Il Papa lancia i laici nella mischia della società: agite contro corruzione e teoria del gender

Aprendo i lavori dell’assemblea generale della CEI, papa Francesco ha richiamato i laici ad un rinnovato impegno pubblico contro la corruzione e il cancro dell’ideologia gender.

Il 18 maggio 2015 Papa Francesco ha aperto i lavori dell’assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana, dedicata all’esortazione apostolica «Evangelii gaudium». Il breve intervento è stato però ricco di spunti che alimenteranno la discussione tra i presuli. Francesco ha richiamato i vescovi – senza attendere caso per caso una sollecitazione del Papa – ma anche i laici, senza attendere la richiesta o il permesso dei vescovi, a scendere in campo con decisione su due grandi problemi della società italiana: la corruzione e le «colonizzazioni ideologiche», termine che come ormai sappiamo nel linguaggio del Pontefice indica la teoria del gender. Se i pastori e i laici italiani sono timidi, o si perdono in convegni dove parlano i soliti noti e da cui escono documenti che pochissimi leggono, si condannano – ha detto il Papa – all’irrilevanza.

In apertura, commentando il brano del Vangelo letto, che menziona i sette demoni che avevano abitato la Maddalena, il Papa ha invitato al consueto esame di coscienza: «Quando io sento questo passo del vangelo di Marco penso: ma questo ce l’ha con la Maddalena perché ci ripete che lei aveva ospitato sette demoni dentro di lei. Ma poi penso io quanti ne ho ospitati io? E rimango zitto…».

Siamo in un tempo, ha detto il Pontefice, in cui «spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione».  Non bisogna nasconderselo: è un «quadro realisticamente poco confortante». Ma, precisamente quando le difficoltà si fanno drammatiche, «la nostra vocazione cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza». Ai vescovi spetta la missione «di consolare, di aiutare, di incoraggiare, senza alcuna distinzione, tutti i nostri fratelli oppressi sotto il peso delle loro croci». Lo fanno sempre? Forse no. Ma è «assai brutto», nota il Papa, «incontrare un consacrato abbattuto, demotivato o spento: egli è come un pozzo secco dove la gente non trova acqua per dissetarsi».

I vescovi dovrebbero «appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia, di concretezza e di saggezza». Quando sono «timidi» i vescovi italiani rischiano invece di essere «irrilevanti».

Francesco chiede in particolare più coraggio su due fronti. Il primo è quello di «sconfessare e sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi». Il secondo fronte implica «uscire verso il popolo di Dio per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana». Nelle Filippine, a Napoli e in diverse udienze del mercoledì Francesco aveva già precisato che per «colonizzazioni ideologiche» intende il tentativo di imporre apertamente ovvero in modo subdolo la teoria del gender.

La Conferenza Episcopale Italiana produce molti documenti. Il Papa raccomanda «proposte concrete e comprensibili». Basta con i documenti che non legge nessuno, dove prevale un «aspetto teoretico-dottrinale astratto, quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro popolo o al nostro Paese, ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti».

Per evitare di essere autoreferenziali, il Papa chiede ai vescovi uno sforzo ulteriore per valorizzare il ruolo dei laici. È un ruolo «indispensabile». Ma se i laici non sono ascoltati, è anche perché talora non si prendono le loro «responsabilità». Se davvero i laici «hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo!». Certo, i laici hanno pur sempre «la necessità del vescovo pastore». Ma il Papa formula un chiaro invito ai laici perché scendano in campo sui grandi problemi della società italiana senza trincerarsi dietro la scusa che manca l’input o il permesso dei vescovi.

Occorre che, anche nelle attività interne alla Conferenza Episcopale e alle diocesi, i vescovi siano attenti a cogliere le vere voci della comunità cristiana, senza rivolgersi sempre ai soliti noti. Troppo spesso il vescovo «organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le solite voci, narcotizza le comunità, omologando scelte, opinioni e persone. Invece di lasciarci trasportare verso quegli orizzonti dove lo Spirito Santo ci chiede di andare».

Le difficoltà sono molte. «La sensibilità ecclesiale indebolita a causa del continuo confronto con gli enormi problemi mondiali e dalla crisi che non risparmia nemmeno la stessa identità cristiana». E le vocazioni. Ma «perché – si è chiesto il Papa – si lasciano invecchiare così tanto gli istituti religiosi, monasteri, congregazioni, tanto da non essere quasi più testimonianze evangeliche fedeli al carisma fondativo? Perché non si provvede ad accorparli prima che sia tardi sotto tanti punti di vista?».

Il dialogo sulle decisioni difficili che la Chiesa italiana sarà chiamata a prendere è proseguito a porte chiuse, in attesa della prolusione del cardinale Bagnasco prevista per martedì.

di Massimo Introvigne

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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