Il nostro tesoro e il nostro cuore

Ci sono due atteggiamenti che si possono assumere nell’attendere un avvenimento: interesse o disinteresse. L’avvenimento della morte corporale, che per la fede coincide con l’incontro definitivo col Cristo, può cogliere impreparati coloro che restano paralizzati o impressionati dalla tomba. Viceversa, i santi attesero l’evento con grande desiderio e reputarono la morte una formalità, poiché cedettero […]

Ci sono due atteggiamenti che si possono assumere nell’attendere un avvenimento: interesse o disinteresse. L’avvenimento della morte corporale, che per la fede coincide con l’incontro definitivo col Cristo, può cogliere impreparati coloro che restano paralizzati o impressionati dalla tomba. Viceversa, i santi attesero l’evento con grande desiderio e reputarono la morte una formalità, poiché cedettero a chi li avrebbe liberati dall’abbraccio della morte e, portandoli a se’, li avrebbe abbracciati per la vita e per l’eterna beatitudine.

Papa Francesco, prima dell’Angelus di Domenica 11 agosto, ha proposto una riflessione sul «desiderio» d’incontrare il Signore della vita e dell’amore, commentando il passo evangelico sul «discorso escatologico» di Gesù (Lc 12, 32-48). Il «desiderio» – ha detto il Papa – cresce soprattutto in uno «spirito sveglio», pronto e del tutto intenzionato ad unirsi per sempre al suo Signore. E, anzi, «il cristiano è uno che porta dentro di se’» il desiderio «grande» e «profondo» d’«incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli».

Dio, infatti, lo abbracceremo sempre assieme ai fratelli e dopo che, durante la vita, avremo dato ai poveri i nostri possedimenti, intenzionati ad accumulare un tesoro nei cieli e a sistemare in esso il nostro cuore – come appunto dice il Vangelo. A questo proposito, il Santo Padre si domanda: «tutti voi, avete un cuore che desidera»? E ancora: «dov’è il tuo tesoro, quello che tu desideri»?

Poiché il «vero tesoro dell’uomo» è «proprio l’amore di Dio», per cui tutto acquista senso, ogni piccolo impegno quotidiano, ogni opera grande. Persino «i nostri peccati trovano un senso nell’amore di Dio, perché questo amore di Dio, in Gesù Cristo, ci ama tanto che ci perdona sempre». Il tesoro dell’uomo è dunque l’impegno quotidiano di colmare d’olio la lampada della preghiera e di ravvivare il fuoco della carità verso i fratelli.

Questa è allora, secondo il Pontefice, «la vigilanza interiore, l’attesa operosa del Regno di Dio», che dovrebbe rendere un cristiano sempre pronto all’incontro con l’Amato, come pronte furono le vergini che mantennero sempre accesa la lampada.