Il diritto al figlio

La Corte costituzionale ha decretato la costituzionalità del diritto al figlio. Ma in questo modo i figli diventano una “cosa”. Sulle persone, infatti, non si hanno diritti, perché non sono di proprietà di nessuno.

Mentre gli italiani seguono i mondiali di calcio, discutono della riforma del Senato e ringraziano il governo perché dal prossimo anno riceveranno il 730 precompilato, non dovrebbero dimenticare che la Corte costituzionale ha emanato una sentenza che fa accapponare la pelle. Si tratta di una sentenza devastante non solo perché permette la fecondazione eterologa, o meglio perché considera incostituzionale vietarla come faceva la legge 40, ma anche perché ha decretato il “diritto al figlio”.

Già la liberalizzazione dell’eterologa è cosa da fine del mondo: si faranno i giochi di prestigio con gli embrioni umani e si farà marmellata di lamponi della famiglia così come è sempre stata intesa. “Il mondo nuovo” di Adolf Huxley non era niente a confronto. Ma a lasciare senza respiro è soprattutto la motivazione teorica della sentenza, ossia che una coppia ha diritto a vedersi completata dalla nascita di un figlio. Alla Corte non importa come e con chi, questi sono dettagli che essa lascia al legislatore. La Corte si limita a definire il principio costituzionale del diritto al figlio.

Si tratta di una rivoluzione mentale e valoriale senza precedenti. Se si ha diritto al figlio allora il figlio è considerato una “cosa”, un oggetto e non più una persona. Le persone non possono essere di proprietà di qualcuno e su di esse non si possono vantare diritti. Ho diritto a colorare le pareti della mia stanza come voglio io o a piantare nel mio orto le carote al posto delle cipolle, ma non ho il diritto ad avere un figlio in modo disumano. Piuttosto c’è il diritto del figlio ad essere considerato in modo umano, ossia conforme alla sua dignità.

Un tempo questo era patrimonio del senso comune. Quando una donna era incinta, diceva di “aspettare” un bambino. Oggi le coppie dicono di “fare” un bambino. Nel primo caso il figlio viene inteso come un dono per il quale noi mettiamo le cause strumentali ma non le cause ultime. Nel secondo caso, invece, il figlio è visto come completamente prodotto da noi. Si tratta di un cambiamento di visione radicale.

Le conseguenze sono molto estese. Se non si percepisce più il figlio come un “dono”, si ottenebra la nostra capacità di cogliere il dono in tutti gli altri campi della vita. Penseremo di avere diritto a tutto quello che potremo tecnicamente fare. Posso? allora ne ho diritto.

La vita umana però non è così. L’amore non si compra e non se ne ha diritto. Quello che si compra non è amore. La bellezza non si compra. Si può comperare un quadro ma non la capacità di gustarne la bellezza. Nessuno ha il diritto di capire “L’infinito” di Leopardi come si ha diritto al prodotto quando lo si paga alla cassa. Nessuno ha diritto alla vita, tanto è vero che una volta non ce l’avevamo e in futuro non ce l’avremo. Nessuno ha diritto alla verità, che è sempre più grande di noi e ci stupisce.

Ecco: lo stupore! O la meraviglia. Di ciò che abbiamo diritto non ci stupiamo. Ci stupiamo solo di ciò che non possiamo comperare, fabbricare, produrre. Sentenze come quella della Corte costituzionale uccidono la possibilità di meravigliarsi per quanto si riceve in dono. Ma una vita in cui non si deve mai dire “grazie” che vita è?



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