Il teologhese rahneriano, tra “soggettivalità” e “autocomunicazione graziosa” di Dio

I miracoli, la fede, la salvezza secondo Karl Rahner, tutte cose di cui Agostino, Tommaso, Basilio, Anselmo. Girolamo … non si erano mai accorti. Poveretti.

Vittorio Messori narrava del suo incontro con il teologo Karl Rahner e di come questi volesse «rileggere tutte le verità di fede “in modo nuovo, più semplice, più consono all’uomo del nostro tempo”» (La sfida della fede, Sugarco, 2008).
Ecco come Rahner definisce il concetto di «miracolo», nel suo Corso fondamentale sulla fede (Edizioni Paoline, 1984): «Il miracolo si ha laddove, per lo sguardo dell’uomo spirituale, aperto al mistero di Dio, la concreta configurazione dell’evento è siffatta che ad essa è direttamente partecipata quell’autocomunicazione divina che egli sperimenta già sempre nella sua esperienza trascendentale della grazia in maniera istintiva e che, d’altro canto, si manifesta proprio nel miracolo e così si testimonia come autocomunicazione».

Attenzione a dire che non ci si capisce niente. Questo è diventato il modo di esprimersi ufficiale della teologia moderna, di cui è obbligatorio dire che è chiaro e comprensibile, più di qualsiasi linguaggio del passato. Deve essere capito. Non si osi mai ribattere – come fa Messori – che il «miracolo vero» è che «qualcuno, oltre a Rahner e ai suoi colleghi, teologi contemporanei, ci capisca qualcosa». Non ci si azzardi mai a confessare, in parrocchia o in seminario, di non capire cosa significhi valutare l’«esperienza trascendentale di Dio come conoscenza aposteriorica». Si potrebbe essere guardati male dal parroco e giudicati incapaci di «dire Dio» dall’assemblea celebrante dei nuovi credenti illuminati.

E invece vale dare davvero un’occhiata al Corso chiarificatore di Rahner, stando ben attenti di leggere con entusiasmo ogni singolo passaggio, ogni singola parola, finalmente spiegata dal teologo tedesco, dopo secoli e secoli di oscurità dottrinale. Tommaso e Agostino, ad esempio, non si erano resi conto che la «conoscenza aposteriorica» di Dio è un «diritto» e un «dovere» del fedele. Non avevano soprattutto capito che il «discorso su Dio» è la «riflessione che rimanda a una conoscenza più originaria, atematica e irriflessa di Dio».
Tommaso e Agostino avrebbero fatto malissimo a chiedersi come può essere che una «riflessione» sia «irriflessa». Ma non è matto Rahner, come parrebbe. Sarebbero stati loro a diventarlo, se si fossero posti una domanda tanto assurda.

E Anselmo, Girolamo, Basilio? Quanto più e quanto meglio avrebbero detto, se solo avessero capito che «noi perveniamo a noi stessi e alle strutture trascendentali date con la nostra soggettivalità». Non si dica, non sia mai, che «soggettivalità» se l’è inventata Rahner o il traduttore di Rahner a pagina 82 del libro. Si dica invece che senza «soggettivalità» la teologia è morta, tanto evidente è il concetto. E si dica pure che “amore”, “estasi” e “gloria” sono parole vecchie, spente – e che invece “struttura”, “autocomunicazione”, “aposteriorica” e “soggettivalità” sono le perle del futuro, piene di fascino e speranza.

Con Rahner scopriamo finalmente che la salvezza di Gesù Cristo «non è una condizione oggettiva cosale», ma avviene senza eliminare o contestare «la significatività salvifica dell’intercomunicazione con un altro uomo, anzi con l’uomo in generale». Il vero mistero è capire come mai Tommaso d’Aquino non sia arrivato a tanto acume e perché mai abbia usato parole e sintassi impegnative, ma infinitamente più semplici.
Come può essergli sfuggito, in perfetto teologhese rahneriano, che l’«autocomunicazione graziosa» di Dio, «quale modificazione della nostra trascendentalità non è riflettibile»? Quel sempliciotto di Tommaso come si è permesso di argomentare, nella Summa, con un semplicissimo «Pare che Dio non esista» e dimostrando, senza inutili intellettualismi, che invece esiste?

Questo di Rahner, qui proposto, è solo un piccolo carotaggio di un panorama ben più vasto, a cura di teologi o studiosi che hanno visto nel parlare difficile e contorto un bene per la Chiesa militante e trionfante.
Da più di mezzo secolo i contenuti della fede, proprio a seguito di queste forme letterarie spurie, si sono fatti vaghi, equivoci, nonostante il magistero (specialmente pontificio) abbia cercato di mantenere uno stile semplice e comprensibile.
E tuttavia per entrare in quella che oggi si potrebbe chiamare la teologia seria e ufficiale è necessario passare le forche caudine del rahnerismo, così come per essere accettati dalla paleontologia è obbligatorio inginocchiarsi acritici davanti al darwinismo evoluzionista.



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