Il mito del buon selvaggio

Una grande tempesta rivoluzionaria scuote l’Europa della prima metà dell”800: come una scossa tellurica, questo tumulto di innumerevoli anime avide di giustizia e di eguaglianza tra gli uomini culmina nei moti del ’48 che vedono schierati contro le meschine contraffazioni e ingiustizie del trionfale mondo borghese, intellettuali, artisti e poeti mossi dagli ideali di un […]

Una grande tempesta rivoluzionaria scuote l’Europa della prima metà dell”800: come una scossa tellurica, questo tumulto di innumerevoli anime avide di giustizia e di eguaglianza tra gli uomini culmina nei moti del ’48 che vedono schierati contro le meschine contraffazioni e ingiustizie del trionfale mondo borghese, intellettuali, artisti e poeti mossi dagli ideali di un socialismo utopistico e umanitario. La parola “popolo” è il centro di gravità di tutto il movimento che, trascinato da un ideale impetuoso di rinnovamento della società a favore dei ceti più deboli, combatte con passione e sacrificio. Ma come insegna la logica della storia, ogni battaglia ideale ed estrema finisce prima o poi per scontrarsi con la nuda realtà: il popolo in nome del quale questi uomini colti e generosi combattono, è consapevole della posta in gioco? Sfinito da una vita misera di stenti e umiliazioni, assediato com’è da altre urgenze ben più immediate come mettere insieme ogni giorno il pranzo e la cena e non far morire di stenti le proprie famiglie, questo popolo può forse avere a cuore gli stessi nobili e puri ideali di coloro che, nell’atto stesso di promuovere l’operaio e il contadino, rischiano di andare incontro a un pericoloso fraintendimento? Le battaglie successive risponderanno negativamente a queste domande: i nobili cavalieri del bene del popolo batteranno delusi in ritirata, incompresi proprio dalle vittime che bramavano difendere e traditi da una società rinchiusa di nuovo in se stessa e gelosa dei propri poteri e privilegi, definitivamente nella mani di un ceto borghese affarista e spregiudicato, sostenuto e impinguato dalle leve al potere.
Anche l’arte reagisce in modo drammatico al trionfo di questo mondo fondato su pregiudizi e convenzioni di comodo, promotore di un’arte ufficiale decorosa e di sani quanto interessati principi, celebrativa e asservita al sistema. Tra gli innumerevoli ribelli che rispondono negli ultimi decenni dell”800 con la loro creatività a questo stato di cose — noto, sotto il profilo culturale, come positivismo — si distingue il pittore Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Hiva Hova, 1903) a cui recentemente è stata dedicata a Trieste una mostra ispirata alle opere del periodo tahitiano. Si tratta di un’esposizione, allestita presso la Sala Umberto Veruda, del ciclo “Mosaicamente”, che propone mosaici realizzati all’Officina dell’Arte di Pordenone (centro lavorativo per persone con autismo adulte), in questo caso ispirati alla pittura “primitiva” del grande artista.
Gauguin, come tanti altri artisti dell’epoca quali l’amico van Gogh e i primi espressionisti James Ensor e Edvard Munch, spezza le convenzioni dell’arte ufficiale per battere strade di ricerca esistenziale ed espressiva fuori da ogni canone di rassicurante realismo e insieme di trasfigurante idealismo. Sulla scia della pennellata dirompente e vitale degli impressionisti, scandalo dei benpensanti e dei difensori dell’accademismo, ma mosso da un impulso di rottura decisamente più spregiudicato nella sua ansia profonda di verità umana ed interiore, Gauguin realizza in pittura quell’ideale del buon selvaggio e della vita secondo natura liberata dai ceppi della civiltà, che ha trovato il suo massimo e straordinario cantore nel poeta Arthur Rimbaud. Oggi, assillati come siamo da una civiltà rispetto alla quale le prime manifestazioni tardo ottocentesche sembrano ben poco cosa, questo mito del buon selvaggio e della vita secondo natura ci attrae irresistibilmente, come molti degli itinerari turistici scelti per le vacanze stanno a dimostrare. Stanchi delle “città tentacolari”, dei ritmi febbrili del quotidiano, della ripetizione, del caos e della competizione, sentiamo il bisogno di rifugiarci nel grembo di questa ideale natura incontaminata in nome della quale Gauguin scelse di esiliarsi prima in Bretagna e poi nelle isole dell’Oceania dove morì. Nemico di ogni forma di addomesticamento e di ipocrisia, nostalgico di una libertà assoluta da costrizioni, regole e convenzioni, sedotto dall’idea che la sola salvezza dell’uomo occidentale riplasmato dalla tecnica e dominato dalla nuda ragione risieda nella fuga in un paradiso naturale incontaminato e innocente, Gauguin nella sua pittura cercò di rappresentare, specie negli anni trascorsi in Oceania, questa purezza beatifica e liberatoria.
Se van Gogh ricercò con le vertigini cromatiche della sua pittura il volto profondo delle semplici e umili cose della gente povera e lo sfolgorante spettacolo di luce e vibrazione tonale della natura, altri come Ensor e Munch ne continuarono la lezione estetica ed esistenziale di spogliazione della realtà da ogni rassicurante e ipocrita mascheratura, per riportarne alla luce, con la forzatura dell’espressione, il centro vibrante di tenebra e di terrore. Paul Gauguin seguì invece un percorso all’apparenza più solare e sereno, ritraendo l’agognata beatitudine e libertà nelle sue figure di donne tahitiane paghe del solo fatto di esistere, inconsapevolmente immerse nella luce magnifica di un sole generoso e nel fremito felice dei colori densi e caldi della terra e del mare. Contemplando i suoi quadri, si respira un’aria di pace e di lieta immobilità, di sosta senza fine sulla superficie di una natura buona ed amica.
Quanto di vero vi è in tutto questo? Davvero il buon selvaggio e il ritorno alla natura potrebbero salvare l’uomo di oggi dal suo scontento e dalle sue inquietudini? Paul Gauguin morì nel 1903 in assoluta povertà, in mezzo alla fame e agli stenti, nella sua ultima dimora all’isola Dominique delle Marchesi. Rimbaud, concluso il viaggio del “battello ebbro” e consumata la sua “stagione all’inferno”, fuggì in Africa sognando di trovare lì il compimento della sua vita e la fortuna fino ad allora negata. Fantasticava di ritornare in Francia da quei paesi assolati e lontani dalla corrotta civiltà europea, integro nella salute e ricco d’oro e di forza. Rientrò invece ammalato, deluso, sfinito, povero e mutilato, con la prospettiva di una lunga e atroce agonia. Da questi esempi, ma anche dalle nostre più comuni esperienze, comprendiamo che lo stato di natura, già celebrato dagli illuministi e ripreso con entusiasmo da questi artisti e poeti della fine dell”800, non è il paradiso perduto, il giardino dal quale siamo stati cacciati, l’eden dove passeggiare tra animali mansueti e dove la terra, che da sola produce i suoi frutti, ci sfama e disseta senza nulla chiedere in cambio. Ovunque la natura “soffre nelle doglie del parto” in quanto ha condiviso la caduta dell’uomo. La sua bellezza parla di Dio che l’ha creata, ma le sue innumerevoli insidie parlano dell’uomo che l’ha sfigurata e tradita.
La natura, anche se spesso possiamo godere di tanti suoi magnifici spettacoli, non ci è affatto amica e famigliare come si crede comunemente. Essa non è solo tramonti meravigliosi e albe che struggono il cuore, verde squillante delle piante e diamanti sparsi sulla superficie del mare quando il sole è allo zenit. Essa ci riserva anche “spine e triboli”. Le tante persone che oggi decidono di abbandonare la città per andare a vivere in campagna, dedicandosi solo all’agricoltura, sanno bene quale è il conto da pagare per liberarsi dalla concitata esistenza e dal fragore assordante delle metropoli. Il lavoro, faticosissimo e continuo, le impegna dall’alba a notte avanzata e ogni giorno bisogna fare i conti con il tempo e con l’incognita delle stagioni. Chi si fa un bel viaggio alle isole del Pacifico o in altri “luoghi selvaggi” oltre le colonne d’Ercole della nostra civiltà sa bene quante insidie si nascondano là dove la natura è più selvaggia — con i suoi animali aggressivi e le sue piante velenose — e quanto poco di Paradiso incontaminato rimanga in queste enclavi turistiche regolate dallo stesso affarismo e dalla stessa febbre di attività dei luoghi civilizzati da cui si è momentaneamente fuggiti. Oltre a ciò, basta guardare uno dei tanti documentari naturalistici che la tv trasmette. Un esempio tra tutti. Il programma pomeridiano “Geo” propone spesso dei filmati realizzati da due coniugi che con la loro barca da anni esplorano le isole del Pacifico e registrano le abitudini di vita dei loro abitatori, che potremmo definire i discendenti dei buoni selvaggi di Gauguin. Dalla mattina in cui si svegliano alla sera in cui esausti si coricano questi uomini “figli della natura” lavorano indefessamente solo per provvedere al cibo della propria famiglia. È vero che non conoscono il concetto di proprietà privata e che la tavola è imbandita ogni giorno con cibi semplici che la natura dona — frutti, alghe, in casi speciali farine per il pane e soprattutto pesce —, come è vero che si tratta di gente dall’indole mite, accogliente e generosa. Ma questo non elimina la fatica e la dedizione che dominano ogni attimo del loro tempo. Anche i bambini più piccoli aiutano gli adulti a preparare i pasti che sono sì semplici e genuini, ma molto laboriosi nella preparazione. Non esistono preoccupazioni per il domani, ambizioni di accumulare ricchezza e di fare carriera.
Questo logicamente è valido per la popolazione che vive in capanne di legno e paglia in riva al mare, a differenza delle persone che si sono volute integrare nel centro cittadino e che spesso lavorano nel settore del turismo. Un documentario è pur sempre una fotografia contingente ed epidermica di una situazione ben più articolata e complessa e resta comunque, anche nel caso di questi documentari celebrativi delle bellezze naturali e della bontà degli abitanti delle isole lontane, l’evidenza di una fatica e di un impegno continui, caricati sulle spalle di uomini in carne ed ossa che non sono angeli del cielo, ma creature di carne e sangue con tutti i loro limiti e le loro fragilità.
I falsi miti prima o poi crollano nel confronto con la cruda realtà. Infondo colgono bene il nocciolo della nostra condizione le numerose stampe e xilografie del passato, nutrite di una consapevolezza e di una cultura ben diverse dalle nostre, che rappresentano Adamo ed Eva cacciati dall’Eden mentre lavorano con fatica e pena la terra per trarne il quotidiano nutrimento. A fianco di questi nostri disobbedienti progenitori così rappresentati, troviamo spesso l’immagine della morte che lavora la terra insieme a loro, anch’essa curva e affaticata mentre smuove le dure zolle e le pietre per aprire la via al seme e al frutto che ne verrà. Ogni principio e il suo contrario sono commisti insieme nella realtà, esito inoppugnabile di una caduta che ha respinto la pura luce divina per impadronirsi della scienza del bene e del male, così che da allora l’uomo può conoscere le cose solo in rapporto al loro contrario: la luce in rapporto alla tenebra, il giorno in rapporto alla notte oscura, la gioia in rapporto al dolore e alla disperazione. Per questo nulla del creato si sottrae a questa logica spietata. Neanche la natura, quella trasfigurata da artisti, sognatori e ribelli di ogni tempo, è affrancata dalle logiche di questo gioco impietoso ma inevitabile, innescato dalla nostra libertà. Forse, come ci insegna la mistica cristiana, l’unico luogo dove si può veramente riposare in pace e letizia è la cella della nostra anima, dove abita Dio che invia i suoi angeli per aiutarci a coltivare e a far fiorire questa parte intima e profonda di noi stessi, la sola che non si corrompe e che si può raggiungere in ogni momento del giorno, senza tutti quegli incomodi, incognite e contrattempi che a volte rendono le vacanze tanto più faticose e snervanti del tempo feriale.



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