Il Gay Pride a Udine: grazie Honsell

L’occhettiana “macchina da guerra” della sinistra FVG aperta e tollerante è pronta per la grande kermesse simbolica. Non a caso nella città di Eluana Englaro. Grazie Honsell, grazie Panariti, grazie Serracchiani.


Tra le priorità della politica mancava l’assegnazione della sede al Gay Pride Triveneto 2017. La manifestazione è prevista a giugno, data da concordare, per le vie di Udine, città che certamente sentiva l’urgenza di spendere il proprio tempo su temi di così grande importanza. Il Diario di Udine esterna entusiasta l’invidiabile traguardo raggiunto, poiché «è la prima volta che il Pride del Triveneto sarà ospitato in Friuli Venezia Giulia». E non sarà un evento limitato, ma «coinvolgerà l’intero territorio regionale». La cosa si fa seria e prevede un’organizzazione alla grande: «culminerà con la parata finale in città e con il manifesto politico del Comitato Friuli Venezia Giulia».

In prima fila, tra i promotori più convinti, Furio Honsell, sindaco di Udine, area Pd, Sel e partiti del centrosinistra. Con lui, negli ultimi anni, la città ha fatto un salto deciso nel mondo arcobaleno, con «diverse prese di posizione a favore di gay e lesbiche» – come scrive il Messaggero Veneto del 20 febbraio.

Sotto l’amministrazione Honsell, Udine ha conosciuto varie squisitezze culturali di carattere ricreativo: le «iniziative organizzate per dire no all’omofobia», il «clamore scatenato dai manifesti gay che proponevano il bacio tra due uomini e due donne», l’«attività svolta nelle scuole dall’Arcigay per promuovere la cultura della tolleranza».

Non va poi dimenticato che «Udine è stata la seconda città in Italia, la prima in regione, a trascrivere sul registro di Stato civile, quando la legge non lo consentiva, il matrimonio celebrato all’estero tra due donne». Di tutto questo – osserva il Messaggero Veneto – «Honsell ne ha sempre fatto una questione di civiltà».

Questa della politica arcobaleno è insomma un’operazione su larga scala o ad ampio raggio, secondo i più classici dei luoghi comuni, con grande partecipazione di popolo e dispiegamento di mezzi. L’altr’anno, a Treviso, si sono contate settantamila presenze. Quest’anno, scrive sempre il Diario di Udine, si mobiliteranno (oltre al sindaco) «Nacho Quintana Vergara, presidente Arcigay Friuli, Antonella Nicosia, presidentessa Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia Onlus, gli assessori comunali Cinzia Del Torre e Federico Pirone, l’assessore regionale Loredana Panariti». Il Comune, poi, sarà «rappresentato in corteo dall’assessore alla Mobilità, Enrico Pizza». Quasi un’occhettiana «gioiosa macchina da guerra».

Anche se la candidatura è stata ufficializzata questo 20 febbraio, era già dall’ottobre del 2016 che circolava la notizia. La redazione di Osservatorio Gender così commentava: «L’investitura della città di Udine come sede del più importante evento LGBT dell’anno del Triveneto rappresenta un premio per l’impegno profuso dall’amministrazione comunale friulana nel processo di “normalizzazione” LGBT del suo territorio» (articolo del 17/10/2016). Questa «normalizzazione» corrispondeva, per l’Osservatorio Gender, ad «un’instancabile attività, dettata da motivazioni puramente ideologiche, lontana mille miglia dalla volontà popolare».

Che si tratti di un’iniziativa votata alla pura ideologia lo rileva indirettamente Udine Today: la scelta del Fvg Pride è «sicuramente simbolica», per via del fatto che «Udine è la città di due simboli dei diritti civili: Loris Fortuna e Eluana Englaro». Proprio Loris Fortuna fu tra le prime personalità a interessarsi direttamente alla politica «simbolica», staccata cioè dalla realtà, invadente, insolente, infantile, con la finalità di rieducare le masse al socialismo libertario e radicale. Fortuna – attivo come deputato (fra l’altro) per la circoscrizione di Udine dal 1963 al 1987 e quivi sepolto – fu il primo firmatario di una proposta di legge per legalizzare il divorzio e di una successiva per la depenalizzazione dell’aborto. Comunista, socialista e radicale, Fortuna fu la quintessenza di quella «lex creat mores, la legge che crea il costume», rievocata da don Piero Gheddo (Zenit, 01/06/2014).

Di questa politica «simbolica» si sa ormai tutto. La maschera tranquilla e simpatica con cui si è sempre camuffato il laicismo radicale si sta progressivamente staccando dal volto beffardo del politico intrallazzatore. Ne sta facendo le spese la società, globalmente parlando, che collassa proprio a causa di questa pretestuosa e fraudolenta “stagione dei diritti”. Ma, come disse Shakespeare, «le male azioni risorgono sempre, per quanta terra le ricopra». E provvidenza volle che l’attore transessuale Robert Alexis Arquette ebbe a dire qualche mese fa, sul letto di morte: «Il gender è una sciocchezza. Mettersi un vestito non cambia nulla a livello biologico. Né lo fa il cambiamento di sesso. Il riassegnamento del sesso è fisicamente impossibile. L’unica cosa che si può fare è modificare delle caratteristiche esteriori, ma la biologia non potrà mai cambiare».



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