Il governo Renzi, dopo il referendum sulle trivelle, riuscirà a schivare anche quello costituzionale?

Al prossimo referendum costituzionale previsto per l’autunno, la questione Senato sì o Senato no diventerà secondaria, davanti all’opportunità di dare un giudizio netto su un intero periodo di recente storia italiana.

Al referendum di domenica scorsa sulle cosiddette trivelle il governo ha vinto e Renzi ha potuto dichiararsi molto soddisfatto.
E’ andata così perché quel referendum trattava un argomento complesso e complicato. Il lettore esaminava i motivi per il sì e ne trovava molti, poi esaminava quelli per il no e ne trovava altrettanti. Man mano che si addentrava nei meandri della problematica, il cittadino medio si trovava sperso e incapace di decidere. I referendum devono essere chiari non solo nella formulazione del quesito, devono trattare anche un argomento semplice per permettere di decidere. Devono tagliare un argomento esattamente a metà, in modo netto, per permettere di schierarsi. Se per decidere uno deve esaminare mille eccezioni finisce che non va a votare.
E’ andata così anche perché il referendum non riguardava la vita o la morte, il bianco e il nero: le sue conseguenze immediate, se pure importanti, non erano decisive. Perché l’elettore si smuova e decida di interessarsi della cosa e poi andare a votare – specialmente in questi periodi di magra per la passione politica – bisogna che il referendum ponga davanti a scelte epocali, da non ritorno. La passione ha bisogno delle tinte forti e solo degli aut aut ultimativi gliela possono garantire. Monarchia o repubblica, divorzio o indissolubilità, vita o morte … tutto il resto è quisquilia incapace di mobilitare, dato che in Italia non siamo in Svizzera.
Il governo ha vinto, quindi, ma quando non si raggiunge il quorum il vincitore non sa mai se ha vinto davvero. Gli elettori non sono andati a votare per appoggiare Renzi e vogliono che la situazione rimanga così come è ora, oppure, come dicevo sopra, perché il referendum era privo di attrattiva? Non è una vittoria di Pirro, come qualcuno ha detto, la vittoria c’è, ma non si sa se sia vera vittoria.
C’è poi un altro dato da tenere presente. Chi è andato a votare e ha votato sì non è detto che volesse sostenere le ragioni degli ecologisti. Non è detto che fosse contro i petrolieri e d’accordo con Emiliano, il presidente della Puglia. Molti lo hanno fatto per un motivo che non c’entrava niente col quesito: lo hanno fatto per dare contro al governo. E anche questo discorso rende complicate le valutazioni. C’è gente che è stata a casa ma non per appoggiare Renzi, come c’è gente che ha votato sì solo per dargli contro.
Come tutti sanno, di referendum tra qualche mese ce ne sarà un altro. Quello sulla riforma costituzionale che ha trasformato il Senato. Qui le cose si faranno più difficili per il premier Renzi. Prima di tutto perché quello sì che, agli occhi del cittadino medio, assumerà le sembianze di un referendum dal taglio netto: bianco o nero. Quello sì che si caricherà di attrattiva passionale perché sarà una scelta epocale. Quanti sentimenti politici a lungo covati troveranno allora espressione… La questione Senato sì o Senato no diventerà secondaria, davanti all’opportunità di dare un giudizio netto su un intero periodo di recente storia italiana. E’ stato lo stesso Renzi a trasformare quel referendum in un plebiscito a suo favore o meno, quando ha detto che in caso di perdita si dimetterà. Un referendum passionale ed epocale, quindi, per sua stessa ammissione.



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