Il film Kreuzweg

Sinceramente, guardando alla società mitteleuropea attuale, qual è secondo voi il problema più urgente da affrontare? L’immigrazione? La denatalità? Le conseguenze della crisi finanziaria globale? Se avete pensato una di queste risposte, beh….siete sulla strada sbagliata. La risposta giusta infatti è un’altra: il fondamentalismo cattolico. Come avete fatto a non considerarlo. E non stiamo scherzando. […]

Sinceramente, guardando alla società mitteleuropea attuale, qual è secondo voi il problema più urgente da affrontare? L’immigrazione? La denatalità? Le conseguenze della crisi finanziaria globale? Se avete pensato una di queste risposte, beh….siete sulla strada sbagliata. La risposta giusta infatti è un’altra: il fondamentalismo cattolico. Come avete fatto a non considerarlo. E non stiamo scherzando. E’ questo infatti il messaggio che arriva dal nuovo film Kreuzweg (“Via Crucis”) del giovane regista tedesco Dietrich Brüggemann, già premiato al recente 64^ festival internazionale di Berlino e ora in arrivo nelle sale anche in Italia. La trama, ambientata ai giorni nostri  in un paesino della Germania meridionale (l’area in cui ancora oggi è maggiore la presenza cattolica a livello nazionale), é presto detta: Maria è una ragazza di 14 anni, apparentemente di una famiglia normale, che conduce la normale vita di un adolescente se non fosse per la frequentazione di una comunità cattolica, che porta il nome di Papa Pio XII e interpreta la vita cristiana come un’obbedienza cieca alle direttive di un prete fanatico, severo nei modi come nel linguaggio e un pò maniaco. E poi c’è la madre, che pure lei in quanto a ottusità e rigidità varie non scherza. Grazie a queste due figure – una che rappresenta, dunque, istituzionalmente la Chiesa, e l’altra la famiglia – la ragazza percorrerà una vera e propria via crucis personale (da cui il titolo) con grandissime  sofferenze fino a offrire infine la propria vita per la guarigione del fratello più piccolo, affetto da autismo. Anche la sua via crucis, quindi, si concluderà con la morte, lenta ma inesorabile, provocata in ultima analisi dunque proprio dalla professione di fede, oltre che dal legame con la madre. Una ragazza che muore, anzi, si lascia morire a 14 anni, per piacere a Dio, e al Dio di Gesù Cristo. Questo il film. Va detto subito che il regista – naturalmente – ha dichiarato di non voler attaccare con quest’opera la religione ma solo le deviazioni improprie che di questa ancora esisterebbero nel suo Paese, come quelle portate avanti nel film della comunità tradizionalista legata ai riti in latino che somiglia tanto – a suo dire – alla stessa che lui frequentò in gioventù proprio per volere della famiglia e in cui rischiava di rimanere ‘incastrato’. Ci sarebbe quindi anche un risvolto velatamente autobiografico a giustificare l’operazione di dubbio gusto. Però, fatte sempre salve le cattive testimonianze date eventualmente nel passato da uomini e donne credenti (ognuno risponderà del suo operato), se è lecito dare un parere anche da chi è chiamato semplicemente a giudicare i prodotti culturali – o che vogliono proporsi tali – in quanto prodotti culturali non possiamo non esprimere parecchie riserve.

Anzitutto nel messaggio principale che passa agli spettatori: chi è esterno al Cristianesimo, o chi nutre già dei pregiudizi verso di esso, uscirà dal cinema ancora più rafforzato – e convinto – delle sue caricature surreali, se non fantascientifiche. Cioè che la fede è contro la coscienza e la libertà della persona, ad esempio, impedisce nei più piccoli un sano sviluppo morale e umano, ostacola la realizzazione della felicità personale, in ogni caso per la società moderna è più una minaccia che una risorsa: se non ci fosse, in definitiva, sarebbe molto meglio per tutti. Ma c’è di peggio: perchè le scene più devastanti per la ragazzina protagonista del film accadono proprio in luoghi e momenti significativi del cammino di formazione cristiana, così ad esempio nelle terrificanti lezioni di catechismo o nella preparazione settimanale al sacramento della Cresima cosicché sono il catechismo e un sacramento a essere strumento di violenza psicologica e morale (!), in ultima analisi. Poi, incredibilmente, quà e là ogni tanto si sentono anche degli insegnamenti pienamente evangelici e addirittura cattolicissimi cosicchè la confusione alla fine appare ancora più grande. E che dire della scelta del titolo o della trovata (sai che novità) di associare il nome di un

Papa come Pio XII a questa combriccola di matti in talare e streghette con la croce? Non è la prima volta che una cosa del genere accade, naturalmente. Senza citare il solito Dan Brown, il cinema europeo di questi ultimi anni, dall’Irlanda alla stessa Germania, spesso e volentieri si è dilettato – per così dire – sulle malefatte, vere o presunte, poco importa, della Chiesa e della comunità cattolica nel suo insieme, laici e religiosi. Pellicole molte volte premiate al botteghino, se non dalle giurie internazionali. Dovrebbe essere quindi un film già visto, se ci passate il gioco di parole. Ma siamo sicuri che invece se ne parlerà ancora a lungo e magari riceverà anche altri premi: tanto si sa che i cristiani su certe cose non si difendono mai e poi associare la fede al bigottismo, all’ipocrisia e all’ignoranza va sempre di moda. L’avessero fatto con i mussulmani o l’ebraismo sarebbe stata tutt’altra musica, altroché. Ma problemini con certe persone non li vuole avere nessuno, ci mancherebbe. E poi dicono che le religioni sono tutte uguali.



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