Il film di Martinelli su Marco d’Aviano

C’è stato un tempo in cui l’Europa, a cominciare da queste nostre terre, tra Vienna e Belgrado, ha rischiato di diventare un’altra cosa rispetto a quella che abbiamo conosciuto. Un tempo in cui gli eleganti campanili e le guglie di cui parlavamo l’altra volta, che sovrastano sontuosamente le nostre città, rendendole più belle e magnificenti, […]

C’è stato un tempo in cui l’Europa, a cominciare da queste nostre terre, tra Vienna e Belgrado, ha rischiato di diventare un’altra cosa rispetto a quella che abbiamo conosciuto. Un tempo in cui gli eleganti campanili e le guglie di cui parlavamo l’altra volta, che sovrastano sontuosamente le nostre città, rendendole più belle e magnificenti, hanno rischiato seriamente di non esserci più. Davvero, non per scherzo. Purtroppo, oggi, con l’amnesia cronica che avvolge la memoria delle nostre classi dirigenti – come quella delle giovani generazioni che di esse sono d’altronde il riflesso – non se lo ricorda più nessuno. Si fa fatica a ricordarsi come eravamo nel secolo scorso, figurarsi all’alba del Settecento. Ben venga allora il film di Renzo Martinelli in uscita in questi giorni, dal titolo eloquente: 11 settembre 1683. La data rimanda a una delle più grandi battaglie mai accadute nella storia: la vittoria dell’esercito della Lega Santa, comandata dal Re di Polonia Jan Sobieski III sull’esercito ottomano del Gran Visir Kara Mustafà, proprio sotto la cinta muraria di Vienna, nel cuore dell’Europa, che rompeva così un assedio terrificante che durava già da due mesi. Da quella vittoria inizierà di fatto la riconquista delle terre orientali che erano finite sotto il giogo islamico e la libertà dell’Europa, anche ad Est, sarà salvata, più o meno fino ad oggi. Ora, già messa così, la faccenda qualche lampadina dovrebbe accenderla, ma se per caso fate ancora fatica, ci pensiamo noi. Anzitutto, toglietevi dalla testa che a quei tempi l’Europa fosse più unita di adesso, politicamente parlando, perché non è affatto vero. Come oggi, tra i vari sovrani del Vecchio Continente era tutto più o meno all’insegna del mors tua, vita mea. Cioè: se per caso stai male, non pensare che io venga a salvarti. Edonismo, invidia e brama di potere andavano forte anche allora e quanto a corruzione non si scherzava mica. Tra l’Austria e la Polonia ad esempio volavano parole grosse e chi avesse voluto fare da paciere sarebbe stato considerato un pazzo. Beh, sarete felici di sapere che questo ‘pazzo’ ci fu. Anzi, furono due. Oggi sono stati dichiarati Beati entrambi, perché se siamo liberi, persino liberi di non credere, lo dobbiamo a loro. Il primo è il Papa di allora, Innocenzo XI, che volle con ogni mezzo (e, notare bene, finanziò), superando non pochi ostacoli, la Lega Santa, un esercito difensivo – cioè – che unisse l’Europa divisa in nome della comune Fede e della libertà minacciata.  Il secondo è un frate cappuccino, il beato Marco d’Aviano, proprio lui, che della Lega fu il grande tessitore pratico e della battaglia di Vienna la guida spirituale. Per dire com’era l’Europa quando ancora era una cosa seria, basti pensare che giusto prima della battaglia, la mattina dell’11 settembre sul campo viennese il Beato celebrò Messa, servito – per l’occasione – dal re polacco come ‘chierichetto’. 

Il film, assolutamente da vedere e promuovere, riporta tutta la storia abbastanza fedelmente, facendola introdurre anche da due righe che spiegano ai neofiti di turno perché quella battaglia è così importante e che cosa sarebbe successo se invece Sobieski e i suoi (cioé i nostri), avessero perso. La prossima tappa sarebbe stata Roma e la basilica di San Pietro, come già accaduto a Santa Sofia a Costantinopoli, sarebbe stata trasformata di lì a poco in una moschea. E’ quanto aveva promesso lo stesso Kara Mustafà ai suoi d’altronde. Si partiva per fermarsi solo a Roma, quando la mezzaluna verde avrebbe sventolato sul cupolone. Ora, a dire (e far vedere) queste cose – nulla di più e nulla di meno di una lezione di storia moderna – oggi si rischia di brutto. Infatti c’è da scommettere che il film sarà liquidato come ‘guerrafondaio’, ‘islamofobo’, ‘imperialista’, eccetera eccetera eccetera. Anzi, alcuni grandi giornali nazionali l’hanno già fatto, per la verità. Il bello è che l’hanno fatto peggiorando ancora le cose, cioè mostrando esplicitamente tutta la loro pochezza. Pardon, ignoranza vera e propria. Abbiamo letto pezzi in cui i recensori scrivevano Marco Aviano come se Aviano fosse il cognome e bestialità del genere. Ci sarebbe da ammazzarsi dalle risate, invece è deprimente. Come quando durante il Conclave abbiamo potuto leggere sul Corriere della Sera (dico, il Corriere) che i cardinali si apprestavano ad eleggere il successore di Cristo. La nostra cultura cosiddetta alta, quella che è sempre pronta a moraleggiare su tutto e tutti (anche questioni di fede) sentendosi pure superiore, è in uno stato di semi-coma profondo. C’è solo da piangere a guardarsi intorno. Di fronte a questo, il fatto che anche nella Chiesa universale oggi quasi nessuno sappia perché mai il 12 settembre ricorra la festa liturgica del Santissimo Nome di Maria, appare come una quisquilia. Ecco, per evitare tutto questo, osiamo dire che un’occhiatina al film non farà male a nessuno. Giusto per un’infarinatura di cultura generale, va bene così? Per la cronaca, la pellicola inizia con una frase di quelle famose: chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo. Fate un po’ voi.



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