Il nostro programmino elettorale

Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo qualche ideuzza sulle linee da seguire da parte della nuova Giunta regionale. Poche idee, ma buone, per le elezioni regionali del 21 e 22 aprile.

Elezioni incerte quelle di domenica 21 e lunedì 22 aprile nella nostra regione. Il clima nazionale influisce molto. Debora Serracchiani non ha invitato qui in Friuli Bersani a farle da tiro per la campagna elettorale, ma Renzi. E la cosa la dice lunga. Anche l’esito del Movimento 5 stelle può risentire della scena nazionale. Lo stallo in Parlamento, alcune iniziative ingenuamente, la dipendenza dal “capo” e le varie gaffe di capigruppo in parlamento possono produrre un ripensamento in molti elettori. Il Pdl paga il fio di aver governato, e nei momenti di disagio sociale, come è il nostro, il primo capro espiatorio è il governo. C’è in giro un’aria da caccia alle streghe per quanto riguarda i politici, che esprime un disappunto più che legittimo ma che non si traduce in linea politica vera e propria.

In questo quadro cosa resta da fare se non tornare ai fondamentali? Alle cose più importanti, anche se non sono magari le più urgenti.

Che facciamo della famiglia?

E’ strano e nello stesso tempo significativo che il primo provvedimento che la Serracchiani ha detto di voler attuare, con l’ausilio immediatamente dichiarato del candidato grillino Galluccio, sia quella che riguarda i gay, dopo il noto caso di Pordenone. Ma è proprio questa la priorità regionale? Questo fatto ci impone di considerare cosa ne faranno i partiti in lizza della famiglia. Tutti dicono – tutti! – che il principale problema del Friuli Venezia Giulia è la denatalità. Senza Friulani e senza Giuliani non c’è il Friuli Venezia Giulia. Senza nuovi nati abbiamo e avremo una società di vecchi, di badanti e di servizi sociali. Senza nuovi nati non avremo nuove idee ed energie per il futuro e dovremo importarle, pena una demoralizzazione collettiva che in molte aree della regione già esiste. Ora, mi chiedo, come si può pensare di vincere la sfida della denatalità, che ci colloca agli ultimissimi posti in Italia, senza la famiglia? Celebrandola a parole ma attaccandola nei fatti? C’era una volta il caso Parma: una esperienza pilota con una modulazione di tariffe e servizi sulla famiglia. Perché non può nascere qui il caso FVG?. Perché non si comincia ad applicare il “quoziente familiare” nei limiti della finanza regionale? E, soprattutto, perché non si fa una politica culturale di promozione della famiglia? La famiglia non la si sostiene solo con le politiche fiscali o tariffarie, la si sostiene con le politiche culturali ed educative.

Tra passato e presente

Tutti – tutti! – dicono che le tradizioni, le lingue, le culture della nostra regione sono una ricchezza e quindi tutti sono a favore della specialità. Ed è vero: il passato è la ricchezza di questa regione. Togliete Aquileia o il Tempietto longobardo di Cividale e avrete tolto il FVG. Togliete l’entroterra e finirà anche il turismo litoraneo. Però, mi dico, come fanno queste tradizioni a passare alle nuove generazioni senza la  famiglia. Come potranno i nostri figli innamorarsi del FVG senza la  mediazione della famiglia che, nascostamente ma efficacemente, fa da legame tra passato e futuro? Nella nostra regione abbiamo i più alti tassi di nascite fuori del matrimonio e di famiglie costituite da una sola persona. Il rifiuto della vita tramite l’aborto è molto presente qui da noi, senza che ormai nessuno se ne preoccupi. Ciò significa che la famiglia non riesce più a fare rete e che prevale l’individualismo oppure la massa. Cosa volete trasmettere del nostro passato, in queste condizioni?

La rete

La rete. Già, la rete. A fare rete deve essere prima di tutto la società civile. La critica ai costi della politica è stata qui da noi piuttosto parziale. Si sono evidenziati gli sprechi, il sovraccarico di spesa inutile, oppure gli abusi. Ma non ci si è spinti a prefigurare un cambiamento di ruolo dei servizi pubblici, una revisione dei canali delle politiche sociali, anche parlando di dismissioni da programmare nel tempo, di attività che ora fanno capo a regione o comuni ma che in futuro potrebbero essere svolti da altri. Certo, la diminuzione dei consiglieri regionali va bene. Ma il pubblico fa un sacco di cose che non sarebbero di sua diretta competenza e che potrebbero essere svolta dal privato o dal privato-sociale, con notevoli risparmi. Invece le tariffe salgono e le pastoie burocratiche aumentano. Il pubblici rischia di ingessare la dinamicità del privato e lo stesso privato-sociale spesso è in diretta dipendenza dall’apparato degli appalti, senza una vera e propria autonomia.

Certo, ci vuole coraggio e non una mentalità da semplici amministratori di cose, perché quando si applica il principio di sussidiarietà si toccano interessi acquisiti e rendite di posizione. Ma se la cosiddetta antipolitica non produce questo, rimane sterile e demagogica essa stessa.

Le infrastrutture e il lavoro

Il Friuli Venezia Giulia ha bisogno di infrastrutture e di grandi progetti che lo colleghino con  le regioni e le nazioni limitrofe. La terza corsia sulla A4 o migliori collegamenti ferroviari deturpano l’ambiente? Ma chi lo dice? Basta farli con intelligenza. Per andare a Vienna da Trieste oggi bisogna fare un giro infernale. L’alta velocità si ferma a Mestre. Al venerdì sera la A4 in direzione Slovenia è una immensa colonna di Tir. Ogni settimana partono i pullmini che conducono i nostri imprenditori in Croazia per verificare concretamente la possibilità della delocalizzazione. Per entrare in porto di Trieste i vagoni ferroviari subiscono tre passaggi di gestione. Non dobbiamo delocalizzare, dobbiamo attrarre. Ma come facciamo senza le necessarie infrastrutture di raccordo e collegamento?

Bisogna dare dinamicità alla famiglia, alla società civile e al territorio per creare lavoro. Ce n’è bisogno sia in montagna (si vedano le serie considerazioni fatte a questo proposito dalla diocesi di Udine), sia nella pianura data la crisi della piccola e media industria, sia nelle grandi città e a Trieste in particolare, che non potrà vivere a lungo di solo terziario.

Ecco, in piccolo, il nostro programma elettorale: famiglia e vita, recupero e sviluppo del nostro passato e della nostre identità, revisione del rapporto istituzioni e società civile secondo il principio di sussidiarietà, infrastrutture fisiche e amministrative per allargare i rapporti con le regioni limitrofe ed attrarre attività, mobilitazione per il lavoro. Per il resto, la parola agli elettori.



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