Il male del secolo: la depressione

Il 5 luglio a Roveredo (Pordendone) è iniziata la kermesse “Una sera d’estate. Incontri d’autore” che prevede la presentazione di alcuni libri freschi di stampa alla presenza e con l’intervento dell’autore. Il primo incontro ha avuto come ospite lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha parlato di depressione e gioia di vivere. Alcune notazioni a margine.

Dall’antichità fino ai giorni nostri, la malattia che oggi viene chiamata nel linguaggio scientifico “depressione”, è stata interpretata e definita con teorie e denominazioni molto diverse: umor nero, malinconia, follia, genio, fino al “vapore” goldoniano e al novecentesco male oscuro esplorato con dolente ironia dallo scrittore Giuseppe Berto.

Il 5 luglio a Roveredo (Pordendone) è iniziata la kermesse “Una sera d’estate. Incontri d’autore” che prevede la presentazione di alcuni libri freschi di stampa alla presenza e con l’intervento dell’autore. Il primo incontro del 5 luglio ha avuto come ospite lo psichiatra Vittorino Andreoli con il suo libro “La gioia di vivere. A piccoli passi verso la salvezza”: un ricco ventaglio di proposte esistenziali per uscire dal labirinto della depressione. Ma davvero bastano queste strategie interne ai meccanismi della vita stessa a portare un po’ di luce nella notte oscura del depresso?

Scorrendo le molteplici letture che, a partire dal mondo greco, si sono succedute nello sforzo di capire una delle più misteriose malattie dello spirito e del corpo, spigolando qua e là le ricostruzioni rintracciabili nella monumentale opera di Michel Foucault “Storia della follia”, si comprende che in fondo non si è ancora compreso quasi nulla. Si è riusciti, per mano di medici, antropologi, filosofi e sociologi, a descriverne i sintomi e, grazie al progresso della farmacopea, anche ad attenuarli fino alla loro più o meno apparente scomparsa.

Credo che all’interno di questo problema, non sia tanto necessario scegliere una lettura anziché un’altra, ma unire le diverse accentuazioni in una visione aperta e flessibile ad accogliere le sempre nuove scoperte.

Prima di tutto occorre distinguere tra malattie mentali vere e proprie che hanno una base organica dimostrabile con gli strumenti diagnostici della scienza medica, e malattie depressive con uno spettro molto vasto di manifestazioni ma non verificabili sul piano clinico. La distinzione tuttavia ha sempre un margine di incertezza: la schizofrenia, ad esempio, che pur viene definita una malattia mentale con sconfinamenti continui nella paranoia, sembra non avere una base organica chiara e dimostrabile. È lo stesso per la depressione, per la quale si suppone un cattivo funzionamento nella produzione della serotonina, ma la vera radice da cui scaturisce la sofferenza rimane ignota.

Questa labilità di concetti e spiegazioni, nonché di trattamenti e terapie, rispecchia la complessità pressoché infinita della mente, della coscienza e dello spirito umani. Una cosa è certa: mentre nell’antichità la follia veniva considerata come una punizione divina o, in netto contrasto, come una prerogativa superiore, tra veggenza e profezia, derivante dalla scintilla divina presente nell’uomo, oggi la follia quasi non esiste più e si giustifica l’intero spettro delle malattie mentali con meccanismi biologici e chimici o con determinismi sociali e famigliari.

Ma la domanda di base rimane sempre la stessa e sempre aggirata o nascosta: qual è, rimanendo nello specifico della depressione, la natura di questa malattia e quali le possibili cure non semplicemente palliative? Tra cure mediche, psicoterapia, ipnosi, regressioni, proposte alternative di ogni genere, la depressione, anche se conosce periodi più o meno lunghi di regressione o di apparente totale scomparsa, rimane un grande mistero.

Il malessere che la precede e che continua ad agire, sia pure in modo silente e nascosto, anche quando sembra che il depresso abbia recuperato la serenità, è forse il nocciolo della questione. La malinconia di cui ogni uomo fa esperienza prima o poi nella vita è un segno, una espressione oggettiva della stessa condizione umana per sua natura sottoposta a fragilità, errore, sofferenza e sventure. La consapevolezza di questo versante oscuro della vita, che non è certo un’invenzione del depresso ma il risultato di una sua riflessione e percezione profondissime e autentiche della caducità insita nella condizione umana come sua struttura preformante e insuperabile, è un fatto, non un’interpretazione o una sensazione. Bisogna essere sommersi da un fragore di suoni inutili e convulsi, metafora delle labili aspirazioni umane e delle illusioni e dei falsi traguardi che ogni giorno ottenebrano il pensiero delle persone — questi sì frutto di interpretazione e di mancanza di senso della realtà —, per non sentire questa voce cupa e greve che riflette la nostra condizione di novelli Sisifo e Tantalo, alla prese con una sete inestinguibile e con fatiche che non appagano mai le nostre aspettative.

La depressione è in questo senso la consapevolezza dell’incrinatura profonda che segna la nostra esistenza e della mortalità di ogni cosa che sembra vanificare tutti i nostri sforzi e demotivare ogni nostra impresa. Constatando che l’agire di ogni uomo, se rapportato alla sua inevitabile morte, non è che vano agitarsi privo di un senso, il depresso perde poco a poco ogni desiderio e volontà, fissandosi immobile in una condizione grigia e morta di non-tempo angosciato e tragico. Di qui l’idea che la depressione nasca da una domanda di senso e dalla mancata risposta, oggettiva e vera, ad essa.

Le medicine possono e devono aiutare il depresso a recuperare la forza fisica e mentale necessaria a porsi sempre e di nuovo quella domanda e cercare una risposta. Non per niente il male del secolo è la depressione, patologia di cui soffre una percentuale sempre più alta di persone, in un’epoca segnata dalla crisi del senso, dalla perdita della Verità e dall’assenza di una prospettiva che vada oltre la scena di questo mondo. Non potrò mai sapere chi sono e per quali ragioni sono qui, in questa vita, su questa terra, se non levo di tanto in tanto lo sguardo all’orizzonte e da lì provo a spingermi oltre quell’azzurro d’oltremare che incanta ogni sguardo.

Il pensiero, la filosofia, il senso del sacro, la fede, la poesia e la bellezza sono la mappa per ritrovare il senso e dunque la salute. Se pensiamo di poter realizzare interamente noi stessi già qui in questo mondo, l’esito non potrà essere che la depressione, male che soltanto chi presume molto da stesso riesce ad aggirare. Il narcisismo è la medicina più potente per eludere, sia pure fino a un certo punto, la coscienza del proprio destino e per illudersi che sia possibile essere sempre e completamente felici sulla terra. Ma prima o poi scende la notte e qualcuno viene a bussare alle nostre porte sempre ben chiuse e sbarrate al mistero e alla verità profonda della vita.

Le psicoterapie che cercano di sciogliere i nodi dello scontento umano rimanendo comunque all’interno delle limitate logiche dell’esistenza, in un sistema chiuso e ripiegato su stesso che non prevede alcuna ulteriore possibilità, semplicemente ricombina in forme diverse lo stesso filo dello stesso gomitolo, arrivando sempre ai medesimi risultati. Solo uscendo dal cerchio e andando oltre si può far irrompere nella vita quella luce “altra” che dissipa tutte le nebbie e crea nuovi paesaggi degni di essere abitati, poiché in essi finalmente ci ritroviamo e possiamo respirare a pieni polmoni.

Quando la domanda sul perché di tutto emerge e cerca la sua risposta attraverso il deserto del male oscuro, solo allora si apre la strada che sfocia oltre il labirinto del nostro errare.

Nessuna medicina e nessuna terapia della parola, nessun cambiamento dell’ambiente di vita e delle nostre abitudini profane, niente di ciò che è soltanto qui e adesso può strappare l’uomo inquieto, sofferente e smarrito a quel no lacerante e mortale alla vita stessa che in ogni istante esce dalle labbra della vittima dell’oscuro e accidioso Saturno. Abbiamo un tesoro immenso e meraviglioso che custodisce la risposta alle nostre domande maggiori e che per quelle senza risposta offre l’indicazione sul modo di accettarle e renderle parte del nostro vissuto, anch’esse lampada ai nostri passi.

Anzi, forse proprio l’accettazione della mancata risposta alle domande più cruciali, quale quelle sul male e la sofferenza, è il cuore della nostra guarigione e della nostra riconciliazione. Poiché a volte molti mali nascono sì dall’ignorare le giuste domande e dal non ascoltare le giuste risposte, ma spesso anche dall’ostinata volontà a cercare risposte a ciò che è giusto rimanga velato e segreto. Basta fidarsi, nella certezza che accettare il limite è cosa buona e bella e non pavidità e debolezza, poiché saper vivere in pienezza e speranza anche quando veniamo sfidati e provocati è nobile e coraggioso



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