli ortodossi che vi strofinano indumenti e quant’altro per devozione. E’ il luogo dove Gesù, deposto dalla Croce, sarebbe stato ricomposto da Giuseppe di Arimatea e da Nicodemo (il notturno adoratore “che – come dice san Gregorio Nazianzeno – amava Cristo solo per metà”) i quali, posto sul suo volto un sudario, avvoltolo nella sindone e legatolo con bende, lo portarono un po’ più oltre e lo deposero nel sepolcro nuovo che lo stesso Giuseppe di Arimatea “si era fatto scavare nella roccia” (Mt 27,59). Entro nel Sepolcro. Mi trovo in una piccola stanza con al centro una piccola colonna con sopra una teca dove è custodita, si dice, una piccola parte del masso rotolato all’imboccatura della tomba del Signore. Mi devo abbassare ancora di più ed entro nella tomba vera e propria. Qui non c’è nulla della tomba originale perché tutto è stato spianato dai musulmani; so di certo però che, sotto la pietra tombale, c’è la roccia dell’antico sepolcro. Questo è il luogo dove Gesù ha riposato il sonno della morte, qui ha atteso il momento della risurrezione, da qui si è rialzato per non morire più. Mi inginocchio, mi appoggio sulla pietra e vi metto anche la testa. Passa il tempo, non so quanto. A un certo momento avverto un po’ di movimento. Guardo l’orologio e sono presto le 23! L’ora dell’apertura! Mi alzo ed esco dal Santo Sepolcro. Devo assolutamente trovare un posto appartato, non voglio lasciare questo luogo prima della RISURREZIONE!

Nell’ora della Risurrezione

La Basilica viene riaperta e subito è invasa da molte donne ortodosse, la maggior parte di origine russa, che scorazzano qua e là, chiacchierano e si preparano nei pressi del Santo Sepolcro per la Santa Liturgia che tra poco avrà inizio. So che durerà molto, non meno di due ore, forse tre e che non è gradita la presenza di cattolici, soprattutto se vestiti da preti come me. Mi allontano e vado a rifugiarmi nella cappella di Sant’Elena. Questa cappella si trova dietro l’abside della Basilica (sempre all’interno). Si deve scendere una larga scala, raggiunta questa cappella, si può proseguire ancora un po’ sulla destra e si arriva ad una cisterna dove, dice la tradizione, Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, trovò la Croce di Gesù. Adesso ho diverse ore da attendere prima che i latini possano celebrare la Santa Messa: Infatti, dopo gli ortodossi, celebreranno gli armeni e anche la loro liturgia non è molto breve! Solo alle 6 potrò rientrare nella prima stanza del sepolcro e partecipare ad una semplice Messa celebrata nel Sepolcro da un frate. Sempre per il famoso statu quo, a questa Messa non si può concelebrare.

Nell’attesa delle sei, per me l’ora della Risurrezione del Signore, comincio a recitare un rosario dietro l’altro. Poi risalgo al livello della Basilica e, dopo aver guardato un po’ qua e un po’ là, mi siedo in una delle rare panchine di legno e comincio a leggere le varie apparizioni di Gesù risorto. Di tanto in tanto mi ritornano alla mente le parole del profeta Isaia: “«Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?». La sentinella risponde: «Viene il mattino…convertitevi, venite!» (Is 21,11-12). Finalmente si sente silenzio, o quasi. Constato che è venuta l’ora tanto attesa e mi avvicino al Santo Sepolcro. Entrato, con me c’è una decina di persone, quasi solo donne. Entra il celebrante e si introduce nelle tomba vera e propria; di lì uscirà solo per la comunione e per ritornare in sacrestia. Naturalmente viene celebrata la S. Messa di Pasqua! Mi piace identificarmi con i vari personaggi che si avvicendano al sepolcro: le donne impaurite, Pietro che entra e comprende poco, Giovanni che vide e credette, Maria Maddalena che non si arrende e rimane fuori a piangere… Non si meraviglia dell’angelo che sta nella tomba seduto sulla pietra (quasi fosse una cosa normale!), parla con lui e anche con quello che crede essere il giardiniere! Ma ecco che quel giardiniere la chiama per nome: “«Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!» (Gv 20,16). E’ il momento della comunione. Il posto è piccolo, ma tutti siamo raccolti e mi metto in un angolino. Il Signore, che è entrato dentro di me con il suo Corpo glorioso, mi dice: “Giorgio!”; gli grido “Maestro!…dov’eri tutto questo tempo?”,“In cerca di te!” mi risponde. “Lo strinsi forte e non lo lascerò” (Ct 3,4). La Messa è finita. Esco. Il sole da queste parti sta già inondando tutto con la sua luce. E’ Pasqua! Cristo è risorto e mi ha fatto risorgere con lui! “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!” (Lc 24,34).

Questa è la mia Quaresima, questa è la mia Pasqua qui a Gerusalemme. Buona Pasqua a tutti voi!



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