Il piccolo Charlie: accetteremo che sia lo Stato a decidere chi deve vivere e chi no?

Cosa devono fare due genitori quando lo Stato decide che il loro bambino deve morire? Cosa devono fare gli altri? Cosa dobbiamo fare noi? Parla un genitore che, con sua moglie, ha cullato un figlio solo per tre ore e mezza.

Condannato a morire, per sentenza di giudici.

Pensavamo di aver raggiunto il fondo, invece siamo solo all’antipasto dell’inferno che ci aspetta; la pallina ha già preso velocità sul piano inclinato e come una valanga travolgerà e trascinerà con sé tutto quello che incontrerà lungo il suo percorso.

Questa volta sto scrivendo di getto, perché vorrei fotografare il mio stato d’animo con un’immagine spontanea, diretta; difficile magari non cadere in banalità, ma davanti ad un’aberrazione del genere è veramente duro  esprimere qualsiasi cosa.

Non mi vergogno a dire che ieri sera, 27 giugno, alla notizia della sentenza del tribunale dei diritti dell’uomo (scritto appositamente minuscolo) ho pianto, ho solo pianto.

Ho pianto per il povero Charlie, ma ho pianto anche per sua Mamma e suo Papà.

Chiunque abbia dei figli può e deve solo cercare di capire l’atrocità della situazione.

Se poi dei genitori hanno avuto modo di conoscere una Terapia Intensiva Neonatale, il dolore davanti a questa inconcepibile sentenza assume le dimensioni dell’infinito.

Charlie non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, non è una persona ammalata e sofferente che vuole rinunciare alla vita, non ci sono uno o due genitori che chiedono di porre fine alla sofferenza del figlio ammalato, o forse solo a quella loro.

Charlie è amato da Mamma e Papà, che vogliono provare tutte le strade possibili per farlo vivere.

Lo Stato inglese, su suggerimento dei medici, ha deciso invece che Charlie non è una vita, ma solo un costo, mentendo peraltro anche su questo, perché i genitori sono riusciti a raccogliere oltre un milione di sterline per pagarsi una possibilità di cura senza nemmeno gravare sulla collettività.

La corte del tribunale dei diritti dell’uomo ha confermato la sentenza del tribunale inglese, di fatto sancendo che l’uomo non ha più alcun diritto.

Poco importa ora che i coniugi Gard abbiano appena presentato ricorso alla Grande Chambre, il grado di appello in plenaria, guadagnando forse ancora qualche settimana.

Tempo prezioso questo, perché potrebbe permettere forse di svegliare i tepori delle masse, colpevolmente indifferenti davanti a quanto a sta accadendo.

D’altronde nemmeno dal Vaticano si è, almeno  fino ad oggi, sentita nemmeno una flebile voce in difesa del diritto di vivere di Charlie.

Attenzione, perché parlando di Charlie e dei coniugi Gard non si parla di un caso singolo, ma di ciascuno di noi, di ciascun essere vivente in ogni angolo del mondo.

Ed ecco che piango pensando alla sofferenza di questi genitori; mi vengono in mente quei 9 mesi di gravidanza di nostro figlio Cristoforo Maria, mi vengono in mente le tre ore e mezza che lo abbiamo avuto tra di noi dopo la sua nascita. Ma se fosse sopravvissuto più a lungo e qualcuno avesse poi deciso, contro la nostra volontà, di sopprimerlo perché un costo?

Davanti ad una situazione del genere quasi nemmeno mi pongo la domanda se sia lecito uccidere, perché a questo punto dico di sì.

Perché se io vedo mio figlio condannato a morte, contro la volontà sua e contro quella di mia moglie e mia che lo abbiamo concepito e messo al mondo, io ho il diritto ed il dovere di difenderlo. E se mio figlio è doppiamente debole e vulnerabile, come bambino e come ammalato, il mio dovere raddoppia. Nessun giudice, chiunque esso sia in terra, può arrogarsi il diritto di sentenziare l’uccisione di mio figlio.

A questo punto farei quello che farebbe qualsiasi animale per difendere i propri cuccioli: ammazzo chi li mette in pericolo.

Poi sarà Dio il mio giudice, ma io non potrei mai assistere alla morte di figlio per sentenza.

Si chiama legittima difesa.

No, prima li abbatto io e dopo probabilmente mi si risparmierebbe quello strazio, perché per fermarmi dovrebbero solo abbattermi.

Una donna può morire per i figli, ma un uomo può uccidere.

Quanto sta accadendo in Inghilterra è ciò che spetterà a tutti noi: non importerà più la nostra volontà di vivere, sarà lo Stato che deciderà se servi oppure no.

Ed a quanto pare la cosa sembra andare bene a molti.

Se faranno morire il piccolo Charlie, ci resterà la consolazione che andrà in Paradiso.

Siamo noi che resteremo nell’inferno.



Un commento su “Il piccolo Charlie: accetteremo che sia lo Stato a decidere chi deve vivere e chi no?

  1. Roberto Castenetto ha detto:

    Un ospedale può rifiutarsi di curare mio figlio perché lo considera accanimento terapeutico, ma non può impedirmi di andare in un’altra struttura che è disposta a tentare una cura. Se lo fa certamente devo difendere mio figlio anche a costo della vita, come tanti nostri padri hanno lottato per difendere i focolari e la patria. E noi li onoriamo ancora.

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