«Il governo Usa è contro la libertà religiosa e andrà sempre peggio. Bisogna vivere la propria fede»

Lezione dell’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput: «Senza Dio non c’è dignità umana» né vera democrazia. «Per proteggere la libertà religiosa bisogna vivere la fede in pubblico»

«La libertà religiosa è un diritto naturale perché è inscritto nella nostra natura umana. La libertà religiosa, la libertà di coscienza, è il diritto più importante che ogni essere umano possieda, insieme a quello alla vita». Sono le parole che l’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput, che il prossimo settembre riceverà papa Francesco, ha rivolto al seminario San Carlo Borromeo di Wynnewood. Il tema affrontato dall’arcivescovo è più che mai delicato negli Stati Uniti, dove è in atto un dibattito nazionale accesissimo intorno alle leggi sulla libertà religiosa, accusate di essere omofobe.

Per monsignor Chaput la libertà religiosa è «qualcosa che va oltre la libertà di credere in ciò che si vuole a casa propria e di pregare come ci pare nella nostra chiesa. È il diritto di predicare, insegnare e praticare il culto in pubblico e in privato». Incluso, ad esempio, «il diritto dei genitori di proteggere i propri figli da insegnamenti pericolosi (…) senza interferenze negative da parte del governo, dirette o indirette, fatta eccezione per il limite del “giusto ordine pubblico”».

Per mostrare quanto la libertà religiosa sia messa in pericolo in tutto il mondo, l’arcivescovo ha ricordato le chiese bombardate in Pakistan, la decapitazione dei cristiani in Nord Africa e Medio Oriente, la persecuzione delle minoranze religiose in Cina e della fede in Nord Corea. «Oltre il 70 per cento del mondo è sottoposto oggi a una forma di coercizione religiosa». Mentre «in Europa aumentano le leggi che interferiscono con l’habitus, la pratica e l’espressione pubblica religiosa», l’Unione Europea «ignora e in pratica ripudia la sua tradizione cristiana», privandosi così «di qualsiasi alternativa morale all’Islam radicale».

Gli Stati Uniti non sono da meno, visto che «l’attuale Casa Bianca è con ogni probabilità la meno simpatetica alle istanze religiose della nostra storia». Per questo l’arcivescovo ha messo in guardia i futuri sacerdoti, dipingendo uno scenario durissimo. Questa avversione peggiorerà «in futuro, con pressioni a favore di diritti gay, contraccezione e servizi abortivi, contro la testimonianza religiosa pubblica. Lo sperimenteremo nei tribunali e nelle cosiddette leggi “anti discriminazione”. Lo sperimenteremo nelle politiche “anti bullismo” che trasformano le scuole in centri di indottrinamento in materia di sessualità; centri che insegnano che non c’è una verità permanente legata a parole come “maschio” e “femmina”. E lo sperimenteremo nella restrizione dei fondi pubblici, nella revoca delle esenzioni dalle tasse e nell’espansione delle norme governative». E tutto ciò avverrà con l’incremento di un potere governativo che «potrà essere usato in modi che nessuno in passato avrebbe mai immaginato».

Eppure, secondo l’arcivescovo sbaglieremmo se non ci rendessimo conto che «il problema culturale più grande che ci troviamo ad affrontare non è il matrimonio gay o il global warming. Non sono i sussidi all’aborto o il debito federale», perché «queste sono tematiche vitali, è chiaro. Ma il problema più profondo, quello che ci sta paralizzando, consiste nell’usare parole come giustizia, diritti, libertà e dignità senza che vi sia un significato comune condiviso sul loro contenuto. Parliamo la stessa lingua, ma le parole non significano la stessa cosa». Lo stesso san Giovanni Paolo II aveva compreso, ancora prima di diventare pontefice, che «parole come bontà, libertà e bellezza non significano nulla senza un punto di riferimento. Sono etichette mutevoli – e facilmente strumentalizzate – a meno che siano ancorate all’ordine permanente di una verità morale oggettiva», senza la quale «assistiamo a questo abuso del linguaggio ogni giorno nel discorso pubblico».

Sarebbe quindi folle illudersi di cambiare le cose prima che sia «riconosciuta una natura umana intrinseca», portatrice «di diritti naturali intrinseci», visto che «la democrazia liberale non ha le risorse per sostenere i suoi obiettivi». Infatti, il significato stesso della democrazia «dipende da un’autorità maggiore che sta fuori da essa», perché «la dignità umana ha un’unica fonte. E una sola garanzia. Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. E se non c’è un Dio, la dignità umana resta solo una parola elegante». In pratica, ha spiegato il prelato, «non ci può essere alcuna legge o costituzione che protegga la libertà religiosa senza che le persone credano e vivano la propria fede». Per ritrovare un terreno comune e restaurare la libertà, l’arcivescovo ha spronato i seminaristi a vivere la fede, «non solo a casa o in chiesa ma nella vita pubblica». Perché, nonostante le persecuzioni, «nessuno può toglierci definitivamente la libertà a meno che non la diamo via noi» e «a meno che non scegliamo di avere paura».

L’arcivescovo sa bene che il prezzo sarà alto, ma anche che «si può sperare». Esistono, infatti, «troppe persone che cercano qualcosa che vada oltre se stesse» e «troppe persone che cercano o insegnano la verità. Un antico padre della Chiesa, Ireneo diceva: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. Credo sia vero. E aggiungo che la gloria dell’uomo e della donna consista nella loro capacità, con la grazia di Dio, di amare come ama Dio. E quando questo miracolo accade, anche in uno solo di noi, il mondo comincia a cambiare».

di Benedetta Frigerio

Fonte: http://www.tempi.it



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