Il Papa detta la linea alla Chiesa italiana

Non si tratta di fornire al nostro tempo l’ennesima «idea dell’uomo», si tratta, invece, di presentare l’«umanesimo cristiano», del quale è possibile parlare «solamente a partire dalla centralità di Gesù» e dalla sua «umanità».

Il 10 novembre, nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore, il Papa ha voluto riflettere sul tema proposto dagli organizzatori e, cioè, sul nuovo umanesimo in Gesù Cristo, durante il Discorso ai rappresentanti del Convegno. E ha toccato subito la questione di fondo: non si tratta di fornire al nostro tempo l’ennesima «idea dell’uomo» o andare, comunque, su concetti astratti. Si tratta, invece di presentare l’«umanesimo cristiano», ovvero quell’umanesimo del quale è possibile parlare «solamente a partire dalla centralità di Gesù» e dalla sua «umanità».

Ma partire dal nostro Redentore, significa pure fondare il nuovo umanesimo su quelli che sono i «sentimenti di Gesù Cristo», di cui parla San Paolo ai Filippesi (2, 5). Papa Francesco, nel suo Discorso, ne indica tre: l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine. L’umiltà di Gesù si manifesta già nella grotta di Betlemme: il Figlio di Dio viene al mondo nudo e povero, spogliato di sé. Il disinteresse, poi, significa che noi tutti, sull’esempio del Maestro, dobbiamo cercare non il nostro interesse, ma quello altrui, «per la felicità di chi ci sta accanto». La beatitudine, infine, indica che il «cristiano è un beato», ricordando però che tale sentimento, «per i grandi santi, ha a che fare con umiliazione e povertà».

Se allora il cristiano – spiega il Santo Padre – ha in se o cerca questi sentimenti di Cristo, non sarà ossessionato dal potere, non darà spazio al fondamentalismo, non si rinchiuderà nello gnosticismo e nel soggettivismo. E i sentimenti di Cristo si ottengono soltanto quando l’attenzione dell’uomo si sposta sul Signore Gesù, sull’Ecce Homo, che Pilato consegnò ai carnefici. Nel Giudizio universale, il Signore avrà solo due atteggiamenti nei confronti dell’uomo – continua il Pontefice: dirà «Venite, benedetti dal Padre mio» a coloro che si salvano e dirà «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno» a quelli che si dannano. E l’uomo si salva o si danna nella misura in cui avrà o non avrà avuto amore per la nudità, o per la fame, o per la sete, o per l’indigenza del suo prossimo (cf. Mt 25, 34-43).

Ai vescovi, il Papa chiede di essere nulla di più che pastori, per il bene del proprio popolo, a cui va annunciato il Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza. Alla Chiesa raccomanda l’«inclusione sociale dei poveri», anche perché essi «conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù», in quanto sofferenti. Papa Francesco raccomanda poi il dialogo – che significa anche «arrabbiarsi insieme» – e l’incontro con la società civile, in modo da cercare il bene comune per tutti. Nel dialogo – specifica – «si dà il conflitto», poiché «è logico e prevedibile che sia così». E, dunque, il conflitto non va temuto, né ignorato – soggiunge – ma accettato e sopportato, così da «risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Il dialogo, inoltre, non va inteso come semplice parlare o discutere, ma fare qualcosa o costruire, assieme ad altri uomini di buona volontà.

Nel dialogo è richiesta la nostra schiettezza: «la Chiesa sappia – dice il Papa – anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico». È da ricercare, quindi, «un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta» e, anzi, «sono da mettere in comune proprio le cose che ci differenziano». L’appello è rivolto soprattutto ai giovani, che non dovrebbero avere timore alcuno di impegnarsi ed essere completamente attivi nella costruzione della nuova città, fondata possibilmente sui rapporti «in cui l’amore di Dio è il fondamento».

L’umanesimo cristiano, in sintesi, «afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura».



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