Il nuovo vento di Varsavia

Tra le molte cose che sono successe nelle ultime settimane la notizia è passata quasi inosservata fra i più ma la Polonia ha un nuovo Presidente della Repubblica: si chiama Andrzej Duda, ha 43 anni e proviene dal partito Diritto e Giustizia (PIS), quello fondato nel 2001 dai fratelli Kaczynski. Al secondo turno Duda ha […]

Tra le molte cose che sono successe nelle ultime settimane la notizia è passata quasi inosservata fra i più ma la Polonia ha un nuovo Presidente della Repubblica: si chiama Andrzej Duda, ha 43 anni e proviene dal partito Diritto e Giustizia (PIS), quello fondato nel 2001 dai fratelli Kaczynski. Al secondo turno Duda ha sconfitto con sei punti di distacco il presidente uscente, il liberale Bronislaw Komorowski, di Piattaforma Civica. La vittoria è arrivata inattesa dai più giacchè il Paese, come noto, ha un’economia tuttora in crescita e lo sviluppo degli ultimi anni è coinciso soprattutto con la presidenza di Komoroswki, che a sua volta, era pure legato alla storia – ormai leggendaria da quelle parti – di Solidarnosc. Tuttavia non è bastato e il voto ha premiato un candidato dichiaratamente euroscettico, tanto verso il processo d’integrazione fra gli Stati nazionali, quanto verso l’entrata del Paese nell’euro, che ha fatto della riscoperta dell’orgoglio nazionale una bandiera e non ha certo nascosto la sua fede andando a pregare presso il santuario mariano di Jasna Gora a Czestochowa all’indomani dell’elezione in segno di ringraziamento, come pure ha dichiarato. Già questa può essere una chiave di lettura interessante di quanto accaduto: è opinione comune infatti che la presidenza di Komorowski se da una parte ha fatto indubbiamente girare l’economia e attratto nuove risorse dall’estero dall’altra parte ha pure accellerato – o quantomeno non affatto ostacolato – un processo di secolarizzazione come da quelle parti non si vedeva da tempo. I più critici hanno anzi visto rispecchiata nella sua parabola personale la storia recente più chiacchierata e controversa proprio dell’esperienza di Solidarnosc, che dopo la leadership carismatica di Lech Walesa non ha più ritrovato lo smalto di un tempo finendo col vivere di riflesso del mito alimentato negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Da questa prospettiva il voto della Polonia profonda è andato quindi in massa a Duda che non ha disdegnato invece riferimenti alle radici religiose della Patria e attaccato frontalmente sui temi bioetici auspicando una stretta sulla fecondazione artificiale. I commentatori da parte loro hanno notato il significativo trend osservando che per una volta l’elettorato delle campagne ha battuto quello delle città, tendenzialmente naturaliter progressista e cosmopolita.

Ma, come si dice sempre in questo casi, c’è un ‘ma’. E il ma è che Duda ha riscosso anche il voto dei giovani e giovanissimi, urbani o meno qui fa poca differenza. Questa pare in effetti la vera novità delle ultime elezioni: le giovani generazioni qui hanno scelto il ‘vecchio’ se dovessimo stare agli slogan preconfezionati dei mass-media dominanti. Sarebbe utile cercare di comprendere il perchè, a questo punto. Ci sono sicuramente motivazioni ‘elettorali’ (la questione giovanile è una di quelle su cui il candidato del PIS è ritornato con più convinzione nelle ultime settimane) ma non vanno certo sottovalutate quelle di ordine più generale e valoriale perchè il sì a Duda è anche – inevitabilmente – una bocciatura del programma liberale a tutto tondo di Komorowski in cui si faceva onestamente fatica a trovare un’istanza culturale o tipicamente identitaria che fosse una. Così, secondo un film già visto, il giorno dopo la vittoria, sui giornali di mezza Europa sono apparsi articoli di fondo  in cui si faceva un profilo di Duda a tinte letteralmente fosche, per non dire oscure, in cui l’aggettivo meno offensivo era quello di ‘populista’. Le colpe denunciate erano le solite: troppo legato al sentimento nazionale, troppo legato alla Chiesa, troppo legato al bigottismo della tradizione socialpopolare. Qualcuno per questo ha addirittura ventilato una ‘orbanizzazione’ del Paese – se il suo partito si affermerà anche alle prossime elezioni politiche in programma in autunno – volendo con ciò sottintendere una possibile svolta in senso autoritario e sottilmente antidemocratico al governo della Repubblica analogamente a quanto sarebbe accaduto in Ungheria. Per così poco, verrebbe da dire. Viviamo decisamente in tempi strani: dalla mattina alla sera ci si riempie la bocca sull’importanza della partecipazione e della democrazia rappresentativa in ogni posto e poi quando c’è un voto che non piace si comincia a mettere in guardia dall’esito ‘problematico’ delle urne e a delegittimare nei modi più bizzarri e astrusi la consultazione. Paradossi del politicamente corretto. Staremo comunque a vedere gli effetti reali della transizione di Varsavia nelle prossime settimane, ma almeno finora il segnale che ci pare emergere con chiarezza è che – a Est come a Ovest – vi sono ampie fasce di popolo, a volte decisamente anzi maggioritarie, che non trovano quasi mai ascolto, né spazio, nel dibattito pubblico rappresentato quotidianamente dagli organi ‘coperti e allineati’ dell’informazione dominante. Il bello è che magari poi è la stessa informazione che elogia un giorno sì e l’altro pure le meraviglie formidabili del pluralismo editoriale. E la chiamano libertà. Eh, ci voleva proprio l’humour di Chesterton qui: se non altro, ci saremmo divertiti un po’.



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