Il mea culpa degli iconoclasti

Della serie “non è mai troppo tardi”, la notizia della settimana arriva questa volta da Amburgo dove i vertici della Chiesa Evangelica Tedesca (Evangelische Kirche in Deutschland, EKD), una delle comunità protestanti più rappresentative della Germania, riunitisi nei giorni scorsi in assemblea, hanno affrontato – a quasi 500 anni di distanza dai fatti – in […]

Della serie “non è mai troppo tardi”, la notizia della settimana arriva questa volta da Amburgo dove i vertici della Chiesa Evangelica Tedesca (Evangelische Kirche in Deutschland, EKD), una delle comunità protestanti più rappresentative della Germania, riunitisi nei giorni scorsi in assemblea, hanno affrontato – a quasi 500 anni di distanza dai fatti – in modo finalmente autocritico una delle pagine nere della loro storia, e non solo della loro, in realtà, ovvero quella ‘iconoclasta’ che in virtù di una lettura erronea di alcuni passi veterotestamentari e soprattutto dell’esegesi che ne diedero i ‘padri’ della cosiddetta Riforma, dal punto di vista pratico comportò sic et simpliciter la distruzione rabbiosa di un patrimonio iconografico di incredibile valore – artistico e religioso – drammaticamente perso per sempre. Con tutti i problemi che ci sono oggi – dentro e fuori la Chiesa – di queste cose ormai non si parla quasi più ma gli storici dell’arte, oltre che gli studiosi della civiltà europea meno ideologizzati, si riferiscono tuttora a quei fatti come a un episodio – o meglio, una serie di episodi – che nella mutazione della mentalità come dei costumi e dell’estetica continentali fecero semplicemente epoca. Ma andiamo con ordine. Con l’avvento del luteranesimo è noto che in Germania gli atteggiamenti antiromani – in realtà mai del tutto sopiti – si diffusero a vista d’occhio: dove arrivava la Riforma non solo le comunità si staccavano formalmente, dottrinalmente e praticamente dalla Catholica ma abitualmente davano luogo anche a una serie di manifestazioni simboliche con cui dichiaravano l’abbandono immediato della comunione apostolica. Tra le più eclatanti appunto l’assalto alle immagini e all’intero patrimonio iconografico cattolico preesistente considerato come mera superstizione e addirittura idolatria diabolica. Quello che seguì in quelle terre, se il paragone non appare ardito, fu un falò incessante di dimensioni immani che forse potrebbe ricordare solo quelli nazionalsocialisti degli anni Trenta. Rappresentazioni della Vergine, dei Santi e di miracoli furono tutti sfregiati, distrutti a sassate o dati alle fiamme da folle urlanti come atti di inaccettabile deviazione dal culto divino. Richiamandosi all’autorità di Calvino e Zwingli, i fedeli si riversarono sugli antichi edifici di culto cattolici, e sulle reliquie che spesso conservavano, con atti di inenarrabile odio che travolse ogni tratto residuo di fede apostolica nell’Europa centrale: dalla Germania alla Svizzera (particolarmente celebri qui i casi di Ginevra e Zurigo), dal Lussemburgo all’Olanda (dove qualcosa è rimasto in piedi e ancora oggi non è raro trovarsi davanti a chiese gotiche o romaniche completamente spoglie di ogni ornamento con gli antichi affreschi completamente devastati e ormai irriproducibili). Nella storia nazionale di questi Paesi in effetti gli episodi sono passati sui libri definiti non a caso con parole apposite: dal beeldenstorm (“tempesta delle immagini”), nell’area dei Paesi Bassi, al Götzentag (“giornata del falso idolo”) nell’area germanofona.

            Difficile, ancora adesso, se non impossibile, produrre una contabilità certa dei danni materiali: una stima approssimativa dei luoghi di culto saccheggiati e distrutti potrebbe aggirarsi sulle centinaia, forse migliaia di siti devastati. Come disse qualcuno, quello che in pratica accadde fu che “Dove arrivava la Riforma, l’arte figurativa tramontava” proprio come nei territori conquistati storicamente dall’islamismo con la scimitarra. Non si vuole ovviamente con ciò equiparare tutti i luterani e i calvinisti di allora a dei fanatici criminali (anzi, il rapporto personale di Lutero con le immagini in generale fu ben più complesso e sfumato di chi spesso a lui e ai suoi scritti si richiamò) ma semplicemente rilevare, artisticamente parlando, la decadenza oggettiva che il passaggio decretò nell’epoca moderna dal punto di vista estetico-figurativo. E’ questo uno dei motivi per cui buona parte del patrimonio del bello dell’umanità si trova nei Paesi cattolici (a cominciare dal nostro), dopotutto, e perché, anche in tempi di società liquida, le facoltà di arte degli atenei di mezzo mondo continuano a mandare i loro dottorandi nel Belpaese invece che sul Reno o in Scandinavia. Sappiamo bene che tutto ciò oggi è politicamente scorrettissimo, anzi un vero e proprio campo minato, in tempi di relativismo culturale dominante. Ma proprio per questo la dichiarazione di Amburgo dei giorni scorsi che finalmente condanna fermamente ogni pratica iconoclastica e le definisce anzi letteralmente come “espressione di pietà” (anche) per i protestanti ci pare un evento da evidenziare, nel suo piccolo (perché la galassia protestante è variegata e composta anche da molti altri gruppi), importantissimo. Se dare alle fiamme un libro, per quanto censurabile questo possa essere, è un atto irrazionale di una barbarie primitiva, dare alle fiamme un’icona sacra, un’effigie o un quadro che riproducono magari splendidamente episodi mirabili come la Natività o l’Ascensione è un’azione talmente blasfema che mancano le parole per definirla. E stavolta non l’abbiamo detto noi. Ecco, alla luce di tutto questo, c’è solo da sperare che l’inedito ‘ecumenismo delle immagini’ tedesco abbia un seguito e una ripresa argomentata e duratura magari anche altrove, per il bene l’Europa, per la sua civiltà millenaria e per la custodia preziosa della sua intramontabile bellezza.



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